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I Saggi di Gnomiz
Volontariato e nuova politica di Don Virginio
Colmegna
Desidero proporre in forma di appunti veloci, di
pensieri non ancora elaborati, alcune riflessioni sul rapporto
tra volontariato e politica.
1- Il rapporto tra volontariato e politica esige
un approfondimento più rigoroso, in una fase come quella odierna
in cui generalizzazioni indebite regalano interpretazioni
condivise in misura tale da rendere per lo meno legittima qualche
cautela. Chi oserebbe ad esempio parlar male del volontariato?
Nel generale coro di consenso vi stanno anche i politici. Solo
qualcuno avanza delle riserve, soprattutto sul piano educativo,
perché il volontariato sembrerebbe distrarre dalla politica.
Eppure il dibattito attorno al volontariato e alla sua cultura
non è affatto pacifico; esistono infatti orientamenti diversi,
tanto che è più appropriato parlare di volontariati. Liberare
il volontariato dalla neutralità immunizzante e buonista
è compito di chi in esso non vede solo una riedizione moderna
del mecenatismo, ma un modo per diffondere una visione
della cittadinanza e della dignità di ogni persona diffusa e
reale. Nel momento in cui il progetto delluguaglianza deve
essere aggiornato a fronte della crisi del welfare e di una
ideologizzazione inadeguata, diventa sempre più urgente una
radicata presenza sociale in grado di mantenere alta la
centralità della difesa degli interessi deboli e non garantiti.
Oggi più che mai il rischio dellesclusione sociale è
forte: solo un volontariato che si spende in questa visione è
davvero innovatore e riformatore. Perciò il volontariato è
dentro la politica, non può sottrarsi né essere sottratto alla
politica..
2 - Il volontariato vive una dimensione della
politica che si colloca nel contesto della concretezza, nel vivo
delle relazioni umane. In questa continua ricerca il volontariato
(questo tipo di volontariato) non sfugge alla politica, ma la
richiede e realizza una forte interdipendenza: il volontariato è
tutto dentro lazione politica. Al contrario oggi il rischio
è quello di collocarlo in una specie di limbo, dove scompare la
capacità dialettica o viene stemperata in una sorte di diffuso
elogio della bontà e della solidarietà.
Da un punto di vista generale, e generico, si concede per lo più
al volontariato una contrattualità autoreferenziale, su problemi
particolari, dove gli è permesso anche di esaltare la
radicalità, purché non entri nelle sfere della decisionalità
forte. Anzi serve anche a chi detiene le leve del potere per
rigenerarsi dal punto di vista dellimmagine
spettacolararizzando ladesione alla solidarietà.
3 - Vi è dunque un uso spesso strumentale del
volontariato, con qualche acquiescenza del volontariato a farsi
utilizzare in nome di una visione hobbistica della politica. Chi
pensa che non interessa chi governa, interessa che si diano
risposte giuste agli interessi concreti. La gente si abitua così
a sognare un volontariato sopra le parti e sopra la politica, o
almeno ci si illude che così sia. Eppure un certo tipo di
volontariato pone alla società questioni forti che esigono una
cultura politica di forte innovazione e cambiamento. Si veda ad
esempio, il tema della deistituzionalizzazione, da intendere non
come abbandono ma come riappropriazione della comunità della sua
gente, delle sue sofferenze, delle sue storie. Un volontariato
non istituzionalizzato irrompe nel cuore delle scelte, non
accetta che esistano ghetti. E quando vi è presente, lo è
perché lì vivono persone non perché non si vuole cambiare la
realtà in cui vivono. Su queste questioni bisogna tornare a
discutere, dividersi sulle soluzioni, e tutto questo riguarda sia
lazione volontaria che la politica.
Cè chi idealizza laspetto simbolico del
volontariato, ricerca i testimoni di bontà che non si discutono,
per immunizzarli dalla politica ed esibirli a livello esemplare,
senza scalfire il ruolo della politica. Il volontariato non è e
non può essere autoreferenziale, è rivolto alle persone che
serve e quindi deve dare ragione alla politica dei problemi e dei
legittimi interessi di quelle persone. Per questo non esiste un
volontariato neutro.
Leccessiva enfasi attorno al volontariato ha portato a
dimenticare il cuore e la passione di una politica
che parta dalla quotidianità o che comunque la valorizzi
concretamente. La concezione separata e astratta della politica,
o comunque la sua distanza dal modo di operare del volontariato,
produce guasti profondi, aumentando il solco tra la società
reale, e mondo politico. E una situazione che evidenzia
quanto sia pericolosa una visione del volontariato liberato dalla
necessità della politica, perché in definitiva implica
lannullamento delle ragioni sociali del volontariato.
Il volontariato non può definirsi automaticamente società
civile, diventando una sorte di coscienza critica del mondo
politico. Questa concezione porterà ad aumentare nel
volontariato la spinta autoreferenziale, frammentando le
questioni e affidandole alla capacità di presenza delle
organizzazione e alla incidenza nellopinione pubblica. Se
la presenza è in stretto rapporto con la capacità di contare in
termini di immagine ne consegue un affievolimento nella
diffusione sul territorio e il sopravvento
dellassociazionismo verticale. Il nostro volontariato, ha
una storia particolare ed una specificità che lo fanno diverso
da quello americano o anglosassone. Il volontariato che progetta
chiede ed invoca la progettualità politica generale, non quella
di piccolo cabotaggio a misura solo del particolare. Qui sta il
bisogno di una cultura politica che è alla base di un corretto
volontariato, come anche di una politica che non smette di
ripensarsi dentro il volontariato, vicino alla concretezza dei
problemi della gente, soprattutto di chi ha poca voce per farsi
ascoltare. E questa può essere una ragione forte per fare
politica, anche facendo volontariato.
4 La riflessione sul rapporto tra
volontariato e politica, richiede di affrontare anche il nodo
etico dellimpegno, (della trasparenza delle scelte
personali, della morale soggettiva, della coerenza tra scelte
personali e scelte complessive). Nella complessità del problema
si è innestato il tarlo della real-politik, dove
sembrerebbe che porre la questione della coerenza personale o del
metodo di azione sia moralistico. Anche in questa direzione, il
volontariato non può essere ridotto ad una buona azione da
compiere, quasi per legittimare una necessità storica
delladattamento ai vincoli del sistema. Vi è una reazione
forte di fronte al conservatorismo di una classe politica
che occupa in modo quasi irreversibile la cosa pubblica e la
scena politica. Forse qualche politico dovrebbe fare un anno
sabbatico nel volontariato, facendosi da parte. Questo è
possibile e doveroso proprio perché dietro la giusta esigenza
della professionalità non si nascondano altre finalità. La
novità di un certo tipo di volontariato deve portare in politica
un rapporto netto tra interessi che si rappresentano e modo di
vivere personale. Il politico deve ridare fiato alla profezia di
un vivere quotidiano con radicalità. Il tema della povertà non
è, ad esempio, solo una grande questione sociale, è anche una
questione di stile di vita. Non si predica lausterità di
vita se la classe politica anche a livello personale non
testimonia il valore di tale scelta. Vi è una domanda della
gente comune che vorrebbe vedere (in modo forse ingenuo) che chi
dice di rappresentare interessi della gente, delle fasce deboli
viva in modo personale con modalità diverse senza sciupare né
parole né soldi. Forse dietro la difficoltà di legittimare il
finanziamento pubblico dei partiti non cè un rifiuto
generico, bensì la non voglia di veder politici che parlano di
questioni gravi pasteggiando champagne. La forte carica
innovativa a livello politico che hanno avuto grandi figure nel
nostro tempo, si gioca molto anche sul piano della testimonianza
personale. Cè una richiesta di moralità che non si può
narcotizzare e/o annacquare.
5- Vi è un altro nodo importante. Ho parlato
sino ad ora di volontariato, ma in modo improprio e generico.
Attorno a questa realtà vi sono coerenze ancora forti, spinte
alla gratuità anche sociale. Questo volontariato non ha bisogno
di farsi la sua politica ,urge e domanda di allargare la politica
a quelle radici e ragioni. Ritorna allora la questione del terzo
settore, che chiede qualche appunto in conclusione, con lo stesso
stile sintetico fin qui usato. Restringere tutto il ragionamento
prima fatto attorno al tema del terzo settore è certamente
riduttivo. Cercare poi di dare al terzo settore una
rappresentanza apparentemente omogenea e inclusiva è un errore
strategico, proprio dal punto di vista della politica. Esso porta
infatti ad una concezione della politica ridotta unicamente a una
funzione di mediazione, professione svuotata da quelle radici su
cui la stessa tradizione politica partitica laveva
inserita. I valori appassionanti ricadrebbero sullimpegno
sociale nel quale si pone in modo caotico tutto
(dallimpresa economica alla scelta di vita), affidando alla
politica il semplice compito di custode e mediatore. La politica
assume così una sua difficile collocazione nellimpianto
formativo. Oltretutto mentre la rappresentanza in politica è pur
sempre frutto di una sfida democratica, il terzo settore
genericamente inteso (non le singole realtà associative che
hanno radici partecipative e democratiche) assurge a
rappresentare un interesse di economia sociale che rischia di
attraversare tutto, ma poi di diminuire specificità, diversità,
riducendo il bisogno di confronto dialettico. Ne nasce una
concezione calmieratrice e addormentata, perché la
rappresentatività perde la carica particolare che è tipica
della società civile diffusa sul territorio. Avremo così una
politica che concerta e una società civile da terzo settore
rappresentata nella sua operatività in modo così globale da
diventare non parte, ma interlocutrice su tutte le questioni. La
stessa istanza territoriale che è stata una delle dimensioni
innovative del volontariato cede a impostazioni centralistiche,
dove finisce per sovrabbondare ancora la categoria economica .La
pluralità della società civile, la dialettica presente sul
territorio legittima e invoca un nuovo modo di far politica.
Altrimenti aumenteranno i carrozzoni di rappresentanza secondo
una vecchia concezione di società civile che stringeva un patto
con un vecchio modo caratteristico di far politica. Solo un nuovo
rapporto tra società e azione politica può salvaguardare la
novità del volontariato così come è cresciuto nel nostro
paese. E alla politica si deve chiedere di comprendere che può
essere discriminante anche il modo con il quale si coniuga
volontariato e politica. Ed allora forse si scoprirebbe una
ragione in più per chiedere alla politica(quella del nostro
paese) di darci un chiaro schema bipolare dove si possa
sviluppare non una frammentazione di interessi, ma una visione
complessiva, con una vera capacità di governo degli interessi
della gente. Una certa politica allora deve accettare che il
punto di partenza valoriale e strategico è la questione delle
fasce deboli. Un certo tipo di volontariato chiede questa
politica, un altro imposta il rapporto con la politica in modo
più strumentale. Vi è qui una questione formativa e culturale
fondamentale. Un volontariato hobbistico dà voce o si
accontenta di evidenziare richieste. Un volontariato politico
si pone anche la questione del consenso e non lascia alla azione
politica questo problema perché è anche il suo problema. Si
interroga su come far crescere il consenso, perché cè
rifiuto e intolleranza. Questa complessità dellagire è
suo compito e in questo senso il volontariato deve essere a
servizio della crescita di una politica a difesa degli interessi
deboli e non solo per ragione economiche o auto rappresentative,
ma per forti ragioni ideali e di disinteresse .Questa è la
politica ispirata alla solidarietà.
6 Se così è, mi viene da dire che è
preoccupante il distacco tra cultura politica e cultura del
volontariato (ma qui è più giusto parlare di terzo settore), ma
è la cultura politica che non può più pensare al volontariato
come una questione tra le tante, ma come una modalità di
rappresentare lurgenza di una politica che dà risposte,
che sa coniugare il concreto con le scelte generali. Questo è il
fascino grande di un legame tra politica e volontariato. Il
ritardo è molto forte soprattutto se ci attarderemo solo attorno
a questioni più o meno fiscali ed economiche-gestionali perdendo
la questione radicale di senso che questa questione evidenzia.
Proprio per ragioni anche personali viene da dire in conclusione
che è urgente ripensare a un rapporto nuovo tra formazione al
volontariato e alla politica. Questi processi formativi vanno
programmati insieme. Si potrebbe così affacciare un nuovo modo
di ingresso alla realtà del far politica, fuori dai circuiti
tradizionali. Ma così facendo qualche novità la potremo
intravedere. Si nota già in molte amministrazioni locali in
questa nuova presenza nella gestione e nella amministrazione del
territorio. Bisogna fare di più in questa direzione impegnandoci
in processi formativi che raggiungano e facciano crescere il
gusto alla politica anche laddove tradizionalmente sembrerebbe
non crescere.
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