I Forum di
Gnomiz ![]()
| Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione |
Quo vadis, Oliva? di Giovanni
Colombo
Caro Gigi ti mando le note della nostra rivista " Appunti di
cultura e di politica" e il testo della tavola rotonda
QUO VADIS, OLIVA? (Dove vai, o Ulivo?)
Appunti di cultura e di politica è una rivista che compie
ventanni. Il primo numero comparve nel momento forse più
drammatico della storia della Repubblica: Moro era stato da poco
assassinato; la democrazia era minacciata; gli sviluppi
delliniziativa politica che aveva portato Moro a costruire
la solidarietà nazionale apparivano incerti e complessi.
Lintento della rivista era quello di declinare in quella
"terza fase" della democrazia italiana le
responsabilità dei cattolici democratici per superare vecchie
formule e vecchie mentalità. Appunti sono stati critici
durante gli anni ottanta, sollevando la questione morale molto
prima che fosse scoperta tangentopoli; hanno enunciato con
chiarezza alla fine di quel decennio lesigenza di un
cambiamento di sistema politico; hanno sollecitato e accompagnato
gli sviluppi del dibattito istituzionale.
Venti anni sono passati e ora Appunti si ripresenta. Il
carattere rimane sempre lo stesso: una rivista non rumorosa ma
"pensata"; modesta nella forma come sono per
definizione gli "appunti"; non legata a manovre o
tattiche contingenti, ma attenta alle linee più profonde di
sviluppo della vita pubblica; autofinanziata (Appunti si
è sempre sostenuta esclusivamente con gli abbonamenti).
Obiettivo di questa nuova serie è favorire lo sviluppo di una
"cultura dellUlivo", che valorizzi ed integri le
diverse identità e storie che nellUlivo si sono
riconosciute e che spinga avanti, ad unazione politica
audacemente riformista sui temi dellEuropa, della
giustizia, del federalismo, del lavoro, dei giovani, dello Stato
sociale.
Pronuovo la rivista, tra gli altri: Achille Ardigò, Leonardo
Benevolo, Carlo Borgomeo, Paola Gaiotti De Biase, Paolo
Giuntella, Ermanno Gorrieri, Nicola Lipari, Giancarlo Lombardi,
Alberto Monticone, Alfredo Carlo Moro, Michele Nicoletti, Luigi
Pedrazzi, Paolo Prodi, Pietro Scoppola.
Compongono la redazione: Riccardo Imberti, Giovanni Colombo,
Fulvio De Giorgi, Guido Formigoni, Rosario Iaccarino, Pierluigi
Mele, Vincenzo Passerini, Giorgio Rivolta.
Labbonamento annuale è di L. 40.000 sostenitore L.
100.000. Versamenti sul c.c.p. n. 131250 intestato alla
Associazione per la cultura politica Contrada Bassiche,
47/G 25122 Brescia.
Per ulteriori informazioni scrivere o telefonare a Giovanni
Colombo, via Rubens, 25 - 20148 Milano tel. 02-4079016.
Sommario del numero di maggio:
Partiti e società 1988-1998. Roberto Ruffilli dieci anni dopo (Paolo
Prodi)
Il difficile problema della coesione sociale (Achille Ardigò)
Uscire dai vizi e non sprecare risorse. Lettera aperta a Letta e
Franceschini (Riccardo Imberti)
Una nuova canzone popolare (Giovanni Colombo)
Quo vadis, Oliva? (dove vai, Ulivo?) - Forum con Gianni
Mattioli, Franco Monaco, Achille Occhetto, Lapo Pistelli
Un testamento politico: il "memoriale Moro" (Alfredo
Carlo Moro)
Un singolare caso di diritto resuscitato: il mugugno del foro e
il rimedio di un antico medico (Cesare Trebeschi)
Percorsi e condizioni per un capitalismo democratico (Salvatore
Bragantini)
Limpresa sociale nella città imprenditoriale (Luigi
Lochi)
Lomosessualità è un comportamento, non una qualifica (Leonardo
Benevolo)
QUO VADIS, OLIVA? (Dove vai, o Ulivo?)
Tavola rotonda con Gianni Mattioli (Verdi), Franco Monaco
(Movimento per lUlivo), Achille Occhetto (Democratici di
Sinistra), Lapo Pistelli (Popolari).
Abbiamo chiesto a 4 deputati ulivisti-ulivocultori come sta
crescendo le pianta. Purtroppo le tavole rotonde a distanza non
hanno il bello della diretta. Consentono però a ciascun
intervistato di esprimere meglio il proprio pensiero,
sottraendolo ai tagli e alle interpretazioni del redattore di
turno. Riportiamo quindi integralmente le risposte scritte che ci
sono pervenute in redazione.
Partiamo subito, senza preamboli, dalla domanda più
ricorrente in ogni dibattito sullUlivo: ritenete necessaria
la sua metamorfosi da coalizione a partito il PDU, il
Partito democratico dellUlivo?
Mattioli - La trasformazione dellUlivo da alleanza
elettorale a forza politica è un obiettivo importante e,
insieme, una necessità per le forze progressiste. Le culture su
cui si fonda lUlivo- quella del movimento operaio, quella
dei cattolici democratici seppure ricche di valori e di
meriti storici, non appaiono più capaci di interpretare
compiutamente e perciò di governare la società complessa.
E dunque maturo il tempo per costruire sintesi più
avanzate che ricomprendano quei valori e siano tuttavia capaci di
confrontarsi con il cambiamento e con le nuove problematiche.
Il modello della "società sostenibile" proposto
dallambientalismo può rappresentare un terreno, attuale e
concreto, nel quale operare questa sintesi. Ma, oltre che sul
piano della cultura politica, la costruzione dellUlivo
appare una necessità urgente e, per contro, loperazione
che vede oggi impegnato il gruppo dirigente del Pds nella
costruzione di un polo della sinistra appare molto rischiosa.
Questa operazione infatti, mentre raccoglie attorno al Pds un
apporto piuttosto limitato di forze già presenti
nellalleanza, rallenta il processo di costruzione
dellUlivo e legittima analoghe operazioni da parte di altre
forze. In particolare, ove Marini decidesse di puntare alla
costruzione del polo moderato attorno ai Popolari, esso finirebbe
per giocare come già avviene una forte attrazione
per quella frantumazione di forze oggi prevalentemente dislocate
nel centro-destra e successivamente anche per componenti di Forza
Italia che considerano conclusa lesperienza con Berlusconi
e attendono soltanto il nascere di un più credibile approdo. Si
riformerebbe così è questo il rischio un forte
polo moderato che finirebbe per rappresentare lalternativa
alla sinistra. Gli effetti di questo processo sarebbero dunque 1)
quello di interrompere unesperienza significativa di
governo di cattolici insieme con le sinistre e 2) di ricacciare,
con ogni probabilità, la sinistra allopposizione. Per
questo bisogna rilanciare con urgenza la costruzione
dellUlivo.
Monaco - Comè noto, il PDU non è, al momento,
nellordine delle cose possibili. Forzare i tempi di un
processo aperto a molteplici approdi e soggetto a una sua
fisiologica gradualità può solo sortire effetti rovesciati,
producendo resistenze e rotture. La politica deve misurarsi con i
vincoli e con il fattore tempo. Ciò non toglie che, per quel che
mi riguarda, non so rinunciare a quel sogno, a
quellambiziosa meta ancorché lontana. La custodisco, la
alimento, la elaboro in quel luogo politico piccolo ma vivo che
è il Movimento per lUlivo, in sinergia con gli ulivisti
i veri ulivisti che operano entro i partiti.
Dunque, tengo il PDU sullo sfondo e su tale traguardo regolo i
miei comportamenti, come si fa con le "utopie buone",
gli "ideali storico-concreti". Non mi faccio
impressionare da un certo terrorismo politico-psicologico che ci
ha quasi inibito l' espressione "PDU". Nelle
resistenze, so scorgere lanima di verità ma anche le
vischiosità, le pigrizie, le logiche di apparato. Positivamente,
registro lavanzamento dellamalgama a tre livelli:
nella compagine di governo, in Parlamento ove davvero le
differenze politiche sono trasversali e comunque non
corrispondono più ai discrimini di partito, tra i cittadini
comuni nel cui immaginario politico lUlivo va sostituendo
le appartenenze di partito. Certo, molto dipenderà dalle regole
elettorali e dalle iniziative referendarie. Solo tenendo
sullorizzonte lUlivo come soggetto politico, poi, il
cattolicesimo democratico può resistere alle pressioni che
operano nel senso di sospingerne spezzoni cospicui verso il
centro-destra in conformità al modello tedesco. Inferendo così
un vulnus allo spirito genuinamente social-riformista del
cattolicesimo democratico, indebolendo il fronte di
centro-sinistra e forse anche impoverendo la ricerca di nuovi
paradigmi da parte della sinistra di matrice socialista.
Occhetto - Ad una domanda così formulata credo
che si debba dare una risposta in una certa misura provocatoria.
Mi sembra di poter dire che in politica, quando la politica
funziona, non sono le "necessità" a tenere il campo
quanto le "possibilità". Quindi voglio rispondere
dicendo che esiste la possibilità concreta della creazione di un
partito dellUlivo. Esiste, per meglio dire, lo spazio
politico per lavorare con tenacia e lungimiranza a sviluppare gli
attuali rapporti politici con un obiettivo strategico: quello di
una nuova formazione politica.
Allo stesso tempo, se non si vuole compiere un errore altrettanto
grave di quello fatto con loperazione Cosa 2 o Democratici
di Sinistra, bisogna anche dire che la creazione di un Partito
dellUlivo non è ancora allordine del giorno. Un
partito è un organismo complesso: fatto di speranze, cultura,
sogni, di un reticolo che lega uomini diversi tra loro con il
passato e li proietta verso il futuro. Ignorare questa
complessità, ed operare con superficiale approssimazione, non fa
nascere un partito, ma una banale sigla destinata ad essere
spazzata via alla prima occasione dal torrente degli avvenimenti.
Credo che allordine del giorno di oggi vi sia il bisogno di
iniziare finalmente il percorso di costruzione dellUlivo,
aldilà dei Comitati e delle isole organizzative, spesso
espressione burocratica dei partiti. Bisogna cominciare a tessere
la tela democratica che potrà costituire in un futuro prossimo
una vera e propria formazione politica nuova.
Pistelli - Se pensiamo con serenità a quanto è
accaduto negli ultimi 5 anni, si comprende quanto sia velleitario
cercare di forzare le trasformazioni di una transizione ancora
non compiuta. LUlivo è già oggi più di una coalizione ma
non è ancora un soggetto politico autonomo: Alcuni segnali
dellelettorato ci dicono che la tendenza maggioritaria,
personalizzata e carismatica della politica avanza
prepotentemente, ma daltronde la struttura militante dei
partiti non ha alcuna intenzione di farsi smantellare. Credo che
la prima tendenza abbia nella sua vela il vento dello
"zeitgeist" (lo spirito del tempo) ma sono convinto che
si tratterà di un processo molto lungo e condizionato
dallassetto che si darà lopposizione e
dallevoluzione della Lega.
Un tempo si diceva "siamo tutti keynesiani", adesso
"siamo tutti monetaristi". E lUlivo si è
adeguato per far parte dellEuro. Ma adesso? LUlivo
continua ad essere monetarista punto e basta? Quale sono le idee
forza che dovranno caratterizzare la fase 2?
Mattioli - Che cosa significa "fase 2"? A
questa domanda generalmente si dà il significato: sin qui si è
operato per Maastricht, per risanare la finanza pubblica
in fondo, si dice, è politica necessaria sì, ma più
appropriata a un governo di destra -, ora si apre la fase 2 in
cui il governo dispiegherà la sua azione positiva, in accordo
con il programma dellUlivo. Al contrario, la grande
accelerazione impressa dal governo dellUlivo al risanamento
del debito ha una precisa valenza politica: chi paga e chi
intasca infatti gli interessi sul debito? Si tratta di una
macchina iniqua: tutti i cittadini con le tasse
contribuiscono a pagare gli interessi sul debito, ma chi intasca
questi interessi? La fasce più ricche, che detengono le quote
maggiori di Bot, CCT, etc. Non stupirà dunque se
lobiettivo di spezzare subito questo meccanismo era
prioritario per lUlivo per motivi di giustizia sociale,
altro che politica di destra. E quanto alloccupazione, non
si tratta di un impegno soltanto per il futuro, visto che al 31
marzo 1998 il solo ministero dei Lavori Pubblici aveva già
aperto nuovi cantieri per 13.500 miliardi ( di cui 6.340 al
Mezzogiorno), mentre i progetti immediatamente cantierabili
ammontano a 19.900 miliardi, i fondi già assegnati ammontano a
12.900 miliardi e i fondi da assegnare su programmi già
approvati ammontano a 7050 miliardi. Se poi si va a vedere la
composizione di queste opere si osserva che almeno i tre quarti
di questi programmi riguardano interventi di salvaguardia
ambientale o recupero urbano.
Quanto alle idee forza, bisognerà impegnarsi con maggiore
incisività nella realizzazione del programma dellUlivo. Il
punto centrale è oggi rappresentato dalla politica economica
volta a creare entro i vincoli di risanamento sopra
ricordati occupazione. Questa politica economica è ben
riassunta nel termine della "società sostenibile",
proposta dallambientalismo, che coniuga appunto occupazione
e salvaguardia ambientale. In definitiva, si tratta di una scelta
molto concreta di politica economica, ma essa ha una forte
valenza ideale, poiché è ben diverso rilanciare la produzione
di beni per soddisfare consumi individuali o, invece, puntare a
progetti nei quali il bene di cui fruire riguarda lintera
collettività: dal recupero urbano alla prevenzione sanitaria,
alla ristrutturazione della mobilità o della rete idrica e così
via.
Monaco - Contesto che lUlivo si sia appiattito su
moduli monetaristi. Certo, il suo governo ha dovuto concentrare
la più parte delle sue energie nellazione di risanamento
dei conti pubblici, nel suo primo tempo. E tuttavia, già dentro
questa "prima fase", sono stati posti semi di
innovazione e di riforma. Basti pensare alla pubblica
amministrazione, al fisco, alla scuola. Le idee-forza di una
proposta politica davvero riformista non possono essere che
quelle della trasparenza, dellequità sociale, della
concertazione/partecipazione. Per chi accetta la sfida della
modernizzazione (cui, nel nostro caso, si è dato il nome di
"ingresso in Europa") il riformismo è il
"riformismo possibile", che sconta vincoli e
gradualità. Altro è, a mio avviso, il punto critico di questo
primo tempo dellUlivo al governo: il rischio, sempre
incombente, di smarrire lungo la via, lo spirito delle origini,
un segno di novità nel metodo e nel costume, quale per esempio
si esprime nei criteri e nella qualità delle nomine.
Occhetto: Vorrei che a questo proposito si usassero con
molta cura i termini. Non credo che lUlivo di Prodi e di
Ciampi si sia semplicemente adeguato a far parte dellEuro e
che per fare ciò abbia adottato una pura linea monetarista. Non
voglio partecipare alleccesso di retorica pseudoeuropeista
di questi giorni, ma come negare che lobiettivo del
risanamento nei conti dello Stato, labbattimento
dellinflazione, il contenimento del debito pubblico, e la
entrata nel primo scaglione della Moneta Unica siano obiettivi di
una politica progressiva, di avanzamento delle condizioni
economiche generali?
Questo è un successo politico. Punto e a capo. E un successo di
sinistra. Anche se andrebbe usata un po più di moderazione
e un po meno di retorica nellaffermarlo.
Quanto al futuro, mi auguro che sappia nascere dalle cose
migliori di questo passato. Non potremo, non dovremo adottare di
nuovo una politica economica di "deficit spending". Non
perché sia keynesiana o altro. Ma perché abbiamo visto, a
partire dagli anni 70, che non funziona più, che non
funziona come nei primi decenni del dopoguerra. Invece di
innescare lo sviluppo e di abbattere la disoccupazione, ha
leffetto primario di accendere il processo inflattivo.
Credo che lUlivo dovrebbe ora procedere con coerenza e con
coraggio su di una linea nuova, che debba avere laudacia di
sperimentare soluzioni innovative di democrazia economica e di
democrazia proprietaria. Non ho mai capito la ragione per la
quale la Sinistra non abbia fatto proprio, in Italia e in Europa,
il Libro Bianco di Delors, che continuo a considerare un
intervento innovativo nel tessuto economico e sociale
dellEuropa unita.
Pistelli - Contesto la categoria dell
"adeguarsi". Non è mai esistito un Ulivo keynesiano e
un polo monetarista, bensì un Ulivo che ha scommesso
sullEuro come occasione di integrazione e trasformazione e
un Polo euro-scettico. Noi abbiamo mantenuto la promessa e vinto
la prima scommessa. Ora serve dare anima alla politica europea
utilizzando il motore dellintegrazione monetaria,
affrontare lemergenza continentale del lavoro, europeizzare
le politiche di settore sbaraccando privilegi e sclerotismi
indifendibili. Questa strategia rende evidente a tutti i governi
che molte scelte hanno una ricetta obbligata, non ideologizzata,
che spinge verso un pensiero unico, o meglio, unificante.
Il lavoro rimane il fronte più scoperto, specie al
Sud. E mai possibile che il Governo non sia neanche
riuscito a organizzare su questo tema una conferenza nazionale? E
oltre alle 35 ore, quali altre proposte l Ulivo intende
sostenere per un forte rilancio delloccupazione?
Mattioli - Il percorso indicato nella riposta
precedente, cioè lo sviluppo sostenibile, non solo ha - come ho
detto una valenza ideale, ma appare anche obbligato, come
ormai da tempo è stato messo in evidenza da osservatori che non
appartengono certo alla cultura ambientalista: mi riferisco in
particolare al rapporto Delors.
Laumento enorme di produttività indotto
dallaccelerata innovazione tecnologica, le condizioni del
"mercato globale" rendono illusoria la speranza di
poter rilanciare occupazione nei settori produttivi tradizionali.
In questi con uno sforzo di innovazione tecnologica volto
al risparmio di risorse fisiche (in primo luogo di energia) e con
una decisiva iniziativa di riduzione dellorario di lavoro
al più riusciremo a difendere gli attuali livelli di
occupazione. Le opportunità di nuova occupazione si aprono
invece " a condizione di dare un indirizzo nuovo al nostro
modello di sviluppo: sopperire alle esigenze che emergono dagli
sconvolgimenti della vita sociale, della vita familiare, della
civiltà urbana e dai nuovi tipi di consumo; preservare i nostri
spazi rurali; migliorare lambiente e la qualità del nostro
capitale naturale. Così ci prepareremo ad entrare nel XXI
secolo".
Monaco - Anche a questo riguardo non si possono
coltivare attese palingenetiche. Si considerino piuttosto due
circostanze: a) che nessuno dispone di ricette risolutive, che
tutto il mondo sviluppato conosce lo sviluppo senza occupazione;
b) che un po tutti abbiamo convenuto che vanno
pregiudizialmente scartate soluzioni assistenzialistiche
praticate in passato. Poste queste premesse, ricaverei tre
conclusioni: a) non sarà il governo a dare lavoro a piuttosto le
imprese, b) a governo, parlamento, istituzioni compete piuttosto
di approntare gli strumenti normativi e amministrativi che
propiziano lo sviluppo di imprese e di lavoro; c) interpretare la
riduzione dellorario di lavoro non come un prezzo pagato a
Rifondazione comunista per scongiurare una sciagurata crisi, ma
come unopportunità da cui rivarare una vera e propria
strategia che fa perno sullincentivazione degli orari brevi
e, di converso, sulla disincentivazione degli orari lunghi, da
introdurre in forma concertata e differenziata.
Sul secondo fronte, il governo ha già predisposto gli strumenti
(penso alle più svariate forme di flessibilità dl lavoro, ai
contratti darea, ai patti territoriale). Si tratta di
implementarli. Con unavvertenza: che nord e sud sono due
pianeti distinti. Al nord si tratta di liberare energie e risorse
oggi imbrigliate; al sud si richiedono investimenti e politiche
keynesiane non però diffusi a pioggia ma territorialmente
concentrati.
Occhetto - Sono convinto che siano stati compiuti alcuni errori
di omissione su tema del lavoro. E vero: una conferenza
nazionale sul lavoro avrebbe aiutato a creare una giusta tensione
etica e politica sul problema. Anche se il quadro politico
continua a contenere, anche a sinistra, elementi di ambiguità
non rassicuranti.
Il tema delle 35 ore, lanciato sullarena nel corso di una
crisi politica, ha un grande valore politico se viene vissuto e
realizzato con lintendimento di una vera sperimentazione
sociale. Alla quale partecipino lavoratori e imprenditori. Con la
coscienza comune che il lavoro non è più lo stesso e che i
processi produttivi hanno subito una tale profonda modificazione
da richiedere soluzioni fino a ieri impensabili. Ma la
sperimentazione implica, da parte di tutti, anche un
atteggiamento di serena obiettività, di capacità critica e di
apertura alla comprensione dei risultati. Per il resto, le linee
di ricerca per un rilancio delloccupazione, sono quelle che
portano ad innescare un nuovo forte ciclo economico espansivo,
con la liberazione delle energie progettuali, di
imprenditorialità diffusa, di percezione della nuova qualità
della ricchezza sociale.
Pistelli - Le conferenze non risolvono i
problemi e le 35 ore serviranno di più sulla questione dei tempi
di vita e di lavoro che ridurre la disoccupazione. In realtà,
noi non abbiamo bisogno di nuovi strumenti o idee quanto di far
camminare quelli già adottati: i vari aspetti della
programmazione negoziata (contratti darea ecc.), gli
istituti previsti dal pacchetto Treu, una maggior capacità di
uso dei fondi comunitari, la realizzazione delle infrastrutture
già finanziate, lo snellimento amministrativo. Le norme ci sono:
vanno attuate e gestite.
Per quanto riguarda le riforme istituzionali, sembra profilarsi
"un presidenzialismo che non è presidenzialismo"
insieme con "un federalismo che non è federalismo".
Perché questa tendenza ad abbracciare formule ibride mai
sperimentate in nessun altro Paese? E più forte la voglia
di riforma o lurgenza di trovare un accordo purchessia tra
Polo e Ulivo?
Mattioli - Che la Bicamerale sia nata sotto un
ricatto è forse affermazione eccessiva. Mi sembra che essa
risponda piuttosto al ricorrente bisogno della classe politica
italiana di enfatizzare aspetti istituzionali, di concentrare su
di essi il dibattito invece che sulle scelte da effettuare per
risolvere i problemi del paese. E questo bisogno nasce dalla
formazione culturale dei politici italiani alla quale
rapidamente si sono adeguati anche coloro che più recentemente
sono arrivati alla politica da esperienze diverse -: il dibattito
politico istituzionale non appare collegato funzionale ai
problemi de Paese ma ha una esasperata autonomia, appare spesso
un enorme pretesto per evitare lapprofondimento dei
problemi di governo da parte di un ceto politico in gran parte
incapace di cimentarsi con essi. In Italia lenfasi per lo
scontro politico tradizionale fa parte della realtà quotidiana,
quasi che ogni giorno si dovessero enunciare i fondamenti, i
principi, i valori : una retorica fastidiosa, un vuoto di
competenza.
I problemi affrontati dalla Bicamerale potevano essere in gran
parte risolti con leggi ordinarie elettorali o sul
funzionamento della giustizia e delle autonomie senza
imboccare un tunnel di scarso rilievo dal punto di vista delle
innovazioni possibili, ma denso di implicazioni sugli assetti dei
rapporti politici.
Sulla questione giustizia, in realtà, si è giocata una partita
realmente collegata a fatti oggettivi: dal destino giudiziario di
Berlusconi agli esiti di una stagione in cui i rapporti tra
affari e politica erano usciti, per un insieme di cause esterne,
dalla loro ordinaria stabilità, esibendo loggettiva
contraddizione con la norma scritta. Mi pare tuttavia che questo
approfondimento non si voglia.
Che la politica sia terreno di rapporti fortemente influenzati
dagli interessi rappresentati è fin troppo ovvio: dove comincia
lillecito e la corruzione del sistema? A questa domanda la
cultura politica italiana non è stata in grado dal
92 ad oggi di dare una risposta, concedendo così
alla magistratura di darla in sua vece. Oggi la politica riprende
il suo spazio e tenta di ricondurre la magistratura entro i suoi
confini propri, anche con reazioni brutali quando qualche
magistrato continua a voler, almeno, discutere. E si allontana,
ancora una volta, loccasione per questo approfondimento.
Lintera materia della Bicamerale è diventata ormai materia
di trattativa politica, e non mi sembra che vi si possa cogliere
unautentica voglia di riforma, una strategia
intelliggibile. Dunque il suo esito dipenderà dalla contingenza
dei rapporti politici, dal suo arruolamento nel tempo, a seconda
che essa favorisca o no lurgenza di trovare un rapporto
purchessia tra Polo e Ulivo.
Monaco - Anche chi, come me, ha avuto frequentazioni
dossettiane non può che convenire sulla necessità delle
riforme. Il tentativo va esperito fino in fondo. Giudico
irresponsabili quanti sin dora annunciano lintenzione
di mettersi di traverso: se si scorrono i nomi di costoro, si
ricava limpressione che il loro approccio sia un po
strumentale, trattandosi per lo più di personalità ai margini
che mirano a rimescolare le carte. Sul federalismo, mi pare
stiano maturando soluzioni persuasive. Pasticciato invece il
modello bicefalo in tema di forma di governo, foriero - temo - di
paralisi o di conflitto. Convengo che sullintera materia
pesa lipoteca di due forzature: a) il sovraccarico politico
originato dalla presidenza DAlema; b) la peregrina teoria
delle maggioranze variabili e incrociate, col risultato di un
assemblaggio di pezzi di Costituzione ispirati a culture
politico-istituzionali diverse. Non di maggioranze variabili ma
di maggioranze larghe si doveva discorrere, muovendo dalla
ricerca di un comune punto di vista della maggioranza politica
che si assumesse la responsabilità di avanzare una sua organica
proposta, da discutere, certo, con lopposizione. Perchè
quella delle riforme costituzionali non è materia estranea alla
politica, anzi: essa è la più alta delle materie politiche, è
appunto "politica costituzionale". In ogni caso se, per
avventura, alla fine del percorso, si ponesse lalternativa
secca tra una cattiva Costituzione e la rottura della stabilità
politica compresa linterruzione della legislatura,
personalmente non avrei dubbi: le Costituzioni attraversano le
legislature e anche le generazioni e dunque non si barattano con
pur motivate esigenze di governabilità.
Occhetto - Condivido il giudizio negativo. Il carattere
"ibrido" delle soluzioni adottare, la loro
inconsistenza dal punto di vista della coerenza interna e della
cultura costituzionale sono in realtà il portato della
"strumentalità" strutturale del processo riformatore.
Per questo varie volte ho detto che la politica si è
"rotta". Nei risultati della Bicamerale non esiste lo
scontro, e lincontro, di culture diverse, di progetti
distinti di società: non esiste neppure il vero, alto
compromesso, come quello raggiunto nel dopoguerra tra la
componente cattolica, quella comunista e quella liberale.
Per un puro gioco di potere di partito, di persone, si
raggiungono "accordi", senza capacità riformatrice,
senza coerenza, su fondamentali aspetti istituzionali che
regoleranno per anni, per decenni, la vita del nostro paese.
E questo non avviene tanto tra Polo e Ulivo, quanto tra
componenti separate che vivono allinterno dei due
schieramenti.
Pistelli - Avere un progetto accademicamente perfetto ma
politicamente debole non servirebbe a niente. Ricordo il
paradosso di Zagrebelsky " le riforme si fanno quando il
sistema vigente non è più in grado di decidere, ma la riforma
è la decisione più difficile per definizione". Perciò
difendo chi enfatizza il valore politico dellintesa. Quanto
al merito, anchio ho preferenze diverse ma credo che il
cammino sia ancora molto lungo e molte ambiguità o prolissità
del testo possono essere migliorate e risolte.
Dal voto su Previti alle reazioni allintervista di Gherardo
Colombo, molti sono i segnali che sulla legalità non ci siamo.
Anche lUlivo bolla come fanatici quelli che la difendono.
Su questo tema lUlivo ha una linea da prima repubblica ( la
mordacchia ai magistrati in nome del primato della politica; la
giustizia a due piani, implacabile con gli umili, discrezionale
per i potenti)?
Mattioli - Su questo tema è proprio mancata
unazione significativa dellUlivo, anzi emerge
clamorosamente il fatto che lUlivo, come forza politica
coesa, non cè: ci sono i partiti che lo compongono, eredi,
ad esclusione dei Verdi, di forze politiche compromesse - in
diversa misura, certo - con Tangentopoli e che non sono state
capaci di aprire una sincera riflessione sui rapporti tra affari
e politica : sin dove la politica è rappresentazione legittima
di interessi? Dove comincia lintreccio illegittimo?
I Verdi proposero sin dal 92 uninchiesta parlamentare
su questa tematica, ma la nostra proposta di legge fu affossata e
tutto quello che ottenemmo fu unindagine conoscitiva
bicamerale sugli appalti. Allora, nel nuovo clima instaurato
nell 89 con il crollo del Muro, la magistratura aveva
aperto una stagione positiva, uscendo da decenni di conformismo
agli equilibri di potere: il tema della legalità entrò di
prepotenza in un Paese in cui la mancanza di senso dello Stato,
di consapevolezza dei doveri verso la collettività, caratterizza
i comportamenti dei cittadini e, ovviamente, dei politici.
Questa stagione, che infiammò, in cittadini e politici,
dichiarazioni di intenti virtuosi e, finanche, severamente
giustizialisti, è durata poco: oggi è prevalente un
atteggiamento infastidito, quando non si tratti di tentativi di
delegittimare Mani pulite, come si è trattato con lampio
dispiego organizzativo per distruggere Di Pietro. Il messaggio
doveva essere: tutti corrotti, dunque ognuno ritorni alla sua
privata corruzione.
Mi dispiace che non sia compreso nellUlivo che questa è la
partita in gioco. In tutta modestia, quando mi sono schierato in
difesa di Di Pietro, e oggi dalla parte di Gherardo Colombo, è
perché vedo richiudersi nel Paese la speranza di un salto di
qualità verso la cultura della legalità. Lerrore di Boato
è proprio quello di aver contrapposto il valore del garantismo a
quello della legalità.
Monaco - Anchio ho provato disagio in qualche
passaggio parlamentare relativo alla politica della giustizia.
Sia perché, rammento, lidea di una giustizia equanime, che
non faccia eccezione per i potenti, sta nello spirito originario
dellUlivo e fu tra le ragioni del consenso che lo premiò.
Sia perché io stesso mi sono affacciato alla politica confidando
in una "discontinuità virtuosa" anche e soprattutto
sul terreno della legalità, della trasparenza, degli stili
personali in politica. Tuttavia sarei più problematico di quanto
non lo sia la tesi soggiacente alla domanda. Da due punti di
vista. Il primo: non sempre le esternazioni di taluni magistrati
di punta giovano alla causa. Elena Paciotti, la mite e forte
presidente della Associazione Nazionale Magistrati, che bene
interpreta il punto di mediazione possibile e persuasivo tra
istanze contrastanti, non ha mancato di stigmatizzare talune voci
sopra le righe. Con lavvallo autorevole del Capo dello
Stato.
Secondo: lUlivo è attraversato da tensioni in tema di
giustizia, nel bene e nel male esso non è un tutto indistinto.
Cè chi sostiene organicamente le procure più esposte,
chi, in perfetta buona fede, propugna un nuovo equilibrio
allinsegna di un ben inteso primato della politica nel
fissare le regole, chi infine coltiva verso i magistrati un
sentimento revanchista. Ne fa le spese il povero Flick, autore di
un pacchetto organico di provvedimenti tesi a quel che più preme
ai cittadini comuni, cioé una giustizia efficiente e tempestiva.
Ma spesso tali provvedimenti si arenano in Parlamento per le
divisioni interne alla maggioranza. Dunque, il fronte è più
frastagliato e la partita è aperta. Superfluo notare che un
po tutto è complicato ed anche inquinato dal caso
politico-giudiziario di Berlusconi e dalla ricerca talvolta
ossessiva di dare prova di fair play.
Occhetto - Se lintero edificio della Bicamerale è
inficiato dal carattere strumentale di cui ho appena parlato
risulta evidente che nessuna autentica riforma della Giustizia è
possibile. Qualsiasi posizione, comunque la si voglia definire,
non sarà valutata per quello che è, ma per quello che può
significare nella situazione pattizia, di scambio strumentale che
si è venuta malaguratamente a creare.
Pistelli - Voglio essere tranchant. La giustizia
in Italia non si può riassumere con lattività e le
interviste di 100 magistrati. La giustizia dei cittadini normali
è altra. Se non sistemiamo questo nervo scoperto, non cè
riforma possibile. Il pacchetto Flick ha affrontato con poco
clamore molte patologie della giustizia ordinaria. Altro che
Prima Repubblica! Su Previti, il Parlamento ha votato liberamente
valutando la sussistenza di un fumus persecutionis. Su questo,
ciascun parlamentare risponde del suo voto.
Riparte il "circo" referendario con lobiettivo di
togliere di mezzo la lista di partito dalla competizione
elettorale. Da che parte state? Più in generale, quale legge
elettorale vi sembra la più adatta: il Mattarellum, il patto
Letta (che rispetto al Mattarellum riduce la quota uninominale
dal 75% al 55%), il doppio turno
?
Mattioli - La questione - proporzionale sì o no
- non mi sembra di gran rilievo: è, appunto, il "circo
referendario" e mi pare che Di Pietro, decidendo di dare
ossigeno ad un fantasma come Segni, abbia scelto per se - come
del resto Occhetto - un ruolo di secondo piano: cosa volete che
interessi allopinione pubblica che lo ha sin qui sostenuto
con passione, la questione della quota proporzionale?
Mi pare che oggi - come ho già detto - il problema più
rilevante sia per noi la costruzione, politica e programmatica,
dellUlivo allinterno del quale le diverse culture
politiche oggi distinte - e in particolare i verdi - dovrebbero
lavorare alla costruzione di quella sintesi più avanzata in cui
trasferire gli elementi tuttora vitali della propria cultura.
Si tratterà di un processo non facile e non breve, ed appare
utile oggi che vi sia, con la quota proporzionale, un modo per
"contare" la forza delle singole componenti. Non si
può tuttavia negare che la visibilità da conquistare in questo
modo induce elementi di competizione non sempre positivi (come le
ricorrenti vicende di Rifondazione Comunista dovrebbero avere
insegnato).
Monaco - Sul referendum Segni - Occhetto - Di Pietro non
riesco a farmi una precisa opinione. Certo, non mi piace
lintesa di casa Letta, che consegna in larga misura alle
segreterie di partito la selezione del ceto parlamentare.
Tuttavia, non è affatto sicuro che la legge elettorale
risultante dalleventuale successo referendario accentui il
carattere maggioritario e bipolare del sistema: potrebbe
paradossalmente produrre effetti contrari. Così pure potrebbe
sortirne una frammentazione localistica, ossia liste "fai da
te" modulo Cito che confidano di posizionarsi per il
ripescaggio. Oltre a questa obiezione di natura tecnica, ve
nè una politica: dentro lattuale maggioranza
politica un buon numero di forze politiche lo percepiscono come
unarma totale cui sono pronti a reagire con una guerra
totale ( è il caso di Rifondazione, Popolari, Verdi). Come
stimolo e pungolo tuttavia può servire. Se , allo stato, dovessi
fare una previsione (non un auspicio), ho limpressione che
si finirà per conservare la legge vigente. Non è il massimo, ma
, a ben riflettere, non ha impedito nè lalternanza nè una
relativa stabilità.
Occhetto : Sì! Riparte il circo referendario. E meno
male. Non dimentichi che lItalia si è rimessa in moto
proprio con un referendum che ha dato voce ad un sentimento
diffuso nel nostro Paese, un sentimento non "contro" i
partiti ma contro la partitocrazia. Oggi siamo al punto di dover
riaffermare con un referendum abrogativo la prevalenza dei
diritti dei cittadini sui diritti dei partiti, di riprendere e di
completare la strada interrotta. La mia preferenza va ad ogni
sistema elettorale che permetta la migliore, la più completa e
semplice espressione diretta della volontà dei cittadini nei
confronti dei candidati. Credo che questo si possa raggiungere
sia con il doppio turno, che con il turno unico preceduto da
elezioni primarie. I punti fissi sono che, anche attraverso la
legge elettorale adottata, venga favorita laggregazione
bipolare della vita democratica e che la mediazione partitica non
giunga fino al punto di selezionare senza controllo il ceto
dirigente della cosa pubblica.
Pistelli: Il referendum nasce dalla difficoltà di
digerire la crostata di casa Letta. E una difficoltà
comprensibile ma dubito che il referendum sia ammissibile così
come penso illogico affidare alla casualità del recupero dei
secondi migliori piazzati un risultato che potrebbe anche
capovolgere la volontà degli elettori. Vi immaginate una
coalizione che perde nei collegi uninominali ma vince grazie alla
casualità dei secondi migliori? Meglio abolire lo scorporo
lasciando il Mattarellum come base. Almeno si rafforza la
maggioranza che vince. Ma così tante proposte diverse non
lasceranno alla fine in piedi la legge che cè?
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