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Granetto: l'altro lato del '900
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I Forum di Gnomiz

Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione

Artisti e critici di Alessandro Masi
Caro Granetto, ti ringrazio molto per i complimenti. Tuttavia mi piacerebbe che Forum aprisse un serio dibattito sulla critica d'arte in questo paese e su quanto di buono e di cattivo essa abbia prodotto in questi ultimi anni. Non un processo sommario, nè una rivelazione inedita, quanto una giusta, serena riflessione sulle opportunità create e sulle occasioni mancate del rapporto artista-critico. Se sei d'accordo, e se gli amici di Gnomiz sono interessati, si potrebbe ripartire dal deserto attuale e dalla incomprensibilità del testo, sia scritto che dipinto. C'è qulacosa che sfugge, infatti, leggendo riviste specializzate e che ci proietta in dimensioni schizofreniche e fuorvianti nelle quali il silenzio della critica e l'assoluto distacco dalla realtà degli artisti è davvero colpevole. A presto Ale con le ali
Il sito di Alessandro Masi

Quando l'arte vince la morte di Luigi Granetto
Caro Masi, la tua proposta è molto stimolante, speriamo che riesca a decollare. Per dare un contributo al dibattito cercherò di esporre qualche idea. Il dissidio fra arte e ragionamento dipende dal fatto che la decodificazione di un'opera d'arte non può modificare la sua essenza, essa conserva staticamente in se una memoria capace di garantire la dinamica dei valori interpretativi. Questa particolare natura, creando una distanza fra le possibilità interpretative degli artisti e la loro opera, permette di perlustrare l'intelligibilità del sapere oltre i confini, storico e fisici, della morte. Naturalmente i primi beneficiari di tale proprietà sono gli artisti che, apprendendo dall'arte, condividono un sapere evolutivo che sottrae i loro progetti all'immobilità dell'opera compiuta. La durata di una civiltà dipende dalla capacità dell'arte di sconfiggere la morte con le sue stesse armi, affidando ad una profonda immobilità l'enigma del divenire, se questo enigma non suscita più nessuna interpretazione la civiltà muore: gli dei sdegnati si ritirano aspettando una nuova era. Probabilmente, l'attuale crisi dipende dal fatto che le grandi aspettative di un vero e proprio cambio di civiltà, suscitate dalle rivoluzioni francese e russa, si sono rivelate irrealistiche. In questi ultimi vent'anni, proprio mentre esplodeva un interesse di massa per l'arte antica, per la lettura dei classici, per la rivalutazione del sapere greco, per il ritorno di una coralità epico lirica nella grande cinematografia americana, per la comprensibilità dei messaggi poetici, nelle canzoni di un Dylan o di un Paolo Conte, per il ritorno a Bach di un musicista popolare come Glass, una classe di artisti e di critici disillusi, incapaci di riconoscere il sostanziale fallimento intellettuale, non solo delle avanguardie ma del concetto stesso di avanguardia, hanno affidato la loro sopravvivenza ai morenti riti del mercato e della cultura tardo-universitaria. Le "
occasioni mancate del rapporto artista-critico" come tu le chiami, si nutrono di questo clima da provincia sull'orlo del fallimento che ha creduto di trovare, fra uno strutturalismo rimasticato male e un nichilismo di maniera, condito dalle risibili epifanie dell'incomprensibile Cacciari, l'ultima ancora di salvezza per salvaguardare il proprio tornaconto. Mi auguro che nel prossimo futuro si restauri un rapporto fra sapere artistico e sapere ragionativo che tenti di ridare senso alla nostra storia millenaria, lasciando la cronachetta del portafoglio ai mobilieri di Cantù.

Due libri contro il genocidio di Fedrico Marchini
Il 6 aprile 1994 l'aereo del presidente del Rwanda, Juvenal Habyarimana, viene abbattuto sopra l'aeroporto di Kigali. Nello stesso momento si scatena il genocidio dei tutsi e degli hutu contrari alla pulizia etnica. Tra 600mila e 1milione il numero dei morti in poco più di tre mesi.
Il 6 aprile, a Milano, in via Montenapoleone, Emil Mirzakhanian, gallerista, inaugura una serie di incontri con un dibattito sul libro di Franz Werfel, "I quaranta giorni del Mussa Dagh", riedito meritoriamente dopo lunghi anni da "Il Corbaccio".
Il "Mussa Dagh", un libro quasi trascurato, per decenni considerato un libro per ragazzi, un "romanzone", alla pari del "Gulliver" di Swift o dell"Alice" di Lewis Carroll: una colpevole svista di larga parte del mondo editorial intellettuale.
Sotto ai cumuli di cadaveri che costeggiavano i villaggi ruandesi, nelle storie dei sopravvissuti, negli occhi opachi dei bambini, nelle sensazioni oscene di quattro anni fa nel centro dell'Africa si leggevano chiare nette inequivocabili le pagine di Franz Werfel scritte sessanta anni prima.
“L'Europa non lo tollererà" dice Gabriele Bagradin, protagonista narrante del libro a pagina 91, riferendosi al genocidio in corso del popolo armeno. L'Europa ha tollerato quel milione e mezzo di morti nel 1915 senza sentirsi minimamente in colpa. E da allora la nostra cara Europa ha "tollerato" i lager in Germania, il genocidio in Rwanda, la pulizia etnica nell'ex Jugoslavia e così via. L'Europa tollera assolutamente tutto purché non incida sui suoi interessi economici. Gli armeni furono portati a morire di fame nel deserto, gli ebrei gasati e cremati nei campi di sterminio, i ruandesi massacrati nelle case nelle chiese e per strada, i bosniaci eliminati con sistemi poco diversi dagli altri.Perché e necessario leggere un libro come questo?
Perché vi è descritta nel migliore dei modi la creazione dell'intolleranza. Perché, come in un film, si leggono le sequenze che portano alla costruzione dell'immagine del nemico, del diverso, del responsabile di tutti i guai del mondo, e in prima istanza dei guai nostri.
Perché non si racconta la banalità della razza ma la banalità delle sue colpe costruite. Perché si riesce a comprendere come per esclusivi fini di potere si possa inventare un nemico su cui dirigere l'attenzione del massacro. E importante leggere Werfel per leggere il nostro secolo di civiltà occidentale capace di assorbire l'eliminazione volontaria di milioni di individui senza colpa. Il Mussa Dagh è un libro, oltre il romanzo e il saggio, un libro che racconta come pochi altri dei meccanismi atavici e malauguratamente insuperati di come si fa una guerra, di come si costruisce il potere di pochi inventando la cattiveria di molti. Uno scorcio illuminante del fare politico di fronte a un genocidio dichiarato lo si ha all'inizio del libro terzo, nel dialogo tra il dottor Lepsius e il consigliere intimo del cancelliere tedesco.
“- Non si tratta qui affatto- continua Giovanni Lepsius,- di una questione politica interna alla Turchia. Neppure lo sterminio di una piccola tribù negra di pigmei è una questione di politica interna fra sterminatori e sterminati. Tanto meno noi tedeschi possiamo salvarci in una neutralità deplorante o disperata."
“- Ogni cosa a questo mondo è innanzitutto una questione morale e solo molto più tardi una questione politica"
A questo ragionare privato normale e individuale risponde il consigliere intimo con passaggi illuminanti sul "pensare politico":
“ .... lei deve capire che in questo destino agiscono potenze storiche superiori, che si sottraggono alla nostra influenza....... Gli armeni periscono vittime della loro geografia. E la sorte dei più deboli, la sorte dell'odiata minoranza!"
E solo uno stralcio di un dialogo di diverse pagine che obbligatoriamente non rende qui lo scontro tra due modi di vedere e intendere il destino delle persone. Ma come non sentirsi obbligati a analogie agghiaccianti dei passaggi della politica europea fino a oggi. Nello stesso capitolo il dottor Lepsius incontrerà i rappresentanti di una larga parte dei turchi decisamente contrari e inorriditi di fronte a quanto succede ai confini con la Siria. Risulta chiaro come buona parte del popolo turco fosse contrario o almeno "non favorevole" alla prima pulizia etnica del XX secolo. Il "popolo", qualunque esso sia, non è mai responsabile sia nel ben sia nel male: gli individui si. Gli individui, dai politici ai giornalisti, nel nostro caso, individuano e gonfiano aspetti particolari di pochi per trasformarli in luoghi comuni; e tutto questo per comodità per tornaconto o per ignoranza. E così saranno i grandi occhi azzurri degli armeni, i nasi adunchi degli ebrei, le lunghe mani dei tutsi per arrivare a più sottili parametri di identificazione di serbi bosniaci e croati. In verità, come sempre accade e accadrà per molto ancora, il comune cittadino che si trovi per destino dalla parte degli sterminati o degli sterminatori, non realizza fino a quando non vede o non gli succede, l'entitˆàdell'orrore che si compie. Così in Germania per gli ebrei, così in Rwanda, così in Cambogia piuttosto che in Jugoslavia. Il comune cittadino non vuole dover credere che suoi consimili siano capaci di atrocità non misurabili. Nessuna televisione può rendere la morte disperata quanto lo possono delle parole scritte nel migliore dei modi. E chi queste cose le ha viste lo sa. Sono passaggi fondamentali per comprendere come si possa banalizzare la realtà complessa di un popolo o di una situazione con la scusa di semplificare o di chiarire ai "non addetti". Werfel ci racconta dell'impotenza di chi sta dalla parte della ragione contro chi la ragione stermina per tornaconto personale o politico. Ma la grandezza di Werfel sta nel viaggiare dentro gli uomini e le donne, nel mostrarci un campionario di eroi altamente imperfetti al pari di abbietti e traditori capaci di suscitare umanità. Leggere il Mussa Dagh è leggere dentro l'umanità, la storia, i pensieri della gente del nostro esausto secolo.
Ai teledipendenti che non volessero affrontare le pur bellissime 900 pagine di Werfel, ai pigri, agli scettici o a chi volesse documentarsi con maggiore precisione, è destinato un altro ottimo volume pubblicato da Guerini e Associati  nel 1996 : "Armin T. Wenger e gli Armeni in Anatolia, 1915, Immagini e testimonianze" Wegner, certamente ispiratore del Mussa Dagh di Franz Werfel in quanto testimone oculare di quanto avvenuto, era riuscito a fotografare e a raccogliere documentazioni fondamentali della deportazione degli armeni nel deserto di Der es Zor. Il Volume, composto da 80 fotografie e numerosi documenti, è parte della mostra tenutasi a Milano nell'aprile del 1995. Volume a se stante o complemento indispensabile a chi conoscesse poco o nulla dei fatti di quegli anni della Turchia, il libro edito da Guerini e Associati  vale comunque come prova inequivocabile di un genocidio ancora non universalmente riconosciuto. Dove le ragioni di allora, sempre valide, sono spiegate con chiarezza dallo stesso Wegner in una intervista del 1972 a Roma, riportata nel libro: “Successe che il Feldmaresciallo Von der Golz con un ufficiale turco e un ufficiale tedesco stavano percorrendo in auto il deserto diretti a Baghdad per la via più rapida, mentre il corpo ufficiali, i collaboratori e il medico che da lui dipendevano viaggiavano nella stessa direzione, ma molto più lentamente. In quell'occasione quando di sera ci si fermava per montare il campo, spesso si passava vicino ai lager di morte dove gli Armeni, cacciati indifesi nel deserto, stavano aspettando una lenta fine. I turchi evitavano e negavano la presenza di questi campi. I tedeschi non andavano a vederli e facevano come se non ci fossero. Io ero l'unico ad entrarvi anche se era pericoloso perla salute, perché tra i profughi c'erano molte malattie e anche per questo i tedeschi non volevano andarvi. In primo luogo i Tedeschi non volevano vedere tutto ciò perchè erano alleati con i turchi, in secondo luogo volevano evitare le malattie e il contagio." Volutamente censurate delle immagini più crude, le pagine ci restituiscono con la stessa forza ma con mezzi diversi - documenti lettere testimonianze e immagini - l'atmosfera i luoghi e i protagonisti di quell'evento indegno che inaugura le ondate di odio e sangue del XX secolo. Due libri insomma, due libri da consigliare senza riserve. Due volumi per smascherare la falsità e l'ignoranza e la creazione di luoghi comuni. Leggere questi volumi, forse ripetiamo, serve a capire il Ruanda come i lager nazisti o la Jugoslavia e a rivelarne gli aspetti falsi e antropologicamente non sostenibili, aspetti esistenti certo ma sicuramente non generalizzabili. Aspetti che, ci piacerebbe, il secolo uscente potesse seppellire con se stesso e con i morti che ha potuto creare.
Franz Werfel "I Quranta Giorni del Mussa Dagh"-Editore: Corbaccio, Pagine 920-Lire 42.000
"Armin T. Wenger e gli Armeni in Anatolia, 1915, Immagini e testimonianze"
Guerini e Associati Pagine 221, Lire 32.000

 

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