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I Saggi di Gnomiz
Continua dalla pagina precedente
(Note di Luigi Granetto
al saggio "Un viaggio straordinario.
Le figure di Marino Marini" di Franco Rella)
Quando si avrà il coraggio di capire che la ricerca
dell' autocoscienza in Rimbaud non fu il preludio di una nuova
epoca ma solo una rielaborazione in chiave romantica di un
giovane che aveva letto Sant'Agostino, si avrà pure la sorpresa
di constatare come anche un ribelle, se innocente, può rendere
udibili pensieri più grandi di lui.
Non sarà difficile immaginarsi Rimbaud leggere nelle
"Confessioni": "..et venerat dies, quo nuader mihi
et increparet in me coscientia mea"; e ancora meno difficile
pensarlo immagato da quel verbo, " increparent"
(screpitare), memore dell'uso che ne fece Virgilio quando volle
portarci nella bufera "saevas increpat aura minas" o
Properzio per il suono di una tuba " tuba terribilum sanitum
increpuit"; scommettere infine che, il vento che fa
screpitare fiere minacce e la tromba, il suo squillo tremendo,
possano trasmettere una risonanza, un ritorno di suono, più
potente di un freddo significato filosofico.
Non sarà difficile, insomma, convincersi del semplice fatto che
Rimbaud possa essersi accorto, per via poetica ed immaginifica,
che nelle parole di Agostino la coscienza non osa porsi come
autocoscienza.
Una coscienza "nuda", astratta, un luogo dove
"risuona" quell'intricata realtà psichica le cui
ramificazioni si perdono fino al mondo dei silenzi inorganici:
"ecce illa discedunt ut alia succedunt": qui ecco ogni
cosa dilegua per far posto ad altre.
E' comprensibile come la riscoperta del luogo dell'autocoscienza,
attuata in un epoca anticristiana e priva dell'ausilio della
moderna psicanalisi, possa solo approdare o al nichilismo o ad un
confuso rito dei padri. Ne sono un valido esempio: la conversione
al cristianesimo da parte di Rimbaud, la scomparsa dell'angelo
nell'ultima elegia Duinese di Rilke, lo "spiritualismo"
epico di Marini .
A questo punto, però, penso sia legittimo domandarsi come mai
questa fantomatica "modernità" non sia riuscita a
reagire alla sua cronica predisposizione alla fuga, "non
importa dove fuori dal mondo" come per il titolo del quadro
del 1919 di Chagal. Probabilmente la grande rivoluzione, attuata
scientificamente da Galilei ed eticamente da Lutero, ha creato
valori troppo nuovi, difficilmente comprensibili con
argomentazioni vecchie. Purtroppo, come ricorda Roberto Bazlen
nelle sue paradossali "Note Senza Testo" : "..il
nemico peggiore è il nemico che ha i nostri argomenti".
E' curioso notare, per esempio, come gli argomenti utilizzati da
Marx per descrivere l'alienazione, l'estraniarsi da séche il
capitalismo rappresenta per l'uomo, siano gli stessi di
Kierkegard contro l'estraniarsi da sé che la cristianità
rappresenta per il cristiano.
Non potendo più accettare come credibile il sistema mimetico di
riferimento di un sapere filosofico-religioso che portasse a
livello di metalinguaggio le rappresentazioni soggettive
dell'uomo, sia nella forma simbolica arcaica delle raffigurazioni
mitologiche, sia in quelle di derivazione alchemica
dell'emulazione dei processi della natura, l'artista di questa
"modernità" non ha trovato di meglio che ritrasformare
l'istinto della paura, nella negazione della simultaneità
esistenziale che intercorre fra soggetto pensante e realtà
fattuale.
Questo bamboleggiarsi con il non essere, finirà con Heidegger a
trasformarsi addirittura in autentica disperazione, in assoluta
precarietà solipsistica, pronta ad accogliere un ennesimo
capovolgimento dei valori dell'esistente, fino al punto
raccapricciante in cui, come il filosofo tedesco stesso afferma,
: "..l'esistenza significa permanenza nel nulla" .
Giunti a questo punto è fin troppo facile, descrivere lo
"stimmung", lo stato d'animo, non come una emergenza
istintuale che ci riporti ad una comprensione sempre più chiara
dell'oggettività della natura, ma come "carattere
ontologico dell'esistenza, oscuro nella sua origine e nel suo
destino", capace di far nascere nell'uomo una coscienza
morale quale " richiamo dell'inquietudine, della situazione
penosa dell'essere nel mondo, che richiama l'esistenza al suo
proprio poter essere colpevole".
Questo credersi colpevoli, farà intendere o meglio fraintendere
" la propria esistenza nella penosa situazione del suo
isolamento" quella situazione che sembra fatta apposta per
concedere alla "risolutezza" hitleriana il privilegio
d'avversare " l'irresolutezza del si impersonale".
Il comico di una tale lugubre notte della decadenza della
"modernità" sta nel fatto che pur non essendo
ineluttabile, è stata cominque ritenuta tale. Che "
l'esistenza risoluta" divenga in pittura la paesana
vitalità in Picasso, temperata per fortuna dalla potenza di un
significante indotto dai suoi geniali furti ispirativi (Greco,
Velasquez, Goya) o che rimastichi il bell'effetto manieristico
che, sempre, un'enigma classicista fa ad un popolo di balilla,
oppure che tenti il più sciocco e perverso degli azzeramenti
come nell'irrazionale razionalismo di Mondrian, il risultato
sarà sempre lo stesso: impedire che l'uomo rifondi su basi
chiare, tendenzialmente oggettive, il suo permanere con altri
uomini sulla terra, il suo sentirsi partecipe di una civiltà
evoluta. Accogliendo il suggerimento di Franco Rella di
"metterci di fronte a ogni opera" di Marino Marini
"consapevoli della densità significativa della
stessa", cerchiamo anche di lasciarci dietro alle spalle
questo inutile atrezzo che abbiamo creduto fosse la
"modernità" con tutti i suoi orpelli di finte epifanie
e d'improbabili novità.
Ci sia di conforto il fatto che anche il più moderno dei poeti
contemporanei, Pound, alla fine si era convinto che: " To
have gathered from the air a live tradition / or from fine old
eye the unconquered flame / this is not vanity. / Here error is
all in the not done, / all in the diffidence that faltered.- Aver
raccolto dal vento una tradizione viva / o da un bell'occhio
antico la fiamma inviolata / questa non è vanità. / Qui
l'errore è in ciò che non si è fatto, / nella diffidenza che
fece esitare".(Luigi Granetto)
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