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I Forum di Gnomiz

Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione

Novità Editoriali: Rivista "Appunti di cultura e di politica" di Giovanni Colombo
Caro Gigi ti mando come al solito il sommario del nuovo numero della nostra rivista.
N. 4 Luglio 1998-Sommario: Pietro Scoppola Ritorno a Camaldoli | Marina Magistrelli Per l’Ulivo è tempo di uscire allo scopertoi | Achille Ardigò Rifondare l’Ulivo per dare una qualità politica alla ripresa della coscienza moralei | Enrico Letta L’Ulivo ci ha cambiati | Virgino Colmegna Abitare la città per non smarrire il valore della solidarietà | Guido Formigoni Oltre l’allargamento della Nato | Giorgio Rivolta Dall’ideologia del "pensiero unico" al pensiero plurimo di "persona e comunità -prima parte- | Vincenzo Passerini La Chiesa non può stare a destra | Rosario Iaccarino Formazione, riforma della politica e comunità ecclesiale | Francesco Timpano Politiche economiche per il Mezzogiorno | Leonardo Benevolo Ripensare la legge 194 | La Rosa Bianca Il programma della scuola estiva di Brentonico

Ritorno a Camaldoli di Pietro Scoppola
Dall’intervento al convegno di Camaldoli promosso dalla rivista "Il Regno" del 3-4 luglio 1998
Per gentile concessione della rivista"Appunti di cultura e di politica"
Camaldoli evoca la grande tradizione benedettina, un filone profondo della spiritualità cristiana, l’aspirazione costante alla riforma. Nessuna risposta i cattolici potranno dare ai problemi del nostro tempo senza tornare ad attingere a questi filoni profondi di spiritualità. Più vicino nel tempo, Camaldoli evoca l’incontro che qui si tenne dal 18 al 24 luglio 1943, 55 anni fa, da cui nacque il famoso Codice di Camaldoli. Il richiamo sottolinea la distanza e al tempo stesso la continuità. La distanza: vi è una radicale diversità di condizioni storiche e di temi; si trattava allora di definire la posizione dei cattolici sulla questione sociale; la lettera di convocazione, firmata da Vittorino Veronese, "strettamente personale e non estensibile" indicava l’obiettivo di "una risposta all’invito pontificio rivolto agli studiosi di interessarsi con spirito di comprensione cristiana ai problemi sociali ed economici"; anche noi parleremo di problemi economici ma in una prospettiva nuova: al centro della nostra attenzione è oggi il tema del bipolarismo. La continuità: allora come oggi si invocava "lo spirito di comprensione cristiana dei problemi" in un momento di passaggio ad una nuova fase storica. Perché di questo si tratta: si è aperta una nuova fase storica, dopo quella segnata dalla controversa intesa della Chiesa con il fascismo e dopo quella della unità politica dei cattolici. La fine della D.C., partito centrale del sistema politico, non è solo il momento conclusivo della storia di un partito; segna il passaggio ad un sistema politico e ad un nuovo modello di rapporti fra "il religioso" e "il politico". In una parola (che esigerebbe molte spiegazioni): si passa dal modello continentale che viene dalla tradizione francese, nel cui ambito è nato il "partito cattolico", al modello anglosassone. La fine della D.C. non è un incidente di percorso (dovuto soltanto ai referendum elettorali, e alla benefica inchiesta su tangentopoli) è il frutto di un processo che investe in profondità la società italiana. Sono fuori discussione i meriti storici della D.C.; ma è anche fuori discussione l’irreversibilità di questo processo. Possono esserci ancora partiti di ispirazione e denominazione cristiana (ce ne sono perfino troppi!); non può più esserci un partito che in ragione di quella ispirazione diventa, come ha scritto Agostino Giovagnoli della D.C., partito della nazione, partito che solo in un senso relativo è "parte". Non può esserci in ragione della trasformazione della società, dei processi di secolarizzazione, che non solo hanno investito il tessuto cristiano di base, ma hanno portato al tramonto di tutte le religioni secolari cui i partiti cristiani si sono opposti nel corso della storia europea. Oggi quel che si oppone al cristianesimo non è un seggetto politico definito e forte: è una mentalità e una cultura molecolarmente presente nella società. Di qui la crisi delle appartenenze di partito, la relativizzazione della politica fondata su quelle appartenenze e, per necessario contrappeso, l’emergere della funzione di governo come elemento centrale della vita politica. E’ sulla funzione di governo che i cittadini devono, nelle società democratiche, decidere con il voto: "dal voto di opinione al voto di decisione". Ecco dunque la necessaria polarizzazione delle scelte, in un sistema appunto, bipolare. Chiediamoci anzitutto se, quanto, come la Chiesa italiana ha compreso questo radicale cambiamento di prospettiva. E’ una domanda che investe a pieno la nostra responsabilità di laici cattolici. A me sembra –ma è un giudizio del tutto personale- che il cambiamento non sia stato compreso: o meglio che vi siano spezzoni di risposta, che vengono dalla gerarchia e spezzoni di risposta che salgono spontaneamente dalla base che non si legano in un progetto. E quando dico progetto non lo intendo nel senso forte che l’espressione "progetto storico" ha avuto nella tradizione cattolica, ma nel senso più ristretto e riduttivo di risposta criticamente consapevole dei processi storici in atto. Perché la risposta sembra inadeguata? Perché si vorrebbe che la Chiesa parlasse di più di Dio e del messaggio di Cristo, in una società laicizzata, corrosa dall’edonismo, ma insieme segnata da una diffusa e tormentosa domanda di senso e assetata di risposte. Perché si vorrebbe che i giusti richiami alla responsabilità dei cattolici in politica non toccassero solo le questioni di immediata rilevanza etica ma la responsabilità della quotidiana costruzione di una "buona convivenza" e delle sue condizioni. Perché si vorrebbe che non solo spontanee iniziative di base (volontariato) fossero alimento etico della convivenza, ma la presenza della Chiesa nel suo insieme lo diventasse, stabilmente, normalmente, come finalmente sta accadendo in alcune aree del Mezzogiorno; che la vita religiosa fosse presupposto naturale, alimento fecondo di responsabilità civile e di vita democratica. In questo senso accennavo al modello americano: la Chiesa non più "parte" ma sorgente di riserve etiche nella vita civile. Perché si vorrebbe infine una più chiara coscienza che un corretto bipolarismo non riduce ma potenzia gli spazi della influenza cristiana nella società, purchè si inventino le mediazioni culturali e politiche adeguate. Il bipolarismo dunque è la sfida. I cattolici italiani hanno contribuito al passaggio dal vecchio sistema al nuovo. Devono contribuire al completamento del processo e devono essere responsabilmente presenti nel sistema bipolare. Vi sono cattolici che hanno scelto l’altra parte, l’altro polo. Occorre rispetto reciproco e possibilità di convergenza su obiettivi comuni. Ma attenzione: l’unità su certi valori non significa sempre e necessariamente identità di mediazione culturale politica. Lo schema dei cattolici uniti sui valori (che contano) divisi sulla politica (che non conta) è un falso schema. Problemi analoghi si pongono anche dentro lo stesso "polo", quello che a noi qui, oggi, più interessa: l’Ulivo. Vi sono cattolici degni del massimo rispetto che hanno scelto di entrare nel processo di formazione della Cosa 2. Ma è più legittimo dubitare che l’identità socialdemocratica possa rappresentare una prospettiva valida e vincente nel nostro paese in un confronto bipolare. Achille Occhetto in un suo piccolo libro recente ha sottolineato i meriti della socialdemocrazia europea nel prendere coscienza delle nuove prospettive planetarie, che esigono una global governance; ma ha riconosciuto in sostanza che la tradizione socialdemocratica è un contenitore ormai insufficiente per una risposta a queste esigenze se non c’è una collaborazione profonda con le nuove culture ambientaliste e con la tradizione cristiano democratica. E’ di questi giorni la notizia di una iniziativa comune Clinton-Blair, che ha visto la partecipazione del nostro presidente Prodi per una internazionale democratica. E’ in questa direzione che bisogna camminare. Non c’è dubbio che anche a livello europeo assisteremo a una ridefinizione delle identità dopo che il PPE ha deciso di farsi contenitore, sostanzialmente senza riserva, dei movimenti conservatori europei. Qui nasce il problema dell’Ulivo ancora irrisolto. Esso è necessariamente condizionato dalla scelte dei DS: l’identità socialdemocratica è compatibile con un Ulivo coalizione, lo è assai meno o non lo è affatto con l’ipotesi (che è stato il sogno di un momento) del grande Ulivo. Ma in questo caso "gli altri" del centro sinistra, e i Popolari in primo luogo, possono restare a livello di piccoli partiti o non devono cercare forme originali di aggregazione per dare peso e visibilità alla loro presenza nella coalizione? Non forza e visibilità a un centro moderato ma a un complesso di culture e tradizioni politiche diverse da quella socialdemocratica cui i DS si richiamano. Non vi sono risposte definitive: il problema è quello di indovinare la direzione del cammino. Per mio conto penso che il futuro dei Popolari si chiami Ulivo. Ma la costruzione del bipolarismo pone molti altri problemi a livello di istituzioni e a livello di cultura. A livello di istituzioni. E’ evidente la contraddizione di quanti denunciano il potere di interdizione di un singolo partito della maggioranza ma non sanno dir nulla su come, a livello istituzionale, dopo il fallimento della bicamerale, ovviare al problema. Si può non essere d’accordo sui referendum, ma non si può sfuggire alla responsabilità di indicare una soluzione, e non si può negare il significato e il valore di una mobilitazione di cittadini che vogliono dare una risposta. Oggi il referendum contro la proporzionale rappresenta l’unico mezzo disponibile. A livello di cultura perché il bipolarismo è anche una cultura e un ethos. E qui si pone il problema ancora poco studiato della fragilità del senso della cittadinanza nel nostro paese: alla crisi delle identità partitiche non ha fatto riscontro una forte crescita del senso di cittadinanza. L’idea di cittadinanza non fu dominante nei valori della Assemblea costituente. C’è nella nostra Costituzione una spinta universalistica: non solo i cittadini ma tutti gli uomini hanno diritti che la Repubblica –come recita l’articolo 2- non crea ma "riconosce e garantisce". La discussione che si svolse nella prima commissione sui presupposti ideologici della Costituzione riflette questo clima e trova, non a caso, il suo punto di sintesi nel famoso o.d.g. Dossetti del 9 settembre 1946 sulla centralità della persona umana e "sulla necessaria socialità di tutte le persone". Vi è insomma nella Costituzione, rispetto ai diritti civili ottocenteschi, una crescita ed una apertura universale, ma con un effetto che un acuto storico del diritto, Maurizio Fioravanti nel volume Costituzione e popolo sovrano, ha ben messo in evidenza: i diritti di cittadinanza sono stati pensati dalla grande maggioranza dei costituenti come norme di principio da attuare attraverso l’impegno delle forze politiche e l’opera del parlamento, più che come elemento di identità del cittadino. E’ un clima culturale, che condiziona anche altre costituzioni del secondo dopoguerra, in un clima lontano e diverso da quello che caratterizza la cultura costituzionale anglosassone in cui i diritti fondamentali rappresentano anche e prima di tutto un elemento di identità del cittadino e una garanzia nei confronti del potere dello stesso legislatore. La Costituzione pone di fatto le solide premesse di una cittadinanza democratica, ma su basi culturali che stentano a farne l’elemento portante di una nuova identità collettiva: il senso della cittadinanza è, in larga misura, un progetto che non ha colmato il vuoto che si aprì con la tragica crisi dell’8 settembre 1943. Gli italiani hanno maturato a modo loro, un senso di cittadinanza, anche se con una accentuazione dei diritti rispetto ai doveri. Ma si è manifestata una progressiva divaricazione fra crescita della cittadinanza e funzionalità del sistema. La crescita della coscienza dei diritti è entrata così in conflitto con il senso di appartenenza. E’ un paradosso della democrazia italiana: nel nostro paese, dopo cinquant’anni di esercizio di quei diritti, l’identità nazionale entra in crisi. Credo che il problema si debba affrontare non solo a livello di educazione e di scuola ma prima di tutto di efficienza quotidiana dei servizi pubblici e di rapporti molecolari cittadino-stato. Ecco uno spazio inedito di impegno culturale e civile per i cattolici italiani.Non voglio dilungarmi. Dire "responsabilità" e scelte dei cristiani in una Italia bipolare" significa aprire un ventaglio amplissimo e in gran parte nuovo di questioni. Certo non potremo risolverli in due mezze giornate: sarebbe molto se potessimo scendere da Camaldoli con la consapevolezza ,che queste questioni esistono e con la speranza che qualcosa si possa fare, perché il destino del nostro Paese non è già scritto, ma è anche in piccola parte nelle nostre mani.

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