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Parola - Memoria - Invenzione

 

Usa-Irak: una guerra commerciale di Adriano Autino
Vi mando un articolo che secondo me e' per INVECE, poi vedete un po' voi, se metterne un pezzo con continuazione su TdF, o come volete.
La guerra di Troia e la guerra di Bagdad
Scrivevamo, in un recente editoriale, che l'economia da sola non ce la puo' fare ad assolvere alle necessità di sviluppo dell'Umanità, ed auspicavamo un forte ritorno della politica sulla scena mondiale. Qualcuno ha pensato bene di operare un cortocircuito e passare direttamente alla guerra, che (non ricordo più chi lo disse) è la continuazione della politica con altri mezzi. Circa le motivazioni di questa guerra, rifiuto di soffermarmi sulle analisi superficiali e scandalistiche, che ci presentano un Bill Clinton capriccioso come un moderno Caligola, che mena mazzate a destra e manca per coprire le proprie malefatte di fronte al Congresso USA, nel momento in cui viene messo sotto processo. Una guerra per Monica? Non ci credo. Da migliaia di anni donne più o meno fatali sono prese a pretesto di guerre che hanno ben altre, e ben più concrete, motivazioni economiche. Neppura la guerra di Troia fu condotta, dai Greci, per i begl'occhi della mitica Elena! Bensi' per aprire mercati ed appropriarsi delle ricchezze dei Troiani. Primo dato: a detta dei commentatori economici ci troviamo oggi ad avere il prezzo del petrolio più basso degli ultimi 30 anni, grazie alla grande abbondanza di oro nero sul mercato. Secondo: l'Irak da solo produce la metà del petrolio di tutto il mondo. Terzo: questa grande quantità di petrolio è sanzionata e fuori dal mercato ormai da otto anni. Se fossero improvvisamente tolte le sanzioni all'Irak, e questa enorme quantità di greggio venisse riversata sui mercati mondiali, si andrebbe incontro ad un ulteriore ribassamento del prezzo del petrolio, con conseguenti gravi perdite da parte per tutti i petrolieri a livello planetario, che hanno, negli USA, il lobbista più tenace ed efficiente.
Table 1. World Crude Oil Prices

 

1973

1975

1980

1990

1992

1993

1994

1995

1996

OPEC official average sales pricea
US $ per barrel 3.39b 11.02 30.87 21.76 18.33 16.08 15.44 16.84 19.83
1996 US $ per barrelc 10.51 28.65 56.07 25.50 20.11 17.19 16.15 17.17 19.83
World average price
US $ per barrel NA NA NA 22.12 18.24 16.13 15.27 16.62 19.75
1996 US $ per barrelc NA NA NA 25.92 20.01 17.25 15.97 16.94 19.75

a F.o.b. prices set by the OPEC governments for direct sales and, in most cases, for the producing company buy-back oil. Weighted by the volume of production.
b Posted prices.
c Nominal price deflated by the US GDP price deflator.
Questo puo' anche spiegare l'atteggiamento tiepido tenuto dal resto del mondo arabo nei confronti di questa guerra. Certo a nessuno sta simpatico Saddam Hussein, ma occorre tener presente che i Governi dei Paesi Arabi sanno perfettamente qual'è l'interesse loro, e di tutte le lobby petrolifere. I bombardamenti avranno l'unico effetto di incattivire ulteriormente il dittatore iracheno, e di rinsaldarne la posizione al potere. Conseguentemente, Saddam commetterà sicuramente altri atti che irriteranno l'ONU e gli USA, le sanzioni saranno rinnovate, ed il petrolio iracheno resterà fuori dal mercato (almeno sinchè sia passata l'attuale congiuntura). Fonti tutt'altro che sospette di simpatie per il regime iracheno (la CIA) sostengono inoltre che: (i) le azioni di guerra USA sono mirate più a rovinare gli impanti industriali iracheni che non a colpire ipotetiche installazioni militari (ii) all'IRAQ è stato sistematicamente impedito, sia mediante le sanzioni sia mediante intimidazione diretta alle aziende che avrebbero dovuto effettuare riparazioni ed ammodernamenti degli impanti estrattivi, di aumentare la propria capacità produttiva di petrolio. L'industria petrolifera del sud dell'Iraq è stata decimata dalla guerra del Golfo, con caduta della capacità produttiva da 2,25 milioni di barili/giorno a 75.000 b/d nel 1991. Prima del 1990, l'Iraq stava appena iniziando a riparare i danni della precedente guerra Iran-Iraq. Quindi da molto tempo la capacità produttiva degli impianti iracheni non si sviluppa al massimo delle proprie potenzialità, ed una delle popolazioni potenzialmente più ricche del pianeta è ridotta a chiedere la carità. Tanto per sottolineare, una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, quali tremendi e duraturi guasti sono provocati dall'infausta miscela di ignoranza ed orgoglio, da una parte, e dalla furbizia di chi sa sfruttare questa miscela, dall'altra. Poteri mafiosi e dittatoriali di ogni tipo possono prolungare la loro sopravvivenza oltre ogni ragionevolezza, in presenza di tali componenti.Continua
TECHNOLOGIES OF THE FRONTIER | GREATER EARTH INITIATIVE | Studio ANDROMEDA - Real Time Systems and Simulators for Aerospace Industry - email: autino@canavese.it | via Borgomasino, 25/A 13040 MONCRIVELLO (VC) - Italia tel. +39.0161.484002 - fax. +39.0161.484807

Marcello Alessio e il voto all'estero di Ottavio Pattarino
PER RISOLVERE IL REBUS SUL VOTO AGLI ITALIANI ALL'ESTERO BASTAREBBE GUARDARE COSA FA FA IL VICINO

Ho letto (devo confessare, con gran fatica per la loro prolissità) tutte le dialettiche disquisizioni sul voto agli italiani all'estero che il dr. Marcello Alessio ha affidato, per la loro diffusione, ad agenzie di stampa di buon cuore che le hanno ritrasmesse paro paro. Disquisizioni che lungi dal fare chiarezza, ingarbugliano ancor più le idee non solo tra gli addetti ai lavori ma ancor più tra la massa degli italiani all'estero, anche se non si puó negare che qualcuna possa avere qualche fondamento. Ma mi guardo bene dall'entrare nel merito, prima di tutto perchè me ne manca il tempo e poi perchè mi sembra del tutto inutile. Anni fa sono stato il primo giornalista italiano in Venezuela ad occuparmi dell'argomento ed a conclusione di una breve inchiesta ho scoperto che la cosa più semplice per superare tutti i paletti creati dell'Aire, e dall'anagrafe consolare, indietro anni luce nei rispettivi aggiornamenti, era quella di imitare semplicemente la procedura adottata dalla Spagna, riguardante i propri cittadini all'estero (di pasaporto spagnolo ovviamente) i quali vengono invitati dai vari consolati a manifestare spontaneamente la volontà di partecipare ai processi elettorali della Madrepatria. Ragione per cui solo chi ha un reale interesse a farlo intraprende una semplicissima procedura di iscrizione presso il consolato. Da qui i dati che lo riguardano vengono trasmessi in Spagna dove funziona un registro speciale di votanti all'estero. A questi, quando è il momento, viene inviato per posta in tempo utile, tutto il necessario per esprimere il voto che viene inviato di ritorno sempre a mezzo posta. Sic et simpliciter. L'unica differenza è che gli spagnoli votano per i collegi di loro ultima residenza. Noi invece voteremmo per una circoscrizione estero per candidati "nostri" così come succede per il Portogallo. Che male c'è? Una simile procedura farebbe saltare a piè pari tutti gli steccati creati dall'Aire e dalle Anagrafi consolari (che tra l'altro sono una buonissima scusa per protrarre all'infinito, mi so riferendo al ... 2030 o giù di lì, la legge sul voto) ed eviterebbe tante superflue masturbazioni mentali su quanti andrebbero effettivamente alle urne: è lapalissiano che voterebbero unicamente quanti abbiano espresso la volontà di farlo. Ma va a finire che nelle urne (quelle lunghe ed affusolate di legno) ci andranno a finire le nostre spoglie mortali, prima che i cervelloni (o cervellini) di parlamentari, politici ed altri perditempo abbiano partorito la quadratura del cerchio. La prosopopea e la presunzione (che spesso son sorelle dell'ignoranza e della malafede) fan dimenticare che ormai al mondo tutto o quasi è stato inventato. Basta solo copiare. Ovviamente con intelligenza. Giappone docet. Ottavio Pattarino. P.S. Più vivo all'estero (e son... solo 42 anni) meno capisco l'amore tutto italico per la dietrologia, le abbondanti masturbazioni mentali e la tendenza a voler essere a tutti i costi più bravi e soprattutto più furbi degli altri, anche a costo di far poi pietose figuracce internazionali come il caso Ocalan, tanto per citarne una recentissima. Dall'8 settembre non è proprio cambiato nulla.
Ottavio Pattarini è il direttore del Il Corriere di Caracas

 

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