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I Forum di Gnomiz

Il Gioco della Parola, della Memoria e dell'Invenzione

Il movimento che sarà di Giovanni Colombo
E finisce così, all’una e qualche minuto di un venerdì d’ottobre, per un solo voto di scarto, il governo Prodi. Una fine triste come una salita sotto il cielo autunnale. La voce che arriva coi telegiornali della sera dell’ipotesi di un Prodi bis a termine, per approvare almeno la finanziaria, non fa che aumentare la malinconia. Ormai il vaso è rotto, non si riaggiusta più. La corsa della maggioranza uscita dalle urne elettorali il 21 aprile ‘96 è arrivata al capolinea. La crisi ha un nome e un cognome: Fausto Bertinotti. E’ lui che l’ha fortemente voluta con un ragionamento che parte da lontano, che si appoggia su dati veri ma che si conclude malissimo. Il ragionamento si può riassumere così. C’è una crisi di sistema. Le imprese continuano a fare ottimi profitti come risulta da tutti i più seri osservatori a cominciare dalle statistiche della Banca d’Italia e di Mediobanca. Gli anni di profitti magri nell’ultimo mezzo secolo si contano sulla dita d’una mano, e di certo gli ultimi tre anni sono stati di vacche grasse. Ma i profitti e il "cash flow" delle imprese tendono ad essere investiti piuttosto in carta finanziaria o in impieghi ad alta concentrazione di capitale che nell’espansione della base produttiva e nell’assorbimento della manodopera disoccupata. I profitti e l’accumulazione del capitale non determinano più, come nel modello classico, un ciclo espansivo; il benessere ricade su una parte soltanto della popolazione senza espandersi; i dislivelli sociali aumentano e si solidificano. Tutto ciò accade in Italia ma anche negli altri paesi dell’Occidente sia pure con notevoli varianti da un luogo all’altro. Se questa è la situazione, se il laissez faire non realizza la condizione ottimale (ormai lo dice anche il guru della speculazione mondiale Soros), occorre che l’Ulivo si decida: linea Blair o linea Jospin. E Bertinotti non ha dubbi: Blair con il suo new labour rappresenta la fuoriuscita dal solco della sinistra, un’assimilazione morbida della piattaforma neo-conservatrice, una sorta di abdicazione alla lotta, con l’invito troppo generico ad andare oltre, beyond left and right. Molto meglio Jospin, con il suo programma socialista di stampo tradizionale, il Jospin che chiude la campagna elettorale contro Chirac esclamando con impeto gauchiste " no alla società liberale". Con Jospin si sentono gli echi di battaglie di civiltà, di scelte ultimative, di modelli talmente alternativi da configurare un nuovo, elegante conflitto. Rosso e nero, socialismo e liberalismo, pensiero multiplo contro pensiero unico.Prodi invece, con la sua finanziaria, non sceglie nè Blair nè Jospin, tira a campare: non affronta a muso duro il problema fondamentale della disoccupazione - emarginazione sociale, fa un po’ di beneficenza e nulla più. Facciamolo dunque cadere, lasciamo pure che sul breve termine siano le forze moderate a votare la manovra e lavoriamo piuttosto sul medio-lungo termine per spostare l’asse del governo a sinistra, en attendant il Jospin italiano.Il ragionamento di Bertinotti, ripeto, appoggia su dati veri. La crisi è una crisi sistemica. Ma proprio per questo non basta assumere qualche decina di migliaia di giovani al Sud, dare gratis i libri di testo e togliere i tichet sanitari. Bertinotti, da buon sindacalista - il dna è rimasto quello -, la fa fin troppo facile. Il percorso è molto più lungo. Intanto dovrebbe imparare qualcosa anche da quel Blair che abroga la clause four dello statuto laburista, la clausola che rimandava ad un obiettivo nazionalizzatore, statalista. E’ finita, io spero per sempre, l’idea comunista che lo Stato debba essere il proprietario per eccellenza dei mezzi di produzione e farsi imprenditore, assumere direttamente l’iniziativa in campo economico, diventare datore di lavoro. E poi dovrebbe apprendere quello che Jospin certamente sa: che non è più permesso a nessuno di tornare alla ricetta nazional-keynesiana tradizionale. Essa è impraticabile per economie integrate, con una sola politica monetaria, e vincolate da un "patto di stabilità" che riduce drasticamente le loro manovre di bilancio. Solo a livello europeo è possibile promuovere una nuova politica di espansione produttiva e di crescita dell’occupazione, una politica eurokeynesiana. E forse adesso tale politica diventa possibile, a partire dal rilancio di quel piano comune di investimenti infrastrutturali che Delors propose nel suo Libro Bianco e che fu prontamente accantonato. E’ proprio la moneta unica che offre nuove possibilità di finanziamento di quel programma grazie all’afflusso di capitali esteri in Europa, già in atto, e grazie alla possibilità di utilizzare a scopi produttivi, sia pur gradualmente, una parte cospicua (valutata in cento miliardi di dollari) delle riserve in dollari delle banche centrali europee, divenute eccessive rispetto ad un commercio estero "europeo" dimezzato.Il percorso è lungo e il governo più a disponibile a percorrerlo era quello di Prodi. Via Prodi, chi ascolterà mai più Bertinotti? L’Ulivo era il governo più a sinistra che il Paese potesse per il momento accettare. Teoricamente, è vero, ci sarebbe una soluzione più avanzata: D’Alema al posto di Prodi perché, sempre molto teoricamente, Prodi è di centro-sinistra, D’Alema di sinistra. Ma non è questo uno schemino iper-politicista? Primo perché prescinde dal voto del 21 aprile, che ha indicato premier Prodi e non D’Alema. Secondo perché dubito fortemente che D’Alema sia Jospin: in questi anni il segretario dei Ds ha fatto di tutto pur di diventare un accettabile esponente della sinistra liberale ed è stato così impegnato in tale operazione che di sinistra ha detto ben poco ("D’Alema, di’ qualcosa di sinistra…" Nanni Moretti, Aprile). Terzo perché appena si affaccia D’Alema, scappa il centro del centro-sinistra: l’opinione pubblica italiana non è stata ancora "mitridatizzata" nei suoi confronti. Lo schemino è così astratto che vien da pensare che il vero obiettivo di Bertinotti fosse, almeno per il momento, un altro: invadere con le vaste dimensioni del suo ego il partito della rifondazione comunista e possederlo in toto. C’è un cicinino, non più di un cicinino, di epos nel suo sconfiggere Cossutta: Cossutta il padre del partito, Cossutta il patron che l’ha voluto segretario "così non saremo più vetero" adesso è nella polvere. Fausto c’è l’ha fatta ad abbatterlo, ad ucciderlo, a sfilargli il partito. Fausto è diventato maggiorenne. Poco importa se tutto ciò provoca un’ulteriore scissione: di scissione in scissione si costruirà el pueblo unido jamas sera vencido. Adesso che è il capo indiscusso può coltivare la sua identità di comunista, stagliarsi solitario sullo scenario della politica italiana e splendere come l’unico diverso, non omologato, non normalizzato, difensore dei poveri, "in questo mondo ma non di questo mondo". L’identità è importante, ma di troppa identità si può morire. Ed è meglio illuminare che splendere, diceva già qualche secolo fa San Tommaso d’Aquino. Se Bertinotti è stato il provocatore della crisi, questa crisi non ci sarebbe stata se Prodi, a cui continuiamo a voler bene, si fosse comportato diversamente. Prodi in questi anni ha fatto l’amministratore delegato dell’azienda Italia e, con il cassiere Ciampi, ha portato l’azienda in Europa. Questo era sufficiente fino al 1 maggio ‘98, giorno dello storico evento. Ma dal 2 maggio in poi non bastava più. Prodi per durare doveva diventare un leader politico. Non si resiste più di un tot se si è soltanto dei tecnici. Ed è giusto che sia così. Blair, Jospin, il neo eletto Schroder, Aznar sono tutti dei politici, non dei tecnici: il tecnico ti dice come si fa, il politico ti dice dove si va. Ed oggi abbiamo bisogno di sapere qual è la direzione di marcia. Prodi doveva quindi indicare la nuova frontiera, trasmettere una concezione motivante dell’avvenire, cantare la nuova canzone popolare. Non l’ha fatto. Due esempi: il Sud e la scuola. Al Sud doveva tornare col mitico pulmann, partendo di nuovo da Tricase e via via battendo le piazze più importanti. E nel giro doveva coinvolgere anche i suoi ministri: li ha portati nel Veneto, quando soffiava più forte il malumore leghista, perché non li ha costretti anche ad andare a Napoli, dove si addensano nuvole nere cariche di disoccupazione e di camorra? Il premier doveva dare per primo il segnale fisico che si può andare e stare al Sud e farsi garante personale verso gli imprenditori nazionali e internazionali che patti territoriali, contratti d’area, Agensud sono realtà e non pezzi di carta. La scuola: l’Ulivo ha vinto il 21 aprile perché ha capito la centralità della scuola. Elevare il livello d’istruzione è uno dei fattori chiave ai fini della competitività internazionale e della creazione di una società integrata. Perché allora non c’è stata una corsia preferenziale per i provvedimenti di riforma del sistema scolastico? Perché il premier non è andato più volte nelle scuole, nelle università, in mezzo ai giovani, per ascoltarli, scuoterli, incoraggiarli, in modo da assicurare con la sua presenza fisica-politica che fin quando c’è lui non c’è bisogno dello sciopero generazionale paventato da Mario Monti? Il leader politico è tale se trasmette una "missione" e se ha "peso": il leader raccoglie consenso intorno al suo sogno, al suo programma , alla sua persona e, in forza dei voti, conta. Se i voti non li ha, leader non diventa, resta un consulente o un manager o un professore a contratto. Prodi non è riuscito-non ha potuto trasformare l’Ulivo da logo della coalizione in qualcosa di più. E quindi nel momento della stretta, si è ritrovato leggero, di una leggerezza effettivamente poco sostenibile di fronte alle pressioni dei capi-partito.La fragilità di Prodi l’ha subito colta il terzo protagonista della crisi, Francesco Cossiga. Con Bertinotti il più intervistato, di tutti il più coccolato dai soliti compiacenti giornalisti italiani. Cossiga si è offerto come sponda. Sponda oggi dell’anatra zoppa Prodi, per farla diventare domani a tutti gli effetti anatra paralitica, e andare dopodomani a trattare direttamente con Marini e D’Alema nuovi equilibri che spazzino via l’Ulivo e quel poco di bipolarismo finora conquistato. Benissimo hanno fatto Prodi e Parisi a dire di no ai guerriglieri ciclotimici dell’Udr e al loro capo, il libertino Francesco Cossiga. Sono caduti ma non sono tornati "democristiani".Perché a questo punto, con l’Udr, torna la palude "democristiana": la ragnatela che si tesse in silenzio, la macchinazione che non lascia tracce, la manina nell’ombra, quel parlare che non è mai chiaro perché è più prudente che la luce e l’oscurità, il positivo e il negativo, il sì e il no si intreccino e di confondano a vicenda. . Torna l’Italia che non ama la costruzione, il programma, la decisione, il progetto ma che preferisce galleggiare, smussare, "annaccare" (massimo movimento, minimo spostamento). Torna l’Italia della pensione ai ventenni, degli assegni di invalidità ai sani, delle parrucchiere gratis in cambio di un bel voto a Cirino Pomicino.Per tentare di sconfiggere la palude, sarebbe indispensabile non tentennare neppure un attimo e andare dritti alle urne e tentare con l’Ulivo più Cossutta di battere il Polo e tagliar fuori definitivamente gli inquinatori cossighiani. Ma di questi tempi chiedere di seguire una linea retta è chiedere troppo. Ci sarà quindi un governo tecnico, nel maggio si voterà il nuovo capo dello Stato, in giugno le elezioni europee, e fra un anno forse se ne riparlerà. Nel frattempo allora si faccia la cosa più importante: vedere se può crescere un movimento che assomiglia tanto all’Ulivo ma che, a differenza dell’Ulivo che abbiamo finora conosciuto, prenda una forma precisa. Il "movimento-che-sarà" dichiari innanzitutto con forza la sua identità anti-palude e audacemente riformista. Bertinotti o non Bertinotti, visto che la crisi di sistema c’è, non si può pensare di affrontarla con i gruppi di studio di economisti senza credo, con le soluzioni tecniche suggerite dalla Confindustria, con paroline sussurrate per non disturbare gli anemici centristi. Il movimento o sarà mondiale – contro le chiusure nazionalistiche -, personalista - contro ogni specie di liberismo -, comunitario - contro ogni forma di comunismo -, pacifista - contro i Milosevic di ogni colore -, ecologista - contro l’effetto serra e la desertificazione del pianeta -, o non sarà. Il "movimento-che-sarà" si organizzi allargandosi in "orizzontale". Ormai tutti i partiti, i soggetti politici sono mono-posto: c’è il leader col suo staff e poi il deserto con le truppe cammellate da portare ai congressi. Si può continuare anche così: però non si parli di democrazia interna, di partecipazione, di primarie, di tavoli, e non ci si sorprenda se viene meno la militanza e scompare la gratuità. Lasciamo pure che i notabili liberali, che hanno sempre detestato il suffragio elettorale, vadano in verticale. Noi facciamo l’inverso, adottiamo un metodo per l’integrazione, che evidenzi, sostenga e armonizzi le capacità e le competenze di tutti. Uno ci sta, prende parte, ci mette i soldi quando si sente libero, importante, non fungibile e percepisce che l’affermarsi del progetto collettivo fa diventare qualcuno deputato e tutti più liberi e felici. Il movimento o sarà di tanti, convinti e contenti di stare insieme, o non sarà.Molto lavoro, quindi, ci attende. La malinconia di stasera è solo il segnale che la lotta si fa più dura. Berlusconi, Bertinotti e Cossiga no pasaràn.

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