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| Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione |
Filosofia Greca di Giuseppe Marchetti
Caro Gigi, Ti invio (e invio anche in copia a
Aldo) un testo troppo lungo per essere pubblicato ma che vale la
pena di leggere (ho perso gli ultimi residui di modestia anni fa,
ti prego di scusarmi). Un saluto.Giuseppe Marchetti
1. Il contesto storico-culturale
La filosofia nasce in Grecia, un po come la pizza a Napoli
ed il calcio in Inghilterra. Questo fatto, da solo, induce alcune
necessarie domande: come mai il fuoco sacro del Sapere prese ad
ardere nellEllade? È un caso che la florida pianta del
Logos abbia attecchito sulle brulle coste ioniche? Perché mai la
languida ninfa della Conoscenza ha trovato asilo tra i pescosi
flutti del Mediterraneo? Chi, infine, mi ha tagliato questa
cocaina? Da anni queste ed altre questioni sono oggetto di vivace
discussione tra gli storici della filosofia, un drappello di
stimati professionisti padri di famiglia che evidentemente non
hanno nulla di meglio da fare nella vita. Una delle più recenti
e controverse teorie sulla nascita della filosofia è quella di
John Package-DaVinci, nota come legge del carattere
equidistributivo delle catastrofi. Scrive Package-DaVinci:
LEgitto ha avuto le sue dieci piaghe, il Giappone
terremoti e il Tamagochi, lAustralia infiniti tifoni,
lItalia Pippo Baudo... rimaneva la ridente terra di Grecia:
bella, verde e immacolata. La filosofia non poteva che colpire
lì. Dapprincipio la filosofia faticò a ritagliarsi un
posto autonomo nella sfera del Sapere: nella Grecia del VI secolo
a.C. in essa convergono numerose altre dottrine più o meno
affini: scienza, religione, politica, arte, e così via. È, in
effetti, esattamente quel che accade oggi, ma non ditelo a
nessuno.
Pare che il termine filosofo (dal greco philosophos =
amico della sapienza, o anche, secondo una non meno
pertinente etimologia che di recente è stata proposta,
uomo aduso alla pratica del lancio di tronchi canadesi
sulle coste della Birmania)
sia stato coniato da Pitagora (sì, quello del teorema), e che in
precedenza i filosofi si chiamassero lun laltro con
lespressione Aho! (dal greco
Aho!=Aho!).
Comunque sia, non è obiettivamente consolante sapere che
la più nobile di tutte le scienze (come la definì
Aristotele, e,
dopo di lui, ogni altro filosofo), sia stata creata da un
manipolo di bighelloni greci che, tra una crapula e
unorgia, trovavano
modo di disputare se lessere sia o non sia. Appunto questo
gusto per il discorrere, e, detto chiaramente, per la chiacchiera
da ubriachi è, a detta degli studiosi più avvertiti, tra gli
elementi che più favorirono il sorgere della nuova scienza.
2. La scuola di Mileto
2.1 Talete
La storia della filosofia (e con essa la filosofia) prende avvio
con Talete, vissuto tra il VII ed il VI secolo A.C. Sul luogo
della sua nascita esiste una secolare controversia tra due città
ioniche, Mileto e Peleto: a Mileto si sostiene che sia nato a
Peleto, i cui cittadini però respingono ogni addebito accusando
a loro volta Mileto.
Per ricostruire la personalità e la dottrina di Talete possiamo
far conto soltanto su alcuni sparuti frammenti, dal momento che
qualche buontempone ha pensato bene di frantumare gli scritti di
questi primi filosofi.Talete fu un valente matematico, un
discreto giocatore di scacchi, ma un modestissimo amatore. Pare
che il suo maggior divertimento consistesse nellinventare
teoremi sulle rette parallele. Di certo non scrisse nulla, a
parte una lista della spesa incisa su pietra, di recente
rinvenuta a Mileto (ma lì negano, sostenendo daverla
trovata a Peleto) e la cui importanza dottrinale è controversa.
Possiamo tuttavia arguire, rincollando alcuni frammenti, che
Talete ponesse come Principio (in greco archè, in latino
principium, in Braille principio) di tutte le cose lACQUA,
metempiricamente intesa come elemento infinito, primigenio e - se
abbastanza fresca - molto dissetante. Questa prospettiva teorica
getta luce sulle note tre massime che gli vengono attribuite, che
vanno interpretate nel seguente modo:
1) Liscia, gassata o Ferrarelle?: è evidentemente
una variante peculiare dellenigma della sfinge;
2) Boario, fegato centenario: attesta
linteresse di Talete per le scienze mediche;
3) Acqua, acqua, acqua: intorno a me solo acqua vedo, solo
acqua sento, solo acqua respiro: fu con ogni probabilità
proferita dal filosofo appena prima di morire, annegato ma,
sembra, molto felice.
2.2 Anassimandro
Della stessa scuola di Talete fece parte Anassimandro. Non sembra
tuttavia che i due fossero compagni di classe. Anche su questo
secondo filosofo le notizie scarseggiano: si sa che era poco più
giovane di Talete, che nacque pure lui a Mileto (che però nega),
e che scrisse una rivoluzionaria Storia della filosofia che non
ebbe, inspiegabilmente, molto successo. A Talete lo unì, invero,
loggetto della ricerca, e cioè il Principio. Se però
lUomo del teorema (come Talete era popolarmente
noto, suscitando linvidia di Pitagora) sosteneva che il
Principio fosse lacqua, Anassimandro volle complicare un
po le cose e, con arditissima intuizione, identificò il
Principio con lAPEIRON, forgiando ad un tempo il concetto
di Indeterminato e quello di Aperitivo. Su questo punto dovette
scaturire una polemica con Talete dai toni anche vivaci: Io
- si legge in un coccio del suo scritto Sulla natura - scelgo un
APEIRON.
Ma cosa intendeva di preciso Anassimandro parlando di Apeiron,
ossia di Indeterminato, o meglio di
Indeterminato-che-è-infinito? E, soprattutto, chi credeva di
prendere in giro? Per dirimere la questione giova forse la
testimonianza di Diogene Laerzio, il quale nelle Vite dei
filosofi racconta che Anassimandro faceva abitualmente uso di
sostanze allucinogene. In sede di bilancio critico, si nota come
con Anassimandro la filosofia giunga ad alcune acquisizioni
importanti ed imperiture, e precisamente:
1) La filosofia non è un cazzo facile.
2) Spesso i filosofi parlano di realtà che non stanno né in
cielo né in terra.
3) Di norma chiamano queste realtà con i nomi più assurdi.
Come si noterà, i tre punti sono strettamente interrelati, e
rimandano dialetticamente luno allaltro.
2.3 Anassimene
Anassimene chiude la saga dei Milesi, dando alla loro dottrina
una forma evoluta e in sé compiuta.
Alcuni storici, invero, hanno addirittura ritenuto di dubitare
della stessa esistenza di Anassimene: mi riferisco in particolare
al Pappini-Alderigi, che nel suo ormai classico studio sui
presocratici così argomenta: Anassimene e Anassimandro
potrà bensì
essere il nome duna coppia di comici, non già di
filosofi (Melchiorre Pappini- Alderigi, I presocratici,
questi sconosciuti, p.1801).
Ma preferirei lasciare impregiudicata la querelle (ossia: nun me
ne pò fregà dè meno).
Nel suo trattato Sulla Natura, con sentito sollievo dei suoi
contemporanei, allarmati dopo il precedente di Anassimandro,
Anassimene si limitò ad identificare il Principio con
lARIA.
Di fatto, laffermazione che il Principio fosse un elemento
naturale era già stata fatta da Talete, per cui ci si è chiesto
che cosa di originale aggiunga Anassimene.
Prima di affrontare questa impegnativa domanda, tuttavia, è il
caso di ricordare le altre celebri teorie di Anassimene, e
precisamente:
1) Laria col caldo si dilata, col freddo si
condensa;
2) Linverno è più rigido dellestate;
viceversa lestate è più tiepida dellinverno
(corsivo nostro, N.D.C.);
3) Casa mia casa mia, per piccina che tu sia tu mi sembri
una badia.
Con queste integrazioni, la figura di Anassimene si staglia ben
più nettamente allorizzonte della nascente filosofia (mi
sento poeta, oggi): non sarà difficile riconoscere in lui il
padre del parassitismo filosofico, linarrivabile
fancazzista che, ripetendo con altre parole le tre idee di
Talete, riesce ancoroggi a strappare su tutte le storie
della filosofia più spazio del maestro.
3. Eraclito di Efeso
Eraclito visse ad Efeso tra il VI ed il V secolo A.C., proprio
nel periodo in cui un non-Eraclito viveva in una non-Efeso. Di
lui
Sappiamo che scrisse un libro dal titolo particolarmente
ingegnoso, Sulla Natura, e che per la sua eccezionale abilità
nel
tradizionale gioco attico del biliardos venne soprannominato lo
Scuro.
Fu di carattere assai schivo, e persino scontroso se dobbiamo dar
retta alla nitida testimonianza del nostro inviato Diogene
Laerzio:
Essendogli stato assegnato il più ambito riconoscimento
filosofico (si tratta del premio attico philosophos ov de iar,
N.D.C.),
lo rifiutò insultando le madri dei giurati; pregato poi per la
sua saggezza di dar leggi alla sua città, rispose proclamando la
pena capitale contro chiunque gli rivolgesse la parola.
In quanto alla dottrina, Eraclito concepì il mondo come una
serie di contrari, che tuttavia sono uguali (ma anche di uguali,
che tuttavia sono contrari). Questa nitida idea di fondo è
espressa nel suo libro in un linguaggio di assai difficile
comprensione. In un passo autobiografico, ad esempio, si legge:
osefE da otan onos, otilcarE, oI, che viene per lo
più
interpretata come: Io, Eraclito, sono nato ad Efeso.
Questo solo per dare unidea.
I contrari di Eraclito tendono a dissolversi luno
nellaltro, attraverso uno scorrimento continuo che gli
suggerì lespressione
panta rhei (tutto scorre), che ne fa da un lato un
anticipatore di Hegel, dallaltro di De Crescenzo. Lo Scuro
espresse questi
concetti in una celeberrima frase, che mette conto riportare:
Non si può scendere due volte nello stesso fiume,
specialmente
se questo fiume è il Lambro.
4. Pitagora e i cosiddetti Pitagorici
I contorni della figura di Pitagora sovente svaporano nel
mito, nella leggenda, ondè difficil cosa trattarne la
dottrina(Giuliano Della Chiesa).
Questo autorevole e provvidenziale giudizio (per di più
inventato al momento) ci consente di parlare di Pitagora nel modo
più breve e generico possibile. Dio sia lodato.
Sui connotati biografici del filosofo non cè, invero,
pieno accordo tra le fonti: Diogene Laerzio lo colloca nel V
secolo A.C., Diogene Properzio agli inizi del VI, mentre per
Diogene Sesterzio sarebbe stato uno dei ministri del primo
governo Regan. Secondo alcuni biografi sarebbe nato ad Agrigento,
altri lo vorrebbero originario di Siracusa, Cagliari, Atene, Tebe
o Samo. Uno studioso ha spiegato le discordanze come un
clamoroso caso di omonimia (G.Dejuliis, nel saggio
Perché diavolo i greci avevano un nome solo?). In altri termini,
lunico dato sicuro della biografia di Pitagora è che non
fu lui ad inventare il teorema di Pitagora. Quando si dice i
filosofi.
Certo è che Pitagora fondò, più che una scuola, una specie di
setta religiosa, che si proponeva di purificare lanima
attraverso una serie di equazioni di secondo grado, e che poneva
come Principio il NUMERO. Ad ogni numero era poi associato un
complesso ordine di valenze e proprietà attraverso una cerimonia
esoterica detta, con intraducibile termine greco, Tombolha. Né
Pitagora né i suoi seguaci scrissero mai un libro dal titolo
Sulla Natura, ragion per cui furono guardati con sospetto dagli
altri filosofi. Ed in realtà la cerchia dei Pitagorici fu sempre
avvolta da un alone di mistero, tanto che quel sapientino di
Aristotele si riferiva a loro con lespressione I
cosiddetti Pitagorici, mentre, dal canto loro, questi
ultimi si riferivano ad Aristotele con lespressione
25x-2(termini durissimi, come si vede).
I Pitagorici ebbero poi molte altre idee, tutte belle ed
importanti, ma io direi di finirla qui, facendo mio il cruciale
interrogativo di Brightwell: Val la pena di sprecare altro
inchiostro per questi tre imbecilli?(Charles Brightwell,
Lezioni di
economia filosofica, pag.72 nota 23).
I.5. Parmenide
Parmenide nacque e visse ad Elea (donde il soprannome di
Parmenide di Elea) tra il VI ed il V secolo A.C.
Scrisse un poema, sulla cui singolare storia ci relaziona
limmancabile Diogene Laerzio:
Terminato il suo scritto, Parmenide ristette, incerto sul
nome da apporvi. Ben conoscendo limportanza di un titolo
originale, sforzossi di spremersi ben bene il cervello(braìn
stormìng). E digiunò, e vagolò meditabondo pel deserto; per
tre
giorni il sole gli arse le membra; per tre notti le intemperie
gli fiaccarono le forze. Infine, stremato e consunto, piacque
agli dei di soccorrerlo: la terza notte, il fido Mercurio
sinsinuò trasuoi sogni, e gli sussurrò il titolo da
tempo indarno
cercato; ed il libro si chiamò Sulla Natura.
Il poema di Parmenide segna il punto più alto di tutta la
filosofia presocratica; in esso, da abile enigmista, Parmenide
esprime
in questi termini il principio che rivoluzionò la filosofia
occidentale: Lessere è, il non essere non è, il
può essere forse è.
Così lo Stuart-Mcgee commenta la formula del nostro: Chi
creda che laforisma di Parmenide sia banale, chi non colga
in
esso il dramma di unepoca, chi sorrida a leggerlo, ebbene
costui ha perfettamente ragione.
Al suo supremo principio filosofico, Parmenide dovette
sacrificare alcune piccole regole del senso comune. Ecco infatti
come
lEleate trae le conseguenze della sua bravata: Se
lEssere è, allora dovrà essere uno e semplice; ciò
significa che non esistono le parti, il movimento, il tempo e il
linguaggio. Non esistendo il linguaggio, non esiste neanche
questo poema; e tu, lettore, stai perdendo tempo da un bel pezzo
a leggere qualcosa che non esiste. Il che, presumo, vale
anche per voi lettori.
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