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and imagination ![]()
I Saggi di Gnomiz
Man Ray:
libertà vo' cercando. di Luigi Granetto
Ho immaginato, percorrendo la splendida mostra di Man Ray,
allestita presso la Fondazione
Mazzotta di Milano, che due
metronomi regolati sul "tono" di un terzo metronomo,
accompagnassero la mia visita. In qualche luogo, forse solo di
lato, ho collocato un primo metronomo che scandisse in visioni il
rimosso del '900: tempo di guerra, d'olocausto, di sterminio. Tic
e Tac: orecchio che sente, occhio che vede. Tic
per i mucchietti d'ossa di Dachau dipinti da Music; Tac
per le forme epiche di Guernica.Tic per i rumori
del futurismo guerrafondaio; Tac per l'equivoco
teosofico di Mondrian e per quello comunista di Leger. Tic
per il ritorno all'ordine; Tac per l'ordinata
confusione di Pollock.
In un altro luogo, prossimo al primo, ho rimesso in moto il
personale metronomo di
Man Ray: Tic della
guerra quindici e diciotto: donne nude e pantomime; Tac
dell'olocausto1936-1940: " le beaux temps" di draghi in
amore e bianche femmine addobbate alla "mode au Congo".
Tic della seconda guerra mondiale: i draghi copulano sui
tetti mentre "L'home infini" entra nell'eternità; Tac
del 1946: "La Fortune" rigira la sua ruota come le
mammifere riaprono le cosce.
Il terzo metronomo ho voluto immaginarlo come una macchina, cieca
dalla nascita, che, nel tempo senza tempo, ripeta sempre la
stessa impronunziabile parola: Vita.
Accompagnato da questo controcanto, apparentemente dissonante, mi
sono chiesto: chissà se anche Man Ray sentiva il
"tono" di quest'ultimo ostinato significatore di tempo?
Mi sono risposto: "forse si", poiché alla
fine trovò del tutto superfluo disfarsi del suo metronomo. Man
Ray scriveva infatti nel 1944: "è ancora mio vivissimo
desiderio, un giorno o l'altro, mentre l'occhio fa tic tac
durante una conversazione, sollevare il mio martello e con un
colpo ben assestato demolire completamente il mio
metronomo". Qualche anno più tardi nel 1971 scriverà:
" Che cos'è la follia? E' un orologio o un metronomo che
dimentica di camminare o di fermarsi". Sembra di capire che
per Man Ray la follia, come d'altronde la consapevolezza, siano
accidenti che capitano all'uomo per mettere in mostra solo la
loro misterica inconoscibilità. In questo suo nichilismo,
necessariamente ignavo e fortunatamente incosciente, si insediano
non tanto i relitti alla deriva delle idee dadaiste e surrealiste
bensì, piuttosto, qualcosa di infinitamente ottocentesco: il
credo dionisiaco di Friedrich Nietzche, sfrondato da orpelli
greci o neoclassici. E' mia convinzione, soffermandomi sui suoi
scitti, ripresi dal Catalogo della mostra, che il pensiero di Man
Ray risenta molto dell'idea nietzchiana di super uomo. Per Man
Ray "il lavoro dell'artista va misurato il base alla
vitalità, all'invenzione e alla decisione e convinzione con le
quali perseguire un fine..", è naturale quindi che
"l'invenzione" debba per lui essere "assoluta,
pura, universale"; che non debba "imitare o tentare di
conoscere" ma che invece concorra a far divenire l'artista
un dio. Prosegue infatti scrivendo: "Quel che impedisce
all'uomo d'essere Dio, non è forse questa eterna mania
d'imitare?". Come per il pensiero di Nietzche, anche per Man
Ray questa nuova visione del mondo avviene al di la del bene e
del male; scrive l'artista americano: ".....sappiamo a quali
menzogne la preoccupazione estetica possa condurre la
bellezza e la morale.....soltanto il più completo
disprezzo verso ogni formula estetica o timida...possono servire
una nuova condizione sociale".
E' molto probabile che, tra qualche anno, quando una nuova
epistemologia avrà saputo sciogliersi da tali retaggi
ottocenteschi e quando parole come
"assoluto-puro-universale" non potranno che evocare un
tempo lontano, anche il sofisticato e innovativo contributo
artistico di Man Ray apparirà quantomeno ingenuo. Innegabile
però è il fatto che la forza delle sue opere, frutto di un
autentico bisogno di liberazione sessuale, di equilibrio nella
ricerca edonistica del piacere e di grande rivalutazione delle
prerogative sapienziali del "gioco", restino come una
vitale dimostrazione di cosa potrebbe essere la libertà.
Libertà che, se cercata in luoghi diversi da quelli deputati ai
riti del decadentismo modernista, potrebbe già mostrare, nella
nostra epoca di transizione, le sue felici sembianze.
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A proposito di luoghi non deputati dove sia possibile iniziare la ricerca, glissando le pareti di alcune gallerie d'arte contemporanea, che espongono costosissimi quanto tradizionalissimi reperti di arte modernista fin de siècle, basterebbe soffermarsi davanti alla vetrina di Erreuno in via Della Spiga 15 a Milano e ammirare un abito-scultura ideato da Graziella Ronchi. Si tratta di un vestito costruito in tulle bistretch, a doppio strato, sul quale sono state ricamate astrazioni d'argento che vivono di trasparenza e si appoggiano ad una struttura leggerissima e asimmetrica che evoca i sogni spazialisti di Lucio Fontana. Un'opera come questa sarebbe ammirabile, e forse anche mirabile, oltre che su un corpo di donna anche appesa a un muro, sotto teca, per la gioia di un nuovo Collezionista. Per quanti vivono a Roma, o hanno intenzione di raggiungere, per qualche ragione, questa santissima città in rumore di Giubileo, suggerisco una visita al chiostro del Bramante dove è stata allestita la mostra "Giacomo Balla: Futurismo tra arte e moda". Fino al 31 gennaio, vicino alle opere anticipatrici di Balla, è possibile ammirare gli abiti che Laura Biagiotti ha creato, lasciandosi felicemente "contaminare" dai linguaggi del maestro. Se invece si vuole restare a casa, sognando comunque la libertà delle forme e delle idee, procuratevi l'ultimo numero di Vogue Paris e, con pazienza, andate a scoprire l'abito in tulle e mousseline di Martine Sitbon fotografato davanti alla "grille de Harmann", il modernissimo e classicissimo vestito di Valentino ricamato con motivi geometrici che ricordano Crippa e, per finire, ancora un'invenzione di Erreuno, che riprende, semplificandoli, gli stessi stilemi dell'abito-scultura di cui ho già parlato.
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Internet-Firstview.com Erreuno: vestito pubblicato in Vogue Paris |
Internet-Firstview.com Erreuno |
Internet-Firstview.com Martine Sitbon : vestito pubblicato in Vogue Paris |
Naturalmente se invece si preferisce accomodarsi fra le idee
leggerissime di questo pesante secolo, in comoda attesa di
un'epifania che mai arriverà, continuiamo pure a credere che i
giardinetti della Biennale e di Kassel siano grandi parchi
fioriti, e che l'Avanguardia sia una parola ancora pronunciabile
senza ammenda; malgrado noi, il metronomo che sa dire solo
"Vita" continuerà a funzionare ugualmente.
Permettendomi il vezzo di una citazione e scomodando, solo a
caso, Rabelais : "Ducunt volentem Fata, nolentem trahunt (I
destini conducono chi vi consente, tirano quanti si rifiutano).
Bianchi e
Kounellis di
Ugo Ferranti
Vi comunico che mercoledì 16 dicembre si
inaugura nella mia Galleria la mostra di Domenico Bianchi e di
Jannis Kounellis (fino al 10 febbraio- orario 10-13 / 16-20).
Questa mostra presenta due dei più noti protagonisti dell'arte
internazionale attraverso due opere appositamente realizzate per
l'occasione in un confronto attraverso lo spazio della galleria
che è anche quello tra due modi, due generazioni, due sguardi
sul mondo.Jannis Kounellis affronta il livello storico e politico
dell'arte con opere che investigano i temi della violenza, della
classicità, della memoria, e del loro intrecciarsi in simboli e
rapporti significativi. I suoi materiali prediletti, elementari
come il fuoco, o legati al lavoro umano come i sacchi di juta, il
carbone, il legno, o frutto di processi complessi come cera, oro
e piombo, compongono l'architettura di un'opera intesa come
manifestazione e messa a nudo delle contraddizioni del presente.
Domenico Bianchi ha sin dai suoi esordi lavorato in direzione
della rarefazione, dell'assottigliamento dell'immagine pittorica,
in un processo al cui termine emerge qualcosa che assomiglia a un
puro lento ritmo,concentrato intorno a un centro pulsante che
spinge e dissolve la griglia geometrica in cui spesso sta
immerso.
Galleria Ugo Ferranti
Via dei Soldati, 25A-00186 Roma
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