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| Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione |
Ulisse di Aldo
Caro Granetto, con buona pace per la norma di Forum, che
vuole che gli interventi siano limitati a trenta righe, ti mando
qui sotto una parte della conferenza che terra' Jeanne Pierre
Vernant su Ulisse e il suo Mito. Questo pezzo me lo ha spedito
Luther Blisset con preghiera di pubblicazione e questa richiesta
te la giro soprattutto quale introduzione necessaria ad alcune
mie considerazioni sul Mito di Ulisse che penso siano degne di
attenzione. Intanto, come sicuramente avrai notato, al Salone di
Torino Ulisse continua a spaziare nell'immaginario collettivo,
fino ad essere al primo posto fra i personaggi votati in un
sondaggio. Non entro nel merito della legittimita' di cotanta
fama perche' credo che la valutazione del personaggio e delle sue
gesta sia soggettiva anche se a me risulta arduo guardarlo con
gli occhi dell'amore quando inganna in Aulide sia Clitennestra
che Ifigenia, facendole credere che Achille e' stato folgorato
dalla sua bellezza e facendola partire per andare al macello come
un capretto, o quando prende per un piede il tenero Astianatte e
lo sbatte giu' dalle mura di Troia o quando sgozza Polissena
sulla tomba di Achille. Resto invece incantato dalla sua astuzia:
Saputo da Atena che il primo a toccare la riva di Troia sara'
anche il primo ad essere ucciso, con una mano trattiene
l'entusiasmo del Pelide Achille e con l'altra da' una spintarella
a Protesilao. E mi incanta pure la sua curiosita', la sua sete di
sapere, di conoscere anche a rischio della vita nella grande
avventura della conoscenza oltre i confini del mondo, del reale,
della vita. Non puo' essere un eroe Ulisse perche' non e'
abbastanza stupido. Anzi, fa di tutto per non partire e poi fara'
di tutto per ritornare. Ma dove lo trovo piu' vicino alla mia
dimensione di uomo perdente dinanzi agli dei e al destino, e' nel
libro ottavo dell'Odissea quando: Queste imprese il cantore
famoso cantava, e si struggeva Odisseo: il pianto gli bagnava le
guace sotto le palpebre. Come piange una donna
Accidenti,
la commozione mi ha preso la mano e mi sono lasciato andare fuori
tema. Come fare? Potresti pubblicarlo diviso in due o meglio, non
pubblicarlo e tenerlo solamente per noi tre. Ho deciso di
continuare perche' se smetto questo castello di sabbia con tutte
le sue porticine ed i ponti ed i merli e le torri, mancandogli
l'acqua, lo troveremo domani che sara' ritornato piatto come una
duna di silicio senza forma ne' fantasia. Allora, cosa ti volevo
dire. Volevo parlarti dell'arco. Occorre fare molta attenzione
alle armi dell'Iliade perche' esse tradiscono un poco gli
assemblatori dei vari canti riuniti in un unico denominato Iliade
ed Odissea ad opera di tanti cantori che si sono ispirati
all'eredita' orale di Omero. Quando l'Iliade prende corpo gia'
l'arco e' in disuso in Grecia ed e' considerato un'arma poco
nobile, quasi vile, anche se lo maneggia Paride, e Ercole lo da'
a Filottete e Ulisse usa la lancia ma nella vendetta impugnera'
l'arco. Le stesse descrizioni delle battaglie vedono gli Eroi
arrivare sui carri ma poi scendere e combattere a piedi perche'
Omero e i cantori non conoscono l'arte della guerra sul carro,
probabilmente. Adesso seguimi per un istante e immaginati tutta
l'opera di questi cantori che da qualche parte venga messa
insieme come tessere di un mosaico. E allora perche' non pensare
che il libro terzo sia l'inizio della storia visto che c'e' un
tentativo di far combattere il marito e l'amante di Elena prima
del deflagrare del conflitto? E che dire di Elena che dopo
l'amore con Paride sale sulle mura di Troia e mostra gli Eroi
greci ad uno ad uno a Priamo che evidentemente non li aveva mai
visti prima? Potrebbe essere questo l'inizio del tutto. Se
accetti questo piccolo compromesso allora ti condurro' a quando i
patti della sfida vengono violati dal figlio di Licaone che tenta
vigliaccamente di colpire con una freccia Menelao che stava
aspettando il responso degli Dei sull'esito del duello che aveva
condotto onorevolmente a differenza di Paride che se l'era data a
gambe. Ascolta questa descrizione: Tiro', prendendo insieme la
cocca e il nervo di bue, il nervo avvicino' alla mammella,
all'arco la punta di ferro, e quando ebbe teso in tondo cerchio
il grande arco, l'arco suono', ronzo' cupa la corda, scocco' il
dardo acuto. Adesso, dopo due secoli andiamo a vedere l'opera
compiuta nei sue due volumi e prendiamo il capitolo ventiduesimo
dell'Odissea, probabilmente l'ultimo: Senti come scocca la
freccia Odisseo: Prese e saggio' con la destra la corda, essa
canto' pienamente con la voce simile a rondine
. Allora
gioi' il paziente chiaro Odisseo, prese una freccia veloce che
gli stava vicino sul desco, posta la freccia sul manico, tese la
corda e la cocca, li' dallo scranno, sedendo, e scocco la saetta
mirando diritto
Bene non te la sentiresti di dire che
questi versi sono stati scritti dalla stessa persona? Eppure la
scrittura e' diversa, i caratteri diversi, le parti non
collimano, la seconda parte ha inflessioni doriche mentre la
prima segue la scrittura di tipo B Cretese, ma sopra tutto, come
il Fernet Branca aleggia lo spirito di Omero che dalla prima
all'ultima pagina riempie il libro di se'.
Che grande mistero sopra di noi!
Ulisse Eroe della Menzogna di Jean-Pierre Vernant
* Incontri:
Jean-Pierre Vernant, il più importante studioso di miti e
cultura greca, sarà a Milano l'11 giugno all'Università Statale
riprenderà: «Ulisse in persona: mito e identità del mondo
antico», l'intervento, dal quale è tratto il brano pubblicato
qui sotto, che Vernant tenne per la prima volta nel marzo 1997 a
Udine e Pordenone su invito dalla Società filosofica italiana.
Il 12 giugno sarà invece al Centro culturale francese per
parlare di miti e politica.
ULISSE L'eroe della menzogna di JEAN-PIERRE VERNANT
Prigioniero del Ciclope, riuscì a salvare se' e i suoi solo
affibbiandosi un falso nome Un'identità affermata con la potenza
della parola e dell'astuzia.
Nessuno: Outis, è il nome che Ulisse stesso ha scelto di
attribuirsi per ingannare il Ciclope sulla propria identità. Ma
questo Outis, dietro il quale Ulisse si nasconde, lascia apparire
in trasparenza con un gioco di parole ironico ciò che
precisamente dà all'eroe il potere di ingannare e travestirsi,
metis, la furbizia astuta, questa forma sottile di intelligenza
scaltra che è il suo appannaggio sulla terra, come lo è per
Atena presso gli dei. Ridendo sotto i baffi, Ulisse lo
proclamerà egli stesso senza ambagi: l'inganno che ha causato la
rovina del Ciclope, afferma, sono il suo falso nome, Outis, e la
sua perfetta astuzia, metis. Colui che non è nessuno non è
nessun altro che il polumetis Odusseus, il poikilometis, Ulisse
dai mille inganni.
Ma cominciamo dall'inizio. Sbarcati sulla riva dominata dall'alto
dalla vasta caverna in cui il Ciclope vive solitario con il suo
gregge di pecore e di capre, Ulisse e dodici dei suoi uomini si
arrampicano fino all'antro del mostro, vi penetrano in sua
assenza, fanno man bassa di formaggi, di agnellini e capretti.
Tutti d'accordo fanno fretta al loro capo per filarsela al più
presto e raggiungere il resto dell'equipaggio che veglia sulla
nave pronto a riprendere il mare. Invano. Ulisse non vuol sentir
ragione. Rifiuta di partire prima di aver visto (idoimi)
l'abitante della grotta e compreso con che genere di ospite hanno
a che fare. Gli uomini restano quindi seduti nell'antro e
aspettano. Tutte le loro disgrazie nascono da qui, da questa
esigenza di un sapere de visu che il Ciclope, apparendo ai loro
occhi (phaneis), farà pagar loro ben cara. Arriva, fa rientrare
il gregge, accudisce ai compiti pastorali quotidiani, riaccende
il fuoco; li vede (esiden).
Prima domanda: chi siete? Risposta prudente di Ulisse. Niente di
preciso sulla loro identità. Sono Achei, di ritorno da Troia,
smarritisi a causa dei venti fuori dalla loro rotta; hanno
servito Agamennone, la cui fama sale fino al cielo. Il solo punto
preciso è una menzogna: la loro nave, quella stessa che li
attende all'ancora nella rada, sarebbe andata in pezzi e, soli
sopravvissuti, sono là a implorare in ginocchio, supplicandolo,
la sua ospitalità. La risposta non si fa attendere. Il Ciclope
ne afferra due, li fa a pezzi gettandoli a terra come
cuccioletti, prima di divorarli membro a membro. La stessa scena
si ripete l'indomani. [...].
La trappola preparata per farvi cadere il Ciclope comprende
diverse parti. Nella grotta, per cominciare: il vino e l'ebbrezza
del mostro, il nome Outis che farà sparire la presenza di Ulisse
e lo renderà indiscernibile, il sonno del bruto, il palo reso
incandescente con il fuoco, la cui punta rovente consuma e
distrugge in mezzo alla fronte l'unico occhio del Ciclope chiuso
ormai nella notte della cecità. Poi, fuori dalla grotta: la
corsa pazza, alla svolta del sentiero, fino alla spiaggia;
l'imbarco, la partenza della nave e l'ultima bravata di Ulisse
ridiventato se stesso, che getta in faccia al mostro sfigurato
dal suo occhio bucato (ophthalmon aeikelien alaoton, 9, 503) le
parole che rivelano, troppo tardi, la vera identità di colui che
l'ha privato della luce: «colui che ti ha accecato è il
saccheggiatore di città, il figlio di Laerte, l'uomo di Itaca,
Ulisse». [...].
Nel racconto di questo dramma, il gigantismo del mostro, l'orrore
dei festini cannibaleschi comportano fatalmente un aspetto
comico, di cui Euripide si ricorderà, anche per l'eccesso di
toni sinistri che la cornice pastorale e l'atmosfera bucolica
dell'episodio fanno maggiormente risaltare. Un tema suscita in
modo particolare il riso o il sorriso. Di fronte all'enorme
bruto, beatamente immerso nello stato selvaggio, Ulisse
prigioniero, destinato alla più spaventosa delle morti, dispone
- come il poeta dell'Odissea - di procedure di linguaggio con le
quali gioca sottilmente, per provocare, con il solo impiego delle
parole, il rovesciamento completo della situazione, che sembrava
disperata. Pronunciando nel suo discorso un vocabolo adatto alle
circostanze e che lo definisce nascondendolo, Ulisse mette la
parola in presa diretta con il reale. Come la divinità cambia
l'aspetto e lo statuto di un essere umano versando su di lui la
luminosità o l'oscurità, così affibbiandosi un falso nome,
perfettamente azzeccato, Ulisse modifica il suo «apparire» con
la stessa efficacia con cui l'aveva fatto a Troia straziandosi e
sfigurandosi tutto il corpo. Tra il nome, la faccia (prosopon),
l'aspetto visibile del corpo, la fama - l'onore (timé) che ci
viene riconosciuto, la gloria (kleos) che ci accompagna - i
legami sono così stretti che non si può agire sull'uno senza
toccare e trasformare l'insieme.
Ma guardiamo nei dettagli come si attua questa evasione
nell'invisibile, questa cancellazione della presenza di Ulisse,
al momento opportuno, per effetto di una «performance» del
linguaggio. Appena il Ciclope ha vuotato il primo bicchiere colmo
di quel vino che il Greco gli ha offerto, subito il suo tono
cambia. [...]. «Dammene ancora, sii gentile, e poi dimmi il tuo
nome subito che io possa farti un dono che ti piaccia». Perché
possa aver inizio quel commercio di amabili scambi [...] occorre
che ciascuno sappia chiaramente chi è il suo interlocutore, da
dove viene, come si chiama. E' questa l'esigenza che esprime
chiaramente Alcinoo prima della partenza di Ulisse dal paese dei
Feaci verso Itaca: tutto è pronto, la nave parata con il suo
equipaggio, i doni d'amicizia riuniti, quei doni che i nuovi
amici riservano all'ospite straniero, quando la gioia dev'essere
comune a tutti, unendo coloro che invitano e colui che è
invitato. E' in questo momento che Alcinoo, con una certa
solennità, si rivolge a Ulisse: «Su dunque, non scansare con
l'animo disposto all'inganno ciò che sto per domandarti. E'
meglio che tu parli. Di' il nome col quale a casa ti chiamavano i
tuoi genitori. Dimmi quali sono la tua terra, la tua città e il
tuo popolo». Ulisse subito ubbidisce: «Dirò dapprima il mio
nome affinché lo sappiate tutti e, se io sopravvivo, per quanto
lontano io dimori, io sia sempre per voi un ospite. Sono io
Ulisse, figlio di Laerte, le cui astuzie (doloi) sono famose
dovunque e la cui gloria va al cielo» (9, 16sg). Nella grotta di
Polifemo così come nella terra dei Feaci, se vuole ottenere il
dono che sigilla l'accordo di ospitalità, Ulisse deve quindi,
senza inganno, svelarela sua identità.
Ascoltiamolo: «Mi domandi, Ciclope, il mio nome conosciuto
(onoma kluton). Te lo dirò e tu mi darai il dono dovuto
all'ospite. Nessuno (Outis) è il mio nome. Nessuno, è così che
mi chiamano mio padre, mia madre e tutti i miei compagni» (9,
364-367). Queste due dichiarazioni d'identità si rispondono,
componendo come dentro a degli specchi contrapposti un gioco
sconcertante di riflessi in cui si confonde la realtà d'Ulisse.
In quale momento l'eroe rivela ciò che egli è realmente? Quando
senza travestimenti né inganni, come lo si prega di fare, dice
il suo vero nome, quelli di suo padre, del suo paese? Ma per
essere completo questo enunciato deve menzionare le «astuzie»
di Ulisse, famose dovunque e che fanno a tal punto parte della
sua notorietà, della sua gloria, della sua identità che ci si
può domandare se Ulisse senza inganno, senza travestimento in
cui dissimularsi, un Ulisse sincero, sia ancora pienamente
Ulisse. Al contrario, quando Ulisse mente, come fa con il
Ciclope, nascondendosi sotto il falso nome di Outis, non rivela
forse attraverso il gioco di parole di cui ridendo si vanta:
outis-metis, quello spirito d'astuzia che lo rende, agli occhi di
tutti, conforme a ciò che nel più profondo di se stesso è
autenticamente Ulisse?
* Bibliografia: di
Jean-Pierre Vernant è appena uscito «Tra mito e politica»,
Raffaello Cortina editore lire 46.000 (Cortina E-Mail) Tra gli altri suoi saggi: "Origini
del pensiero greco" Editori Riuniti L. 15.000, Edipo senza
complesso. I problematici rapporti tra mitologia e psicanalisi Ed
Mimesis L. 15.000, "Ai confini della storia" Einaudi L. 15.000, "Mito e
tragedia, due" Einaudi L. 42.000, Morte negli occhi.
Figure dell' altro nell'antica Grecia "Mito e tragedia,
due" Einaudi L. 42.000 ; Vernant
Jean-Pierre L. 18.000, "Cucina del
sacrificio in terra greca" con Detienne
Marcel Ed Bollati Boringhieri L. 45.000,
"Mito e società nell' antica Grecia. Religione greca,
religioni antiche" Einaudi L. 36.000, "Mito e
pensiero presso i greci. Studi di psicologia storica" Einaudi L. 38.000, "Mito e
tragedia nell' antica Grecia. La tragedia come fenomeno sociale
estetico e psicologico" con Vidal-Naquet
Pierre Einaudi L. 34.000,"Astuzie dell'
intelligenza nell'antica Grecia" con Detienne
Marcel Mondadori L. 15.000
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