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| Parola - Memoria - Invenzione |
Il male oscuro dell'accidia
politica di Carlo Maria Martini
Nel quadro dello sforzo di vivere il passaggio di millennio nella
dimensione spirituale e sociale del Giubileo, ci sentiamo spinti
anche a considerare quali paure abitino di fatto il nostro tempo
e richiedano il nostro coraggioso impegno per scongiurarle. Di
una di queste cose temibili vorrei parlare in particolare. Si
tratta di un male oscuro, difficile da nominare, forse anche
perché è difficile da riconoscere, come un virus latente eppure
onnipresente. Potremmo chiamarlo col nome di "pubblica
accidia" o di "accidia politica". E' il contrario
di quella che la tradizione classica greca, come pure il Nuovo
Testamento chiamano parresia, libertà di chiamare le cose con il
proprio nome. Si tratta di una neutralità appiattita, della
paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri
etici, che ha come conseguenza un decadimento della
sapienzialità politica. Stiamo di fronte a questo male quando,
ad un atteggiamento di valutazione responsabile e impegnata delle
diverse proposte culturali presenti nel nostro mondo occidentale,
si sostituisce un aprioristico giudizio di equivalenza formale di
ogni progetto o comportamento e quindi la semplice presa d'atto
di una diversità di valutazioni etiche. Di conseguenza il
confronto tra posizioni diverse non dà luogo a quel dialogare
che aiuta a maturare conclusioni condivise, non sfocia in una
sintesi comprensiva. Ciò costringe coloro che hanno
responsabilità nella polis, a tutti i livelli, ad un lavoro
spossante di bilanciamento delle richieste, anche delle più
contraddittorie. Poco conta allora il peso maggiore che
dovrebbero avere le richieste che si appoggiano su ragioni
comprovate dall'esperienza e su un costume consolidato. Di fronte
a esse sta la pretesa, vagamente illuministica, che tutte le
opzioni abbiano pari rilevanza per il costume. E' come se le
opinioni fossero esposte, l'una accanto all'altra, come merci
uguali in una bancarella delle scelte o in un supermercato, con
la sola differenza che alcune sono più reclamizzate di altre. Il
vizio dell'accidia politica porta a riguardare le diverse opzioni
non secondo il posto che hanno saputo guadagnare dentro la nostra
cultura e il nostro costume, ma come oggetti inercambiabili da
scegliersi a piacere secondo criteri di gradimento. Avviene
allora che le altre poste in gioco antropologiche (pensiamo alla
vita, alla sessualità, alla famiglia, all'educazione, al lavoro,
alle fragilità sociali) non appena siano affrontate con un
qualche discorso di senso e di valori e si avanzino richieste
conseguenti, vengano rinviate al mittente come attacco a diritti
individuali di "altri". Non vengono discusse nel
merito, ma liquidate sulla base del dogma del pari valore di ogni
opinione o credenza rispetto a credenze diverse e opposte. Accade
così che ci si limiti a esigere rispetto per la propria
opinione, senza impegnarsi a declinare le ragioni per cui quel
rispetto vada concesso. In altre parole il rispetto assoluto
dovuto a ogni persona viene confuso con l'attribuzione
aprioristica di una valenza e di una sensatezza identica a
qualunque tipo di proposta. Si ha dunque l'impressione che la
proclamazione del valore del diritto individuale non sia avanzata
per garantire pari opportunità di confronto per le motivazioni
di tutte le proposte, ma solo per delegittimare la possibilità e
la serietà del confronto e una possibile soluzione culturale
determinata. Riferendomi al testo di Isaia 11, che esprime le
qualità del buon governo, siamo qui di fronte a un sistema di
pensiero che non privilegia né sapienza, né intelletto, né
consiglio, che confonde la fortezza col semplice consenso di
massa, che relega la scienza e la pietas in settori incapaci di
influire sulla ricerca del meglio. La politica ne soffre, perché
non é un dialogo che, nel nome del bene comune, é pronto anche
a parziali rinunce, sofferte ma ragionevoli, in vista di un
migliore bene comune. Essa diviene una continua, frammentata e
ultimativa richiesta di singoli e di gruppi di interesse, un
succedersi di veti incrociati, che rende faticoso e alla lunga
frustrante, il governo della cosa pubblica, per la spinta
altalenante a fare concessioni contrapposte, con un equilibrio
sempre instabile. Tutto ciò destruttura il costume esistente e
alla fine introduce surrettiziamente, per vie di fatto e non di
motivazioni, un costume nuovo. Se tutte le posizioni etiche sono
equiparate indiscriminatamente, è inevitabile che finisca col
prevalere la posizione che suona immediatamente più facile, più
piacevole al momento e meno impegnativa. Non è più una società
"bella e buona", quella a cui si tende, ma una
convivenza fiacca, opaca, frammentata, una società senza forma.
Da questo atteggiamento deriva anche la difficoltà di tenere
insieme le maggioranze, quando cioè non si condivida un ordine
gerarchico delle ragioni della coesione, quando manchi la
volontà progettuale di accettare le gradualità per le proprie
richieste, quando il mattone che ciascuno dovrebbe portare alla
costruzione diventa il sasso lanciato senza preoccuparsi della
sua insensibilità nel progetto, quando alla logica della casa
comune si sostituisce l'umoralità o il risentimento, quando si
cerca la brillantezza della battuta e la persusività dello
slogan più che la fatica della riflessione oggettiva che mira a
convincere. Normalmente lo scadimento etico della politica, in un
corpo sano, dovrebbe essere rilevato e punito da un calo di
consenso. Già Aristotele aveva formulato il principio secondo
cui il male è destinato a distruggersi da sé perché "le
persone disoneste non possono essere concordi se non in piccola
parte, e così neppure possono essere amiche, perché aspirano ad
avere di più nel campo delle utilità e si sottraggono invece
alle fatiche e al servizio; e ciascuno volendo per sé questi
vantaggi, sta a controllare il vicino e a ostacolarlo... Quindi
si verificano tra loro dissensi, perché l'uno cerca di
costringere l';altro e nessuno vuole agire con giustizia".
Ma sembra non essere più così. Se si prescinde dal preoccupante
aumento delle astensioni nelle tornate elettorali, si ha
l'impressione che il degrado etico della politica non sia punito
consequenzialmente, almeno in tempi brevi. Infatti, a stravolgere
il meccanismo sano di autopunizione, interviene, oltre al dato
culturale della frammentazione individualistica, il peso della
comunicazione politica, mai tanto rilevante come nel nostro
tempo, nel quale mancano o sono indeboliti gli organismi di
filtro societari per la creazione di una pubblica opinione. Solo
l'esistenza di solide strutture societarie e comunitarie
consentirebbe di stabilire, oltre che una rete umana di rapporti,
anche criteri di valutazione e una opinione pubblica in senso
vero e proprio. Laddove invece queste strutture mancano o sono
deboli, la comunicazione non trova un tessuto etico pronto ad
accoglierla con senso critico. Trova una serie di individui con i
loro interessi particolari e più in generale trova quell'insieme
indistinto che viene chiamato "la gente" e che non è
in grado di opporre una resistenza condivisa e critica. Siamo
così testimoni della celerità con cui il sentire superficiale
tende a lasciarsi condizionare dalla moda del momento.In forza di
questi meccanismi e di queste carenze, lo scadimento etico della
politica non è neppure percepito, almeno in tempi brevi, come
dannoso per la polis. Le essenze tradite si ribellano ma il
guasto collettivo appare solo dopo un certo tempo. E quando le
conseguenze di un tale degrado toccano il benessere materiale, si
tende a ricorrere all'anestetico di un benessere ridistribuito a
chi a più voce per protestare. Ma non dovremmo aspettare
decadenze dolorose per aprire gli occhi. L'imminente anno
giubilare ci riporta alla fiducia espressa in Isaia 11
sull'effusione delle grazie necessarie per una maggiore sapienza
politica nella comunità civile. In questa crisi della
sapienzialità invochiamo lo Spirito perché guidi a mettere le
ragioni del consenso al di sopra dell'ansia del consenso e
perché, là dove la sapienzialità tende a scoraggiarsi vedendo
l'immanità e la lentezza del compito, scatti un sussulto di
profezia pieno di speranza, che faccia aprire gli occhi a quella
visione di futuro che in linguaggio filosofico si può chiamare utopia.Una utopia che crei una resistenza sociale e comunitaria
alla disgregazione e che si ispiri a quell'ideale di
"giustizia" che Sant'Ambrogio esprimeva così: "La
natura della giustizia è di essere destinata agli altri più che
a sé; essa ha di mira il bene comune, non il proprio e considera
un proprio guadagno il bene altrui: beata e magnifica è la
giustizia e il suo bene giova a tutti". La creazione di
momenti innervati dalla concezione altruistica della giustizia
può avviare un processo di normalizzazione sapienziale della
politica come ricerca del "bene comune", anche con
qualche inevitabile sacrificio di beni individuali o di gruppo,
ma insieme con chiarezza dei fini da perseguire coraggiosamente.
Con pari vantaggio vanno affrontate non solo le avversità, ma
anche un certo eccesso di elogi. Dice infatti Ambrogio:
"Dobbiamo stare attenti anche a non prestare ascolto a chi
ci vuole adulare, perché lasciarci snervare dall'adulazione non
solo non è prova di fortezza, ma anzi di ignavia". Tra
queste forme pericolose di adulazione sta anche la persuasione o
meglio il pregiudizio diffuso che chi opera in politica ispirato
dalla fede debba distinguersi sempre quasi unicamente per la sua
moderazione. C'è certamente una moderazione buona, che è il
rispetto dell'avversario, lo sforzo di comprendere le sue istanze
giuste e anche la relativizzazione dell'enfasi salvifica della
politica. Ma per quanto riguarda le proposte, le encicliche
sociali vedono il cristiano come depositario di iniziative
coraggiose e d'avanguardia. L'elogio della moderazione cattolica,
se connesso con la pretesa che essa costituisca solo e sempre la
gamba moderata degli schieramenti, diventa una di quelle
adulazioni di cui parlava Ambrogio, mediante la quale coloro che
sono interessati all'accidia e all'ignavia di un gruppo, lo
spingono al sonno. C';è invece nella dottrina sociale della
Chiesa la vocazione a una socialità avanzata. Essa ha carattere
diversi da quella, attualmente in auge, di tipo radical-individualistico, libertario - fautore dei soli diritti
individuali - nella quale per lo più viene fatto risiedere il progresso.Quella cattolica è piuttosto una socialità di tipo
relazionale, che punta sui diritti della persona , delle
comunità a cominciare dalla famiglia, dei gruppi sociali e
infine dello Stato di tutti: una socialità che non scollega mai
la libertà dalla responsabilità verso l'altro. Dentro questo
disegno il credente dovrebbe tendere a prendere parte
politicamente per il valore umano più a rischio, che è di
solito quello marginale. Si impone quindi, in questa fine di
secolo, un rinnovato sguardo all'audacia di Ambrogio rispetto ai
grandi temi della polis. Sono necessari atti di coraggio con la
certezza che lo Spirito santo non farà mai mancare alla città
la presenza rinnovata e operosa dei "giusti".
Cardinal Martini-dopo il sogno
il botto di Giovanni Colombo
Dopo il coraggioso intervento al Sinodo dei Vescovi Europei (Anch'io ho avuto un sogno), il Cardinal Martini ha lanciato un potente discorso
nel cielo di Milano, la sera del 6 dicembre, vigilia della festa
del santo patrono Ambrogio, facendoci così festeggiare con
qualche giorno di anticipo l'ingresso nel grande giubileo
dell'anno duemila. L'intervento, dal titolo "Coraggio, sono
io, non abbiate paura", merita la fatica della riflessione.
Verrà pubblicato integralmente dal Centro Ambrosiano: qui di
seguito ne anticipiamo la seconda parte. Prima di lasciarvi alla
lettura, lasciate però che confessi la soddisfazione, di più,
la felicità che ho provato nel sentire risuonare lungo la navata
della Basilica parole da tanto tempo desiderate: "è un male
oscuro, la pubblica accidia, il contrario della parresia"
scatti un sussulto di profezia, che faccia aprire gli occhi a
quella visione di futuro che in linguaggio filosofico si può
chiamare utopia" "L'elogio della moderazione, se
connesso con la pretesa che essa costituisca solo e sempre la
gamba moderata degli schieramenti, diventa una di quelle
adulazioni di cui parlava Ambrogio, mediante la quale coloro che
sono interessati all'accidia e all'ignavia di un gruppo, lo
spingono al sonno... C'è nella dottrina sociale della Chiesa la
vocazione a una socialità avanzata;" Se c'è uno sforzo che
abbiamo tentato in questi anni (parlo per me ma credo di poter
interpretare il tenace impegno del bel gruppo di persone che
sostiene questa rivista) è stato quello di evitare di finire
nell'indolenza, nell'indifferenza inerte, nel quinto girone
dell'inferno dantesco, dove gli accidiosi stanno nella
"lorda pozza", "fitti nel limo" della palude Stigia, immersi al punto da far " pullular quest'acqua al
summo". In qualche momento abbiamo peccato di ira o di
superbia ma, di accidia, no. Le cose le abbiamo dette belle
chiare, non perché non avessimo imparato i vezzi, le moine, le
furbizie accademiche o curiali, ma perché più della diplomazia
contò la parresia. E fra le parole chiare che abbiamo detto, e
che ci hanno inimicato qualche amico o qualche prete di gioventù
e bruciacchiato qualche pezzo di carriera (poca roba,
intendiamoci bene, nessuno di noi si sente eroe), c'è stata
anche quella sull'identificazione forzata tra i cattolici e il
centro. Quel centro all'italiana che ha preso via via, a seconda
delle stagioni, le sembianze di Casini, di Buttiglione, di Berlusconi, di Marini, di
Cossiga, di D'Antoni e, in questi
ultimi giorni, addirittura di Boselli. Quel centro presentato a
parole come il luogo della virtù e invece ridotto nei fatti alla
somma dei vizi degli estremi. Quel centro perseguito perché lì
c'è la saggezza, quando invece di saggezza da tempo non c'è
più traccia e si vede in giro solo comodità, attaccamento alla
poltrona, ansia per la roba. Quel centro inteso appunto come la
gamba moderata delle coalizioni, gamba però del tutto inutile in
schieramenti che neppure camminano, così timidi nell'azione di
riforma da limitarsi, nel migliore dei casi, ad alzarsi dal letto
per spostare qualche ninnolo sul comodino. Noi non siamo mai
stati cattolici moderati. Siamo sempre stati cattolici
democratici che è come dire, in questa fase storica, cattolici
radicali. Non i radicali del single - fautori dei soli diritti
individuali - quanto piuttosto i radicali della persona e della
comunità, i sostenitori del massimo di libertà e del massimo di
unità. Con Ambrogio, "console di Dio", diciamo forte
"ubi fides, ibi libertas" e che tale libertas è piena
solo quando c'è relazione solidale e giustizia, quando tutti gli
ospiti sono seduti a tavola, la tavola del pane, del lavoro,
della pace. Vale la pena dunque mettersi di nuovo alla stanga ad
"elaborare proposte di socialità avanzata". La nuova
strategia mondiale, Seattle insegna, è incentrata sui mercati da
conquistare e non sulle società da ricreare.Il vero significato
di società va perciò riproposto in termini chiari (Martinazzoli
lo sta facendo bene nei suoi primi discorsi da candidato alla
presidenza della Regione Lombardia): essere, vivere e fare
insieme nella logica del munus, del dono, dello spirito di
servizio. E dentro le società le istituzioni vanno riproposte
perché esse non sono un intralcio, come sostengono le destre, ma
all'opposto strumento indispensabile per favorire lo sviluppo di
tutti, uno sviluppo sostenibile in termini di giustizia sociale
ed economica, di democrazia politica, di rispetto delle
diversità culturali, di rapporto tra uomo e natura. " Sono
necessari atti di coraggio;". Non abbiamo ancora osato fino
in fondo. Si apre un nuovo millennio e molte lotte ci attendono.
Intanto si goda: la sera del 6 dicembre sono andato a letto
contento di essere un cattolico ambrosiano, "baciando la
gioia che passa volando" (questo però non è Martini, ma
Benigni).(