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I Saggi di Gnomiz
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(Un viaggio straordinario. Le figure di Marino Marini di Franco
Rella)
7. La cosa che più mi ha colpito, in prima istanza,
nellopera di Marino Marini, è il suo rapporto con il mito.
Ma mentre per altri il mito è un discorso originario, in sé
compiuto, il mito si presenta in Marini come luogo di tensione e
di scissione. Questo già nel suo rapporto con larte
etrusca, vale a dire con larte e la cultura che più di
ogni altra (lo aveva capito Savinio) ha mescolato
linconciliabile della vita e della morte, confermando un
detto di Eraclito che aveva appunto affermato che luomo è
tale in quanto vivente porta dentro di sé la propria
morte. Pomona è questa figura, è
leccesso della vita che mentre espone la sua nudità al
mondo, al tempo stesso mostra la labilità dei suoi contorni,
linfinita tristezza che la abita. Ma il rapporto con il
mito trova la sua dimensione più tesa nella serie dei cavalieri.
E il mito che si presenta già nella forma della scissione
paradossale di apollineo e di dionisiaco. La forza dirompente del
cavallo è chiusa nella forza dellarco delle gambe del
cavaliere. Solo così, nel dominio dellapollineo, la forza
paradossale della vita infigurabile, può trovare forma e figura.
Ma Marini va oltre. Camille Paglia, in una serie di testi
considerati scandalosi, ha proposto lidea
dellopera darte come un campo di forze sessuali
percorso da fluttuazioni che provocano ingorghi, intrecci,
movimento. La sua superficie, in apparenza silente, diventa ai
suoi occhi onda, flusso, risacca. Riflettiamo un attimo su questa
provocazione: lopera darte come campo di forze
sessuali, e il suo pensiero, il pensiero proprio
dellarte, come pornologia, vale a dire come
lirruzione del porno, di ciò che è stato
considerato osceno, nello spazio del logos. Difficile cedere alla
suggestione della sua proposta, ma difficile anche rimuoverla
semplicemente, appena abbiamo riflettuto sulla nostra esperienza
delle opere darte, in cui riemerge appunto non la
disincarnata armonia winckelmanniana, o la loro sterilizzata
immagine sul tavolo anatomico della critica accademica, ma la
nostra passione intellettuale e il corpo, il suo terribile
enigma. La rimozione di quel sentimento è forse necessaria alla
scienza dellarte ma non certo a una esperienza
dellarte, e tantomeno allesperienza dellarte di
Marino Marini. La forza del cavallo si trasmette al cavaliere.
E il fallo teso del cavaliere alla Guggenheim di Venezia.
E la tensione fallica di cavallo e cavaliere insieme (per
esempio nel Cavaliere, 1951). Qui Marini raggiunge
con la sua opera una profondità abissale. La forza informe del
dionisiaco e la volontà di forma dellapollineo si
attraggono con la stessa forza con cui queste confliggono. La
forma non risolve mai la forza dionisiaca, ma se ne fa carico: la
rende esperibile, la rende comunicabile proiettando lopera
in quel campo di forze pornologico di cui parla
Paglia. Il rapporto con questopera diventa quindi uno
sprofondamento conoscitivo dentro la dimensione di una
ragione che si muove appunto allinterno di quel
ragionato sregolamento di tutti i sensi di cui ha
parlato Rimbaud, ma al tempo stesso ci obbliga a una lettura non
neutra: ci obbliga a mettere in questione non soltanto i nostri
saperi, ma addirittura i nostri sensi.
8. Il cavaliere diventa, come ha detto lo stesso
Marini, simbolo dellumanità nel crepuscolo del mattino.
Duplice come è la luce crepuscolare, che tiene dentro di sé
loscurità della notte e la luce del giorno. Duplice per la
tensione irrisolta e irrisolvibile che la sua figura esibisce in
modo lacerante. Duplice e per ciò stesso tragico in una
lacerante evidenza che forse è mai stata raggiunta
nellarte di questo secolo. Eppure il cavaliere non è solo
questo. Cè nel The Lillie and Hug Roy Cullen Sculpture
Garden di Houston un cavaliere di Marino Marini del 1939 che
manifesta una diversa tensione, una diversa duplicità: non più,
o non ancora, quella tra vita e forma, il terribile agone tra
lassenza di forma del dionisiaco e leccesso di forma
dellapollineo, che si sospende miracolosamente sulla soglia
dellistante, del tempo ora, in cui tutto si affaccia
davanti allartista e davanti a noi. Lopposizione del
cavaliere di Houston, nel Pellegrino a cavallo del
1939, è tra il qui e laltrove. Cavallo e cavaliere sono
davanti a noi; ma il loro sguardo è volto altrove. Verrebbe
voglia di dire con Baudelaire: In ogni luogo purché via
dal mondo. Cè un racconto apologo di Kafka che
sembra nato per commentare questopera di Marini, o meglio
per accompagnarsi ad essa. Via di qui, dice il
protagonista montando a cavallo. E al servo che gli raccomanda le
vettovaglie, egli risponde che se non troverà qualcosa lungo la
via morirà ugualmente. E aggiunge: Questo è davvero un
viaggio straordinario.
9. Il Pellegrino di Marini, uno dei pellegrini
di Marini. La sua vita è ricerca. Come lesule pellegrino
di Saint-John Perse, egli è straniero e dice lo straniero
tra le sabbie: Ogni cosa al mondo mi è nuova. E la
nascita del suo canto non gli era meno straniera. Perché,
infatti, compito del pellegrino è quello di trasformare il noto
in ignoto, labituale nello strano, il solito
nellinsolito. In una parola, il pellegrino è colui che sa
rianimare in noi il senso del mistero. Pellegrino, straniero. Una
popolazione nellarte e nella letteratura del nostro secolo
di viandanti, esuli e pellegrini, dal magnifico
straniero di Savinio, al paesano di Parigi di
Aragon, a Saint-John Perse, a Camus, a Jabès, alla beat
generation. Ma questa, per Marini, è una figura centrale e
iniziale: lapertura a una straordinaria sequenza di figure
che si muovono dentro lo spazio della sua opera: angeli,
giocolieri, eroi-guerrieri, miracoli
Se rivisitiamo
larte del nostro secolo a partire da qui, troveremo le
figure dei giocolieri e dei saltimbanchi di Picasso, gli angeli
in Marc, in Licini e soprattutto in Klee, e in Klee troveremo
anche le figure dei guerrieri. La cosa eccezionale è che
troviamo tutte queste figure, tutta questa popolazione di figure,
nellopera di Marini. E a questo punto mi pare necessario
interrogarci sul senso di queste figure, partendo inizialmente
dal quesito se ci sia unaltra opera del moderno in cui si
presenta una simile costellazione.
10. Molte di queste figure avevano già trovano
espressione nellopera inaugurale della modernità,
nellopera di Baudelaire. Ma cè unopera in cui
le troviamo veramente tutte, come nellopera di Marini, con
un senso che mi pare avvicinarci a quello che stiamo cercando.
Rilke nel 1907 è a Parigi e visita casualmente una grande mostra
di Cézanne. Limpatto è tale che egli tornerà per più
giorni in quelle sale, scrivendo ogni giorno le sue impressioni
alla moglie Clara. Non lo interessa la bellezza dei quadri, ma il
fatto che questa bellezza si debba assumere il compito di
significare il mondo intero, limmane, limmensa
realtà del mondo. La Sainte-Victoire è le migliaia di
compiti che in essa, nei quadri di Cézanne, possiamo cogliere.
Tra queste migliaia di compiti ne emerge uno: dare senso a un
mondo che sembra non avere più senso alcuno e, attraverso questo
senso, salvare il mondo stesso dallinapparenza,
dallinesorabile evanescenza. Cosaltro voleva dire
Cézanne quando, di fronte alla montagna della Sainte-Victoire,
affermava che bisogna fare presto prima che sparisca?
Nel 1912 Rilke crede di essere pronto a questo compito, e inizia
a Duino un ciclo di Elegie che diverranno note appunto come
Elegie duinesi.. Ma dopo il primo slancio si arresta. Anche la
guerra contribuirà con la sua feroce insensatezza a rendere
precario il compito di dare senso al mondo. E finalmente, nel
febbraio 1922, in pochi giorni, in uno slancio creativo senza
precedenti, Rilke porta a termine le Elegie. In esse, in poche
decine di pagine; troviamo tutte le figure che si muovono
nellarte del XX secolo, e che abbiamo visto popolare
lopera di Marino Marini. Proviamo almeno ad accennarne.
Pellegrino. Viviamo in un mondo, scrive Rilke nella prima Elegia,
in cui non riusciamo più a cogliere la realtà, ma soltanto un
cumulo di interpretazioni che ce la rendono sempre più remota. E
quindi giriamo come esuli nel mondo nominando le cose, come
quellalbero là sulla collina, solo in virtù
dellabitudine che si è depositata in noi come un vizio.
Labitudine è povertà di senso: è perdita di identità,
come quella che perdiamo con il nostro volto esposto alla
corrosione del vento. Di fronte a questa perdita Rilke avanza
alcune ipotesi per resistere ad essa. Eros. Leros degli
amanti, leros che esplode nel cavaliere di Marini, potrebbe
vincere questa insensatezza? Larco chiuso di un abbraccio,
larco delle gambe che chiudono la forza dirompente del
cavallo; potrebbero disegnare uno spazio di mondo
sottratto al mondo dellinsensatezza? Non solo questo spazio
svanisce quando evapora il calore dellabbraccio, ma
lamante è turbato anche dal tumulto del sangue che sale a
lui da profondità che sono a lui stesso, a noi stessi ignote.
Leroe-guerriero. Il guerriero-eroe procede verso la
muta costellazione del suo incessante pericolo. Sembra che
il suo gesto, anche se momentaneo, sia carico di senso, che
riesca a dare una forma al mondo. Ma esso è un turbine e
dun tratto mi attraversa nel soffio dellaria il
suo tono di tenebra, perché questo istante è un istante
di morte. Saltimbanchi. Possono i saltimbanchi dire più degli
amanti e più degli eroi con gli arabeschi che disegnano
librandosi nellaria? Ma le loro figure durano lattimo
del bruciore che colpisce i loro talloni quando battano dopo il
salto su un consunto tappeto. Angeli. Gli angeli
sono. Sono di una più forte esistenza. Ma che
possono dirci gli angeli che nulla sanno del mondo, del tessuto
di sofferenze e di morte che sono la trama stessa della vita,
loro, che sono protetti dalla loro stessa spiritualità, dallo
loro stessa più forte esistenza".
11. In Rilke, come in Marini, queste sono le
figure attraverso cui lartista cerca di dare un senso a un
mondo in cui, come abbiamo visto più sopra, si è perduto il
senso stesso del reale, o almeno la possibilità di fondare
questo senso su di una corrispondenza tra le nostre immagini e le
nostre parole e le cose del mondo. Queste figure sono dunque
figure tragiche nella forza del loro estremo tentativo. La
leggenda dellarte moderna si è trasformata nella tragedia
dellarte moderna.
12. Ma Rilke ci propone, alla fine, una
soluzione. Non abbiamo la possibilità di offrire una realtà
certa. Abbiamo però la possibilità di nominare nella parola e
nellimmagine questa verità proprio nella sua precarietà.
E questo significa che la nostra parole e le nostre immagini
possono dire delle cose ciò che le cose stese non sanno
intimamente di essere. Noi sappiamo la caducità e la morte.
Sappiamo anche che questo è il segno stesso della creaturalità,
dellesistenza. Nominando le cose nella loro caducità
riusciamo a cogliere di esse una verità che larte che
pretendeva leterno non ha mai nemmeno sfiorato.
13. Questa caducità, che altro non è che morte
dentro la vita, Marini laveva già scoperta nelle sue
Pomone. La straordinaria umanità di queste figure
mitiche sta proprio nel fatto che esse esprimono ciò che è più
proprio alluomo, che ha in sé e sa la propria morte, come
la Pomona triste che espone lo splendore delle sue
carni e insieme lo sguardo striato di ombra. Ma lombra non
è il buio della notte. Più vicina al buio dellombra è la
luce che acceca. Perdendo lombra il mondo ci parrà
scorticato. Che cosa sarabbe una mela in una natura morta di
Cézanne se questa non alludesse sempre anche al suo lato
dombra, al suo lato nascosto? Nelle sue figure Marini fa
così emergere il carattere più proprio e profondo
dellesistenza, che è fragile e stupenda la tempo stesso:
stupenda della sua stessa fragilità, come il ramo fiorito del
ciliegio che, nel colmo della fioritura, fa già intravedere
loltre, la pioggia bianca di petali che illumineranno la
terra prima di sfiorire definitivamente.
14. Ho percorso lopera di Marini in modo
inconsueto. Ho cercato il suo problema perché penso, con Girard,
che una delle colpe che hanno spesso resa cieca la critica sia
quella di aver sempre trascurato lintenzione e il problema
dellartista: ciò che fa emergere dallopera quello
che Klee aveva felicemente definito il bildnerisches Denken, il
pensiero proprio della figura e della raffigurazione artistica.
Perché se larte ha un senso, se larte ha una sua
necessità, è perché essa esprime un pensiero che è
inesprimibile in altre forme o con altri mezzi, un pensiero che
senza le sue immagini rimarrebbe per sempre sottratto
alluomo. Ma una volta entrati in questa dimensione, una
volta individuale le coordinate del bildnerisches Denken di
Marino Marini ci resta la cosa più importante da fare, anche
questa troppo spesso trascurata dalla critica. E un compito
che propongo non solo a chi mi legge, ma che propongo a me
stesso. Dobbiamo metterci di fronte a ogni opera, consapevoli
della densità significativa della stessa, dialogare con
limmagine, interrogare la figura, lasciando perdere gli
orpelli inutili e i suggerimenti di scuola, fino al momento in
cui essa ci parli, ci comunichi il tesoro del suo senso. Infatti,
che cosa cimporta alla fine di eventuali influssi di
Brancusi o di, tangenze con Moore. Questo va bene per uno studio
classificatorio. Ciò che mi importa e ci importa è giungere al
centro delopera, in cui si possano scorgere le tracce della
sua e della mia e della nostra esperienza del mondo. Dunque
questo mio scritto è propriamente introduttivo. Si chiude sulle
porte che si aprono su questa mostra straordinaria. Di qui in
avanti è unaltra la storia che deve essere raccontata, una
storia in cui la passione intellettuale, le emozioni mi spingono
e ci spingono dentro lopera di Marini, dentro una delle
più grandi e significative del 900, come in un territorio
ridiventato sconosciuto. Lesito di questo viaggio, di
questa esplorazione, può essere quello di sfiorare una verità
inattesa, che una volta toccata ci segna in modo incancellabile.
E una cosa che dura per sempre e che, tuttavia, si rinnova
a ogni incontro con una grande opera, con lopera di Marini.
Ma la storia di questa esplorazione non la posso raccontare io.
E la storia che ognuno di noi, nel viaggio attraverso i
paesaggi di questa mostra, deve vivere in se stesso, e
raccontarla a se stesso. E un viaggio che non solo non ha
bisogno di ulteriori garanzie, ma forse non deve nemmeno averle
perché, come ha detto il personaggio del racconto di Kafka che
ho già ricordato, è un viaggio davvero straordinario.
I Libri di Franco Rella:
Negli
occhi di Vincent. L' io nello specchio del mondo Feltrinelli |
Estetica del Romanticismo Donzelli
| Ultimo uomo Feltrinelli
| Confini. La visibilità del mondo e l' enigma
dell'autorappresentazione Pendragon
| Soglie dell' ombra. Riflessioni sul mistero Feltrinelli |
Miti e figure del moderno Feltrinelli
| Enigma della bellezza Feltrinelli
| Asterischi Feltrinelli
| Silenzio e le parole. Il pensiero nel tempo della crisi Feltrinelli |
Metamorfosi. Immagini del pensiero Feltrinelli |
Limina. Il pensiero e le cose Feltrinelli
Il saggio di Franco
Rella offre ai lettori qualità rare: chiarezza espositiva,
rispetto per la storia, coinvolgimento personale dell'autore.
Questo testo, costruito su concetti non contraddittori, aderisce
ad una visione della "modernità" vicina alle più
recenti reinterpretazioni del nichilismo nietzschiano. Per chi,
come me, ha elaborato un pensiero antitetico a quello espresso da
Rella , questo testo riserva suggerimenti d'estetica necessari
anche per un'impostazione culturale diversa. Se infatti ritengo
ormai quasi certa la nascita di un'epoca che sappia non
confondere la modernità di Galilei e di Einstein con le
involuzioni di Port Royal e le opinabili
"sapienzialita" epifaniche di Nietzsche, penso comunque
che le grandi sconfitte-vittorie dall'arte continueranno a
commuoverci.
Non sempre le sconfitte sul piano ideale danneggiano la
creatività artistica anche se il loro perdurare oltre un certo
limite storico può creare momenti, come l'attuale,
particolarmente critici. L'arte, come la spiritualità, può
concedersi un lusso precluso alla scienza: farsi permeare, magari
inconsapevolmente e contro voglia, dalle grandi tradizioni di chi
ci ha preceduto. Il demone del significante, se
non diventa la scusa per mascherare la propria ignavia, può
ancora albergare nelle pieghe nascoste della fantasia.(Continua)
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