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I Saggi di Gnomiz
Nado Canuti: il canto e il gioco
dello scultore-poeta di Luciano
Caramel
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| Il canto
del poeta ottone dipinto (1998) cm.47x28 |
Il gioco
della Gabbia ottone dipinto (1998) cm. 43x24x16,5 |
Il salto
del grillo ottone e bronzo dipinto (1998) cm.42x20x19 |
Queste nuove opere di Nado Canuti mi hanno
riempito di gioia. Per esse, per le sensazioni che mi hanno dato,
per le reazioni emotive che hanno in me sollecitato sono riuscito
a trovare un unico punto di riferimento, quello del Circo
di Calder. Non in termini di stile, ovviamente, né,
direttamente, di immagine. I due artisti sono di fatto
inconfrontabilio e non solo per rispetto alla compiuta, e
definitivamente storicizzata, grandezza del lavoro del maestro
statunitense. Ma per diversità medesima, sostanziale, del
registro operativo dei due autori, inavvicinabili per poetica,
temperie creativa, risultati. Eppure queste recentissime sculture
di Canuti, per il corrispondere di un' aerea lievità formale ad
un'ispirazione liricamente libera, all'apparenza incontaminata da
condizionamenti culturali, quasi si trattasse del miracolo del
riuscire a recuperare l'inventiva, fantastica disponibilità al
sogno dell'infanzia, mi hanno fatto rivivere quanto ho provato di
fronte all'affollato spettacolo inscenato nella complessa
installazione dell'opera di Calder nel Whitney Museum Art di New
York o, solo qualche mese fa, vedendo le figurine in filo
metallico, al tema del circo connesse, esposte nella
retrospettiva alla National Gallery of Art di Washington. Il Circo
di Calder, oltre tutto, nacque all'alba dell'attività
dell'artista, allora neppure trentenne, mentre queste
"costruzioni" di Canuti sono un frutto della piena
maturità. E verrebbe voglia di trarre da siffatta constatazione
deduzioni relative ad una raggiunta serenità, da parte di Nado,
ad un conquistato appagamento spirituale, che possono essere
anche in questo senso reali, ma che credo fuorvianti, se
accettate troppo rigidamente, sulla direttrice di una stretta
consequenzialità tra vissuto psicologico, anche inconscio, e
formatività artistica. L'acuta analisi di Lyotard sui limiti, e
i pericoli, di giudizi fondati sulla riduttiva concezione
dell'arte come fatto proiettivo (icasticamente sintetizzata nel
titolo di un suo celebre saggio: "Freud visto da
Cézanne", ossia la posizione di Freud sull'arte giudicata
attraverso il lavoro, cronologicamente antecedente, del Maestro
delle Bagnanti) dovrebbe essere risolutiva nel
disincentivare accostamenti che, in ogni caso, preferisco non
proporre. E meno che mai in questo caso. Le "gabbie"
di oggi hanno un diretto precedente in quelle realizzate ben
sedici anni fa, talora sorprendentemente affini, nei titoli ( la il
gioco dell'angelo, qui il gioco nella gabbia, il gioco nel
quadrato). Anche allora appariva tra
l'altro quella componibilità, e quindi manipolabilità, delle
sculture che rivela l'interesse di Canuti, ben prima degli anni
Novanta, per una scultura che, nella scultura (mai dall'artista
negata nei suoi attributi statuari), si apra a una fruizione non
solo contemplativa, distaccata, ma tale da coinvolgere il
destinatario (non più recettore di un qualcosa di
definitivamente chiuso, da accogliere in quanto tale) nella
definizione stessa dell'immagine, "aperta" ad una serie
di possibilità progettate e previste dall'autore, ma non per
questo non effettive. Tale costitutiva inclusione di un momento
di cooperazione aggiunto al primario ruolo di ideazione e
costruzione dell'artista corrispondeva poi, e corrisponde, al
"senso" dell'opera, che si realizza compiutamente nella
manipolazione, appunto, giocosa delle singole parti. Che nella
varietà delle soluzioni ottenibili esalta quella metaforicità
che è tra i fattori denotativi dell'opera di Canuti. Il quale
parla di "una forma polimorfa, cioè non statica, fissa,
ineccepibile". "Una forma", ha scritto in un testo
pubblicato nella monografia del 1996 di Arturo Schwarz; che
potesse essere invito a farsi aprire e chiudere, comunque
modificare compositivamente. Una scultura "viva"
quindi, che può mettersi in carattere con chi la fruisce; che
anzi provoca la fantasia del riguardante che in questo caso piò
"governare", secondo la propria sensibilità, le
diverse azioni da me predisposte. L'artista si fida della
componente creativa di ciascuno. Ed è in questi termini, con
queste intenzioni di lavoro che chiedono collaborazione a chi
guarda e a chi interagisce, che propongo questa scultura
polimorfa". Qualche riga prima, sempre in quel testo, Canuti
avanza delle osservazioni riferite ad altre, diverse opere, che
possono però essere illuminanti anche per una migliore
comprensione di quanto viene in quest'occasione presentato.
Scriveva infatti l'artista: "Ho iniziato nel 1972 a
costruire delle forme che chiamai onirogrammi ed ho esteso a
concetto questa sorte di labirinto formale dove i pensieri, le
idee, le percezioni spaziali potessero coesistere". Che è,
a ben vedere, quanto ancora ritroviamo nelle forme colorate,
festose di queste architetture potenziali o, definite solo
indicativamente nelle loro strutture, dalle quali si può uscire
come entrarci; dei "labirinti", appunto, appena
accennati, sede quanto mai propizia per un interrelarsi di stati
d'animo, che finiscono poi col comporsi nella sintesi dinamica
dell'affabulazione poetica, nel Canto del Poeta come Canuti
ha chiamato una delle sue ultime realizzazioni. Canto
che, spesso, e proprio anche per la praticabilità manipolatoria,
è nutrito di valenze ludiche, che si esprimono nelle stesse
scelte cromatiche chiare, gioiose, ben remote, queste si,
dall'abituale produzione plastica dell'artista. E qui è
opportuno scendere ad altre precisazioni, per offrire, in un
certi senso, al visitatore della mostra delle "istruzioni
per l'uso", in parte già implicite in quanto sopra s'è
detto. Utile soprattutto è l'evitare di vedere questi estremi
(dal punto di vista temporale) lavori come qualcosa che rimetta
in discussione il prima, che invece già includeva, l'abbiamo
detto, anche una siffatta vena. Non si tratta, in altre parole,
di un'inversione di rotta, che in qualche modo neghi altri, pur
fondamentali aspetti della scultura di Canuti, che ha più corde
al suo attivo, da collegare a un concetto che si snoda con ritmi
anche alternati, evidenziando talvolta un accento, talaltra
diverse intonazioni. Con conseguenze sulla forma, naturalmente,
per non perdersi in letture parallele che tradiscono la totalità
dell'opera, quarantennale almeno, dell'artista. Che, in
particolare, appannino l'approdo di Canuti, in risultati
memorabili, fin dagli anni Settanta, a delle "forme
assolute", per usare le parole stesse dell'autore, che nello
scritto sopra citato ( nel quale pure, ricordo, si difende la
scultura "polimorfa") afferma che il suo ! itinerario
artistico non è mai stato disgiunto dall'intenzione dello stile,
quella spiritualità che trascenda il significato puramente
rappresentativo dei temi (macchina, meccanismo, antropomorfismo
ecc.). Però seguendo sempre "il corso delle vita e delle
emozioni che dalle cose e dalla natura scaturiscono".
Questo saggio di Luciano
Caramel è stato scritto per il catalogo della mostra di Nado
Canuti "Racconti dell'Immaginario", dal 12 dicembre
1998 al 28 febbraio 1999, alla Galleria Centro Steccata Via
Dante,3-43100 Parma Tel e Fax 0521-285118
Dialoghi di Giovanni Bai
Manodopera associazione culturale
presenta la mostra DIALOGHI: Collages, scritture, fotografie di Patrizia Longo e
Maurizio Telloli. Sala mostre - Bloom. Via Curiel 39 Mezzago (MI)
Inaugurazione Mercoledì 20 gennaio 1999 alle ore 21. Fino al 24
gennaio. Orario 21-24. Due artisti appartenenti alla stessa
generazione del passaggio tra la tv in bianco e nero e quella a
colori e hanno imparato a leggere grazie ai fumetti americani o
ai classici della Bonelli, o Topolino si confrontano e dialogano
attraverso un gioco di rimandi, citazioni e riferimenti
all'immaginario comune. Per il testo completo del comunicato:
http://members.it.tripod.de/MUSEO_TEO/manodopera.html
Giovanni Bai_Museo Teo via Aselli 14_20133 Milano_Tel. 02713184 E-mail: gbai-mteo@rocketmail.com
http://members.it.tripod.de/MUSEO_TEO/
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