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I Saggi di Gnomiz  


Per Rella e Granetto di Lucas Lucatero
E' vero. Per qualche motivo la mia mente non ha realmente decodificato la scritta "Continua dalla pagina precedente etc" e, non facendo neanche caso alla numerazione dei paragrafi, ha preso quel testo per un intervento suo invece che di Rella. Arrossendo q.b., aggiungo però che mi sembra sintomatico che la lettura ripetuta (giuro!) di quella parte di testo non mi abbia fatto sospettare la presenza dei 6 paragrafi precedenti (ciò che seguiva invece non l'ho letto in quanto ormai preso dalla redazione del mio avventato intervento). Sono comunque lieto che, nonostante la gaffe, sia stata recepita la rilevanza della questione. Aldilà delle carenze culturali (la mia formazione è prevalentemente scientifica) o di impegno, la problematica, nella sua essenza, mi sembra analoga a quella posta in evidenza dall'"affare Sokal" (cfr. http://www.physics.nyu.edu/faculty/sokal
Referenze: Lucatero a Granetto Pagina145, saggio di Franco Rella su Marino Marini , Pagina141, commento di Granetto Pagina142

Crime-Z di Paula Levine
Crime-Z-land is an interactive installation/public art project by Stephen Wilson, with design and fabrication assistance from Bruce Cannon and Mike Wong. The installation is located in an open downtown public lot, strategically situated across the street from San Francisco's City Hall, and offers a counterpoint to Davies Concert Hall and the San Francisco Opera. Sponsored by the Arts Commission Gallery, a non-profit San Francisco arts organization, the work is one of a series of installations the Art Commission Gallery curates throughout the year, using this urban site to present public art. Crime-Z-land is a complex layering of technological and conceptual components and functions as a provocative and ironic work. It creates a public space where crime masquerades as entertainment; the site's theme park facade serves to mask its serious intent. Crime-Z-land raises questions concerning nature and definition of crime, prompting discussion on the roles, degree of complacency, and responsibility of citizens. A complex setup of computers runs the installation - two computers, three chip computers, and two web servers. "That means," says Wilson, "that when everything stops, the scanner is still working. And sometimes when the internet stops, the poles are still working because they are run by the Mac II...It's like 10 pieces going on at once, and the internet piece could go on without the rest of it."
Paula Levine teaches in the Conceptual/Information Arts, Art Department, San Francisco State University. Her video work has been shown in Canada, the United States and Europe. Her current projects include "Blotto", a web site that brings together work and ideas from Hermann Rorschach, religion and projection and "Burials and Borders", a project on land, history and memory and a coming to terms with the past. It is situated in Israel, with a focus on the Golan Heights.
Stephen Wilson is a San Francisco author, artist and professor who explores the cultural implications of new technologies. His interactive installations have been shown internationally in galleries and SIGGRAPH, CHI, NCGA, Ars Electronica, and V2 art shows. His computer mediated art works probe issues such as World Wide Web & telecommunications; artificial intelligence and robotics; hypermedia and the structure of information; synthetic voice; and environmental sensing. He won the Prize of Distinction in Ars Electronica's international competitions for interactive art.
Crime-Z-land: ( http://userwww.sfsu.edu/~netart/crimezy/crimemain.html
Wilson, Stephen. Portfolio and Project Descriptions ( http://userwww.sfsu.edu/~swilson/ ).
CTHEORY is an international journal of theory, technology and culture. Articles, interviews, and key book reviews in contemporary discourse are published weekly as well as theorisations of major "event-scenes" in the mediascape.

Aise: Agenzia di Stampa a cura di G. Della Noce
Gentili Signori, abbiamo appena visitato il vostro sito e vi facciamo i nostri complimenti. Vi informiamo che la nostra Agenzia di stampa quotidiana AISE e' attualmente aperta al sito http://www.aise.it e pertanto potete inserirla tra quelle che sono sul vostro sito. Anche il sito http://www.aise.it/ambrogio , che e' un rotocalco settimanale , puo' essere inserito perche' aperto. Fateci conoscere altre forme di possibile collaborazione. cordiali saluti.

Il Sessantotto: Pathos, nuovo occidente e rivolta studentesca di Daniele Banfi
IL SESSANTOTTO, PATHOS DELLA COSCIENZA MONDIALE
L' impressione è che il 68 fu, più che in altri momenti della storia dell'occidente di questo secolo, un periodo breve e intenso di forte pathos collettivo. Potremmo compararlo a fenomeni confinanti con il momento rivoluzionario, senza per altro esserlo (infatti non fu momento di rottura tale da determinare la nascita di un nuovo ordine); per certi aspetti fu momento utopico e in alcuni nobili casi anche profetico, ma perchè potessero radicarsi le spinte profonde che le coscienze di allora avvertivano erano probabilmente necessarie dinamiche più lente, una chiave interpretativa meno soggettiva, e quindi il momento utopico o profetico lasciò molti delusi, quasi orfani e nostalgici, catturati da un sogno che muore all'alba. La categoria di pathos, per quanto possa apparire scientificamente poco storica, può essere una chiave interpretativa soprtattutto per la sua valenza dialettica con il concetto di ragione così come la cultura occidentale lo ha elaborato. Dice U.Galimberti in "Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli ,pp.185: " Le cose del mondo possono essere lette dalla coscienza razionale come solide figure della sua costituzione o dall'immaginario come messaggi rinvianti a un ordine trascendente. La decisione non è confortata da nessuna ragione, perchè motivo, fondamento e ragione sono tutte categorie inscritte nella coscienza razionale che tende sempre ad assolutizzare se stessa, mentre qui si tratta di decidere se trattenersi in essa o se trascenderla. La libertà dell'uomo viene qui rivendicata in tutto il suo più profondo e drammatico significato. Nel primo caso, l'uomo fa della terra dischiusa dalla ragione il suo mondo, in esso si assesta, con le sue categorie logiche lo organizza, scientificamente lo domina e tecnicamente lo usa. Nel secondo caso la terra diventa il luogo in cui è dato di ascoltare la voce dell'oltre, il cui senso è inaccessibile al sapere razionale che non può sporgere dal suo schema se non a costo del proprio sacrificio. O salviamo la ragione a scapito dell'uomo che è anche pathos, o salviamo l'uomo che però, senza l'argine
della ragione, rischia la pazzia che è la deriva del pathos". Questo in sintesi credo sia il problema che storicamente si è posto col sessantotto. La rivolta del pathos contro una ragione che cominciava a mostrare il suo lato oscuro, ma allo stesso tempo la scoperta che il pathos può essere ancor più distruttivo di quanto la ragione non sia. Il sessantotto fu momento di pathos soprattutto per la rivendicazione radicale di libertà contro il sistema che la ragione occidentale, con la sua democrazia e le sue istituzioni politiche, culturali, economiche, aveva elaborato, alienando la vita dei più. Ad accrescere questo disagio collettivo ci pensarono poi gli echi delle vicende mondiali trasmesse nel villaggio globale dai tam-tam dei mezzi di comunicazione di massa (radio e soprattutto tv). In scena in quegli anni è parso andare la crisi delle democrazie occidentali, e di questo la gente se ne è resa suo malgrado consapevole. Al boom economico seguiva la consapevolezza del costo sociale di questo sviluppo; in particolare la percezione era che la macchina non fosse più tanto democraticamente governabile perchè poteri nascosti, grandi vecchi, meccanismi strutturali si erano consolidati e essi ormai sembravano imporre la loro logica di alienazione rispetto alla vita che liberamente si voleva vivere, togliendo futuro. Fatti precisi diedero a questa percezione l'immaginario della lotta fra il bene e il male, con tutti i riduzionismi del caso: da una parte M.L.King, B.Kennedy, Che Guevara, e poi i sit-in, le manifestazioni, i giorni alla Woodstock permettevano di sognare; ma questi sogni venivano infranti dai cattivi: potevano essere le istituzioni di turno, o i colonelli della Grecia, i carri armati russi in Cecoslovacchia, gli americani in Vietnam, la scoperta che si camminava sull';orlo della catastrofe nucleare... La gente, impotente, assisteva ad una comunicazione che mandava in scena cose di cui non si sapeva più il perchè, di cui essa non era più soggetto per quanto ne dovesse essere interprete. Una storia che ogni giorno dava spessore al pathos... ma lasciava in ombra e nel non detto i perchè. Il gruppo socialmente più sensibile e più colpito da queste dinamiche del mondo occidentale erano inevitabilmente i giovani, e conseguentemente l'istituzione più discussa la scuola, in quanto paladina dell'ordine della tradizione e strumento di preparazione e integrazione ad esso, ma allo stesso tempo luogo dell'utopico, dell'elaborazione di un sapere critico sul sistema con il quale si trattava di trovare l'integrazione. Tutto ciò si traduceva innanzitutto in una consapevolezza: che le risposte date dalla cultura tradizionale ormai non reggevano più. Il desiderio di liberazione e di nuovi valori, legati all'esperienza della corporeità espressa e non repressa, dell'uguaglianza (razziale e sessuale), del valore dell'individuo al di là di ogni sua capacità di responsabile progettazione di sè e integrazione con il sistema, la crisi della famiglia tradizionale, del senso delle istituzioni (stato, chiesa, scuola...) obbligavano ad un impegno: rifare il mondo. Ma per riuscirci occorreva almeno una chiave interpretativa complessiva della realtà, di cui i giovani erano alla ricerca. In questo sforzo i giovani, in particolare gli studenti universitari, divennero "classe sociale" credo come non mai, rivendicando diritti, interessi specifici, bisogni... e come tali chiesero di essere riconosciuti dalla società civile e dalle istituzioni, che forse a questo non erano pronte. Queste ebbero spesso gioco facile nel dire che la nuova classe sociale degli studenti sapeva ben esprimere i propri diritti, ma che sarebbe stato meglio si dedicasse ai suoi doveri.
IL SESSANTOTTO, RICERCA DI UNA CHIAVE INTERPRETATIVA PER UN NUOVO OCCIDENTE
Gli studenti occidentali erano dunque alla ricerca di una loro identità, di un ruolo sociale più significativo di quello dei destinati all';integrazione lavorativa, in attesa di entrare nel sistema; e allo stesso tempo erano alla ricerca di chiavi interpretative nuove del sistema mondo che si mostrava dinanzi a loro, chiavi interpretative che ne permettesero in qualche modo la trasformazione, il miglioramento, evitando talune storture più che evidenti. Che cosa trovarono? Quale cultura seppe innervare la loro ricerca? Chi furono i maestri che diedero loro la parola? L'adesione andò a concezioni che potevano dar spazio a forme di radicalismo libertario e collettivo (poi diverrà individualista); il maggio francese, per quanto possa risultare significativo, spinse soprattutto in questo senso. Oppure, a chi continuava a desiderare e a ritenere possibile la rivoluzione e la trasformazione del sistema mondo, fu poi facile avvicinarsi a forme di marxismo (dal maoismo... al leninismo); la probabile ragione di ciò va ricercata nella carica utopica in esso presente e allo stesso tempo nel forte richiamo alla struttura economica come elemento centrale per l'analisi del sistema mondo, ai fini della modifica dell'esistente. Ma in entrambi i casi e tralasciando le forme nuove e inedite in cui si espresse la cultura giovanile di quegli anni, la comprensione della realtà mondo fu operazione fatta con molto, forse troppo, pathos; anche coloro che avrebbero dovuto promuovere tale operazione, i maestri di quegli anni, preferirono diventare "carismatici", "barricaderi", "impegnati", ...forse servivano soprattutto dei pensanti, ma anche questi vennero catturati dal pathos. Se il radicalismo era inevitabile che conducesse l'esperienza del 68 ad esaurirsi in forme di spontaneismo ed esaltazione del'individuo-alismo ("cannaiolo"), la chiave interpretativa marxista poteva dargli qualche chances maggiore di spessore interpretativo. L'analisi della crisi, grazie al pensiero marxista, amplificò molto la chiave di lettura economica dei processi storici in atto, e la koinè economicista che a molti dava la possibilità di leggere la deriva del mondo occidentale in senso capitalistico permise di scoprire fin da subito alcune delle profonde contraddizioni insite nella razionalità di cui si faceva interprete l'occidente con la proposta del suo sistema mondo (divario nord sud, i costi sociali e ambientali dello sviluppo, il confronto tra i blocchi...); ciò che mancò fu il passaggio dalla interpretazione all'azione, dal momento che (non certo per mancanza di buona volontà) i progetti di riforma non poterono liberarsi dalla logica rivoluzionaria ancora dialettico-conflittuale, tipico dell'approccio e del metodo politico figlio dell'ideologia marxista; ragion per cui dinanzi alla magia e alla potenza di sviluppo evocata dall'occidente la chiave interpretativa marxista dava vita, dentro il conflitto ideologico, non alla trasformazione dell'esistente attraverso la formulazione di un sistema nuovo comunque sintetico rispetto al precedente, piuttosto alla palingenesi: grandi sogni e utopie di trasformazione totale, grandi piani organizzativi pluriennali, quinquennali... che ben presto mostravano il fiato corto. Il desiderio di rifare il mondo è stato cattivo consigliere che non ha concesso il tempo per una disamina attenta della situazione reale, l'unica capace di avviare ad un nuovo ordine economico Soprattutto l'analisi intorno ai temi dello sviluppo e ai suoi costi, continuò ad essere luogo di scontro e di creazione del consenso per i politici, per il formarsi di poli e correnti ideologiche e culturali, ma non certo, quand'anche si discuteva di economia... per la considerazione e la discussione intorno alla razionalità economica alla base del mondo occidentale. Le stesse analisi marxiste sembravano alla fin fine modalità intuitive, sovente si riducevano a proporre della realtà storica interpretazioni per processi sommari, che nel 68 si manifestarono in semplificazioni manichee. Per questo la cultura che si proponeva ai molti giovani di allora come la più seria chiave interpretativa del reale per quanto avesse espliciti riferimenti all'economia si trasformava troppo velocemente in utopia, poi in sogno, e infine, una volta "diventati grandi", in un retaggio giovanile da lasciar cadere, presi come si era dal rampantisnmo di cui molti ex sessantottini divennero interpreti. Il vuoto di cultura che bruciò il sessantotto fu soprattutto quello connesso ad una mancata analisi realistica e seria della complessità del sistema economico occidentale.
IL SESSANTOTTO, GLI STUDENTI E LA SCUOLA IN ITALIA
Con questo complesso quadro storico culturale mondiale, ma soprattutto occidentale ed europeo, il mondo degli studenti, e in particolare quello universitario, si trovò ben presto a dover fare i conti. Il caso italiano ebbe una dinamica molto interessante: le università italiane che entrarono in lotta furono diverse e diverse furono le esperienze del movimento
studentesco in esse: ci fu chi avviò la contestazione in riferimento all' arretratezza, all'autoritarismo, alla chiusura del mondo accademico, invocando le autogestioni, un modo di fare cultura più vicino ai bisogni giovanili (Torino, Trento); ben presto l'atto di accusa al mondo della scuola diventava però semplicemente il momento di passaggio ad una messa in discussione di tutto il sistema: erano i valori, i ritmi di vita, le possibilità di realizzazione che il mondo così come era organizzato sapeva offrire che venivano ad essere criticati, anche in forma cruenta (Milano); in altri casi questa rivolta alla tradizione trovava poi sbocco nella adesione a concezioni ideologiche forti, e sebbene questa non fu esperienza di tutti gli studenti ma solo dei più impegnati nella contestazione, divenne poi elemento caratterizzante il fenomeno complessivo del'68. Le concezioni marxiste -leniniste sembravano essere punto di riferimento per l'agire dello stesso movimento studentesco nel suo complesso (Pisa, Roma). A chi avesse la pazienza di leggere fino in fondo la parabola del 68, ad esempio continuandola nel
69 balzerebbe però subito all'occhio il trasformarsi dell'esperienza studentesca: da una parte le contestazioni globali si tradussero poi in richieste pragmatiche (mense, esami, piani di studio, tasse...); dall'altra la spinta ideologica del movimento studentesco confluì all'interno del mondo operaio, abbandonando il suo originario terreno. Di certo l'evoluzione ora descritta delle forme di presenza del movimento studenti nelle università della contestazione soffrì di un difficile rapporto fra conflitto e negoziazione. Il mondo accademico si rivelò poco attento, e forse è dir poco, ai bisogni che gli studenti ponevano; ma soprattutto nel momento della crisi si preferì scegliere la strada della chiusura, della contrapposizione, invece che della negoziazione, per quanto conflittuale. Forse era scarsa la percezione che gli studenti erano a tutti gli effetti una "classe sociale" da riconoscere, per quanto esprimesse molti diritti e manifestasse minor responsabilità nei confronti dei suoi presunti doveri. Lo stesso probabilmente si deve dire di buona parte del mondo politico, che sembra non esserci neppure stato nel 68... (a parte un intervento al Parlamento, presto divenuto famoso, sulle ragioni degli studenti...di Moro) e che è stato invece incredibilmente attivo poi, e il confronto stride, nel costruire le modalità per la caduta in disgrazia o per l';oblio di quel periodo, con il corollario dell'equazione sessantotto=nascita del terrorismo, tutto da discutere... Neppure il mondo della cultura esce bene da quell'anno: cercò di fare sessantotto, ma non era che un andare a seguito... tre provocazioni intorno al sessantotto ... e una favola.
1. L'analisi del 68 mi pare riveli che il sistema mondo per come l'occidente lo ha impostato, presenti dei costi molti alti di cui la classe povera degli studenti di allora in qualche modo, forse poco lucido ma molto sentito, ne avevano avvertito il lato oscuro. Oggi noi, pare, non ci accorgiamo più tanto di questa situazione di disagio: forse ci siamo abituati? O forse siamo riusciti ad esportare buona parte dei disagi che allora pagavamo su altri? e allora su chi?
2. Viviamo di passioni e di pathos, ma per non cadere nella follia dell'istante abbiamo bisogno di utopie, senz'altro; ma neppure le utopie ci bastano, perchè la rivoluzione riesce solo quando alla pars destruens segue la construens; abbiamo perciò bisogno di pathos, di utopia, ma anche e soprattutto di lucide razionalità, che facciano i conti con la complessità della realtà, che oggi è terribilmente economica; abbiamo bisogno di intelligenze non necessariamente carismatiche, barricadere, movimentiste..., semplicemente delle intelligenze che spieghino alla gente come sia possibile avere a che fare con un sistema come il mercato, senza per questo diventare tutti mercanti e mercificatori. Nel caso questo non avvenga è inutile chiedere alla gente di non credere a chi gli promette sogni ideologici o consumistici...
3. La scuola ha un grande compito, il sessantotto ce lo ricorda, soprattutto perchè gli studenti sono una classe sociale che più di altre paga per poter allo stesso tempo progettare il mondo sulla base di quello esistente nel quale è chiamata ad integrarsi. La scuola è il laboratorio del nuovo mondo. Ma che lo si dica una volta sola, poi basta. Non è più tempo per la retorica sulla scuola, perchè il grande compito della scuola pochi lo credono davvero possibile a questa scuola. Soprattutto chi ci vive e lavora è stanco di essere usato come tappeto a cui chiedere che disagi e polvere vengono pazientemente nascosti; a che serve infatti un tappeto? La classe docente oggi neppure riesce a denunciare, tanto è basso il suo grado di autorevolezza e considerazione sociale, la lacerazione di cui vive la scuola è che non può essere imputata ad essa: tra la necessità di introdurre al sistema mondo così come l'occidente lo ha generato, e allo stesso tempo il coltivare le ragioni critiche che denunciano tale sistema come discriminante e pericoloso. Le schizofrenie non aiutano nessuno a crescere, e la scuola occidentale ne soffre... quando cerca di essere scuola; potrebbe ridursi alla sua semplice valenza tecnica, istruttiva... e allora forse perderebbe la sua lacerante schizofrenia. In attesa di un nuovo sessantotto. Nel frattempo chi insegna è lasciato troppo solo nel gestire i sogni delle nuove generazioni, e il più delle volte in condizioni tali da doversi proporre innanzitutto come interprete del suo tempo nella veste del "custode" di ciò che fu, senza alcuna possibilità di spazio per l'annuncio del nuovo. Troppo indietro i custodi, troppo avanti gli angeli... Ci vorrebbero angeli custodi.
4. Tanti anni fa, quando correva l'epoca del "Dio è morto", la terra era abitata da molti uomini. Alcuni tranquillamente ne combinavano di cotte e di crude, convinti di essere loro i padri eterni, altri si domandavano dove diavolo fosse finito Dio, altri ancora guardavano la televisione. Anche gli angeli erano preoccupati. Quando salivano presso la porta del Paradiso e sentivano solo silenzio... non sapevano cosa pensare. Si riunirono e, visto che Dio non si sapeva che fine avesse fatto, decisero di prendere l'iniziativa e di mettersi loro al suo posto, giusto per mandare avanti le cose. Ma c'era da entrare in Paradiso... L'impresa non era delle più facili, e benchè fossero gli angeli a tentarla, anche loro avevano bisogno di aiuto.
E allora, dopo un gran consulto, si decisero. Genialmente pensarono di chiedere aiuto all'antagonista di Dio, che aveva tutto il suo interesse a conquistarsi anche lui il Paradiso, ... sempre che Dio fosse davvero morto. Scesero agli inferi e chiesero al diavolo se ci stava all'impresa, gli offrirono addirittura il comando pur di averlo come loro capo. Il diavolo disse: "Ci penserò, tornate fra un anno". Fu proprio allora che cominciò il sessantotto. Per un anno gli angeli furono costretti a svolazzare per la terra, parlavano del Paradiso che a loro mancava tanto e della sua conquista possibile; si accorsero che gli uomini erano davvero convinti che Dio fosse morto, che però credevano lo stesso al Paradiso, e nonostante ne trovarono molti scettici, riuscirono a convincerne alcuni che il Paradiso era possibile; per lo più erano giovani e studenti. Erano comunque pochi, ma si facevano forza: se fossero riusciti ad aprire anche solo un pochino la porta tanto da poter mostrare agli scettici il ben di Dio che il Paradiso celava, erano convinti che tutti si sarebbero precipitati in massa ad aiutarli. Fu proprio allora che il diavolo li richiamò per comunicare la sua decisione. Gli angeli allora tornarono agli inferi per la risposta. E il diavolo disse: "Ci ho pensato a lungo: mi spiace, ma non mi conviene. Se conquisto il Paradiso poi mi tocca diventare Dio e avere tra i piedi giorno e notte gli uomini; e prima o poi succederà di certo che a qualcuno di voi venga voglia di fare il diavolo al posto mio... E poi guardateli gli uomini: non vogliono Dio, vogliono solo il Paradiso". Fu così che quell';anno gli angeli restarono fuori dal paradiso, degli uomini alcuni tranquillamente continuarono a combinarne di cotte e di crude convinti di essere loro i padri eterni, altri smisero di domandarsi dove diavolo fosse finito Dio, alcuni dissero di aver visto il diavolo, molti si misero a guardare la televisione, ... e gli studenti si dissero che il Paradiso era un bel sogno, ma che era tempo di diventare grandi. Pochi, troppo pochi, capirono la morale della favola: che solo Dio è signore degli angeli. Ma per questi pochi, che al massimo furono due o tre...Dio decise che sarebbe tornato a farsi vivo, e a sorridere, ... e poi scrisse sul suo diario: "buono, molto buono".Daniele Banfi insegna filosofia al Collegio San Carlo di Milano

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