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Granetto: l'altro lato del '900
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Jovanotti: l'inattaccabile ingiustizia della furbizia Casini: l'infelicità di un nome per esigere moralità a pagamento Teo Teocoli: se riuscisse anche a dire cose superficiali che non basta una vita per comprendere forse non sarebbe così simpatico Simona Ventura: quello che la Dandini non riuscirà mai a diventare

Reale e virtuale: affollata terra di Frontiera di Gino Castaldo
Ma e’ poi possibile stabilire una netta differenza tra vero e falso? Il compito e’ diventato oggi perlomeno arduo. Viene prodotta una beffa su un falso artista che produce false opere d'arte, e si dice sia stato fatto per smitizzare la credibilita’ del sistema delle comunicazioni. Ma alla fine quella non era a sua volta un'opera d'arte? Finta o vera che fosse. Chi si azzarda piu’ a decidere? E infine, c'e’ ancora da smitizzare oppure il re, a ben vedere, e’ nudo da molto tempo? Una falsa opera d'arte, o addirittura un falso artista, corrono il rischio non tanto di ingannare, quanto di diventare veri, malgrado loro. In effetti, pero’, la beffa ha il merito di mettere l'accento su quella che e’ la piu’ avvincente e incerta partita che si sta giocando in questo momento nel mondo: autentico-artefatto, falso-vero, artificiale-naturale, reale-virtuale. Mettetela come volete, ma alla fine il dualismo gira sempre intorno allo stesso problema: la realta’, e la rappresentazione della medesima. (Da “Musica!”, supplemento di “Repubblica”, 24 febbraio 2000, pag.37) Continua
Perché non si sperimentano fenomeni che implichino soluzioni invece di inventarsi domande false che non otterranno mai risposte vere? Probabilmente perché l'accordo fra rappresentazione ed empiria ridimensiona il potere politico del convincimento. Senza questo potere non sarebbe facile, per chi determina le sorti reali del nostro paese, far recitare la parte del cattivi a Mussolini o a Craxi e quella dei buoni ad Andreotti o a D'Alema. Se si sperimentassero fenomeni artistici che implichino domande sul rapporto memoria-invenzione si generebbero aree di condivisione molto diverse da quelle funzionali all'attuale sistema. Se infatti si ritenesse importante trovare soluzioni , capaci di creare una sinergia fra esigenze divulgative (memoria collettiva) e complessità dei valori (memoria selettiva), si dovrebbe ricostruire una cultura simile a quella nella quale operò Mozart: un territorio dove il consenso non viva per gli interessi di un solo gruppo di individui. E' innegabile che istituzioni sostanzialmente fasciste come la Biennale o gli inviti dei balilla "Darko Maver" a considerare i musei "luoghi di falsificazione e avvilimento" siano le ultime roccaforti della restaurazione dei valori del decadentismo borghese ma è più difficile capire come il mio amico Castaldo non riesca a comprenderlo. Forse anche la storia del Re è nudo ha fatto il suo tempo e bisognerà indagare su come ha perso l'innocenza il bambino di quella favoletta. Infondo un re nudo è sempre più originale di tanti servi che non si accorgono che i loro vestiti sono solo divise di una triste omologazione. Speriamo che Internet, oltre a ingigantire per forza d'inerzia l'attuale crisi della contemporaneità, ci aiuti a uscire a riveder le stelle. (Luigi Granetto

Quando l'arte vince la morte di Asa Hagberg-Lundell
Egr. Sig. Granetto, per prima cosa : grazie di avermi inserito nella vostra pagina dedicata ai critici Poi... mi piacerebbe segnalarvi alcuni dei libri che mi hanno aiutato nella mia ricerca intorno all'arte. Mi sono chiesta se l'arte non sia in "estremis" un'espressione per superare la paura della morte, per poi arrivare al punto dove, piu' o meno, mi trovo oggi; di pensare che la morte vince l'arte, siccome e'per natura l'unica opera d'arte completa e piena di essenza (quella che noi chiamiamo anima) ma invisibile ai nostri occhi. Insomma, l'arte ha un senso, ma non e', e non sara' mai, quella essenza del senso!!! I libri sono: "Arte & Menzogne", Jeanette Winterson, romanzo di Mondadori, 1996. "Una vita per l'arte", P Guggenheim, Rizzoli, 1998. "Ritratto di Angelica" Weller Simona , romanzo di Avagliano ed., 1998. Saggi: "L'essenza dei colori" R Steiner, Ed. Antroposofica, Mi, 1997. "La Luce nelle sue maifestazioni artistiche", Sedlmayr, Aesthetica, 1989. "Storia dei colori", Brusatin, Einaudi, 1983. Alla fine vorrei soltanto ricordare il saggio di Federico Zeri: "La percezione visiva dell'Italia e degli italiani", Einaudi, 1976. Attualmente sto coordinando un progetto per il Centro di Poesia Contemporanea per "Bologna 2000". Sono coinvolti numerosi poeti ed artisti visivi. Sarebbe possibile pubblicizzare un comunicato stampa sul vostro sito? Cordiali Saluti, Asa Hagberg-Lundell, e-mail:poesia@kaiser .alma@unibo.it
Cara Asa Hagberg-Lundell, ultimamente la paura di tutta quest'arte orrenda finirà con il farci dimenticare la paura della morte! Costringendomi a una serietà alfieriana vorrei suggerire che l'arte, "testimoniando" la morte, "vince" se si fa portatrice di una memoria intelligibile, "perde" se si fa dimenticare. Inoltre anche la sua inevitabile consunzione può essere, per taluni motivo di sconfitta, per altri occasione di salvezza. Scrisse Michelangelo in un suo memorabile sonetto: "Se po' l tempo ingiurioso, aspro e villano / lo rompe e storce, o del tutto dismembra / la beltà che prim'era, si rimembra, / e serba, a miglior loco il piacer vano". Si vaga per un regno senza conoscerne le strade, ci si perde nei luoghi deserti che furono la causa per la quale i fondatori di quel regno costruirono le loro vie e poi...incapaci di riconoscere questa follia, la si vuole erigere a paladina di una libertà così vuota da far perdere la pazienza anche alla morte. Zombi, relitti di barche altrui, sbagli di natura, figli di un'amnesia priva di senso ci vogliamo concedere l'impossibile piacere di morire prima di essere nati. Avevo scritto tempo fa in "Quando l'arte vince la morte""..la durata di una civiltà dipende dalla capacità dell'arte di sconfiggere la morte con le sue stesse armi, affidando ad una profonda immobilità l'enigma del divenire, se questo enigma non suscita più nessuna interpretazione la civiltà muore: gli dei sdegnati si ritirano aspettando una nuova era. ." Quado questa "nuova era" finalmente nascerà ,"l'essenza della morte", ritornerà ad essere quello che è sempre stata:"essenza del divenire"; sarà allora di nuovo esperienza felice creare nell'incanto della sua meraviglia. Per quanto riguarda la sua domanda circa il comunicato stampa vorrei dirle che ultimamente abbiamo deciso di pubblicarne il meno possibile. A questo mezzo , sempre meno utile e obsoleto, preferiamo dare spazio a chi sa comunicare le proprie idee mettendole a confronto con quelle espresse nel nostro Forum. Sarei personalmente felicissimo di dare spazio a chi, fra i "numerosi poeti ed artisti visivi" da lei coinvolti, volesse dar prova di una sensibilità che lei stessa ha dimostrato di conoscere molto bene.
Granetto: sulla beffa Darko Maver-
Risposta a Vallora, Risposta a Luther Blisset, Risposta ad Antonio Caronia, Risposta "agli sgorbietti di Picasso" di Elio Copetti, risposta "Riconoscere le grandi opere" di Francesco Sarbini Altri scritti sull'arte: La farsa dell'Arte del Sequestro, César:Oltre il Passatismo della Contemporaneità, Futurismo a Milano: un caso di decadenza, La fine del Futuro, Man Ray: libertà vo' cercando, Alberto Burri, Balla, De Chirico e De Dominicis, Adolf Wölfli e Armodio, Artefiera'99: Assenza e lateralità, Ruscha, Dorazio e Tribaltech, Le Cancellature di Lichtenstein, Luzzati interpreta Alice, Arte a Milano

Jovanotti e il ventaglio del negro di Aldo
Tutte le volte che Jovanotti appare in televisione, la prima domanda che mi pongo e’: ma chi lo veste, quel ragazzo li’? Perche’ non credo che si vesta da solo, magari al buio, prendendo i vestiti direttamente dalla lavatrice, perche’ dubito fortemente che Jovanotti li lavi, i suoi vestiti. Certo e’ che questo ragazzo ha il fiuto del suo pubblico. Lui e’ riuscito a trasformare la sua vita in un avvenimento multimediale. Decide di andare a fare un giro in bicicletta? Incide un disco. Vuole farsi crescere il pizzetto? Ci monta sopra sessanta puntate radiofoniche. Nasce la sua bambina? Fa un video, un collegamento internet, scrive un libro, incide un disco e stona con la sua voce da controfagotto un intero CD facendo tendenza! E’ un ragazzo micidiale. Adesso e’ andato a Sanremo e approfittando del casino ha lanciato questo sasso subito raccolto da D'Alema che si trova in piena campagna elettorale e un bel gesto demagogico non si nega a nessuno. Perche’, coniglietti miei, cancellare il debito e’ una stronzata! Provate a pensarci sopra. C’e’ un extraparlamentare che vi ha chiesto un milione per iniziare la sua attivita’ e dopo tutti questi anni non ve lo ha ancora restituito. Voi cosa fate, gli cancellate il debito? Ma se lo e’ gia’ cancellato da solo, il debito, perche’ non vi puo’ pagare e non avete nulla da sequestrargli per il recupero forzoso della somma. (C’e’ una terza possibilita’, quella di andare da lui con un nodoso bastone, ma questa e’ la politica degli americani). Allora caro D’Alema e caro Jovanotti che hai schierato fuori dal festival una intera organizzazione che vende gadget “Jovanotti, cancella il debito” per beneficenza, off corse, ma perche’ invece che cancellare il debito di seimila miliardi non lo si congela, tanto non li si prende ugualmente indietro e si usano questi soldi del Bilancio Statale per ( cito a caso): Togliere i nostri terremotati dalle baracche-Togliere un po’ di tassa sulla benzina-Aiutare i giovani a trovare lavoro-Incoraggiare una vecchiaia piu’ dignitosa-Migliorare l’efficienza dei nostri ospedali-Fare arrivare i treni-Far partire gli aerei-Migliorare le condizioni degli extracomunitari qui da noi-Smettere di far arrivare le lettere in tempi biblici-Computerizzare gli uffici pubblici per eliminare le code-Aiutare a lasciare a casa l’auto-Far giocare i nostri bambini Eliminare lo spaccio di droga fuori dalle scuole, giardini pubblici, ecc. (continuate voi…) A me tutto questo spostamento di causa ed effetto fa venire in mente quella signora che non riusciva piu’ a raggiungere l'orgasmo quando faceva l'amore col marito. Una mattina si sveglia e gli dice: - Amore, stanotte ho fatto un sogno incredibile; io e te stavamo facendo l'amore e sopra di noi, sopra l'armadio, c'era un negro con un ventaglio che sventolava; non so perche’, ma io godevo come una pazza! Poiche’ col tempo questo era diventato un sogno ricorrente, il marito decise di fare un’offerta ad un extracomunitario che aveva trovato ad un semaforo e che per centomila lire accetto’ di agitare un ventaglio, piazzato sopra l’armadio in camera da letto, purtroppo senza nessun risultato. La signora allora suggeri’ al marito: - Invertiamo le parti: tu vai sull'armadio e il negro viene qui sul letto. Il marito accetto’. Il negro entro’ nel letto e lui sali’ sull'armadio; poco dopo la donna inizio’ ad urlare di piacere fino a raggiungere l'orgasmo. A cose finite, il marito scese dall'armadio e rivolto all’extracomunitario: - Hai visto come si sventola, imbecille!
Aldo Vincent Cadute e decadenze d'Alba, Mimando, votando, che male vi Fo?, Giubileum, E' morto Charlie Brown, Scarti di Etica e tempi moderni, Lippi, Del Piero, Capello e 7 referendum, Libera droga in libero, Lurker intenettiani e tracce di pensiero, Veltron Translator Pro,Veltronate's, Ferillerie, crolli e miracoli, La Rosati a chi la da?, Castro, D'Antoni, Jovanotti, Anna Kanakis, Crolli e disastri aerei, Ligabue, Chiambretti, Ecstay e la gatta di Celli, Globalizzazione, Maradona, Cucinotta e altre giullarate

 

Auto da fé (tra il serio e il faceto) di Elio Copetti
Le immagini ricorrenti della vita quotidiana, le normali interazioni sociali, i visi conosciuti e sconosciuti di ogni giorno, il frenetico montaggio di tutto questo che ci propina ogni sera la televisione: un rifornimento di benzina, scappamenti in azione, gente al mercato, martellanti spot nel corso dei quali persone adulte recitano da imbecilli con quella classica intonazione "comica" della voce. Credo che buona parte della nostra energia emotiva se ne vada dissipata nella lotta contro questo martellamento, che finisce per stendere una patina d'assurdo su tutto ciò che si fa, e soprattutto sulle proprie attività meno al riparo di quella "naturalizzazione" dei comportamenti che è il prodotto dei processi sociali. Nel mio caso quella artistica. Osservando le grinte della gente presa nelle sue attività ed interrogandomi sul senso del mio produrre immagini "per loro", la situazione mi appare nella sua essenza incredibilmente umoristica. Immagino una allucinante risonanza di proiezioni tra un artista e un ideale spettatore, tra implicite assicurazioni di genuinità e interpretazioni legittimamente sospettose. E se provo ad immaginare accettazione invece che contrasto la situazione si fa, se possibile, ancora peggiore. Dico questo per circostanziare l'opinione che quel disagio descritto da Seveso in uno dei documenti disponibili sul suo sito, rappresenti una componente ineliminabile dell'esperienza artistica (anche se non ho dati statistici sotto mano). Credo che si tratti di un disagio che sta a monte di quello relativo al mercato, di cui tanto si è discusso e che ho trovato richiamato, nei consueti termini, anche in un trafiletto del pittore Treccani sul Corriere del 25 febbraio (p.35). In reazione ai toni esageratamente patetici di un mio precedente intervento, ritornerei sulla questione in quanto essa, non concernendo in fondo cose troppo serie, rimane piuttosto divertente. Dunque che il re è nudo siamo stufi di sentirlo, Granetto propone giustamente di indagare sulla perduta innocenza del bambino, io suggerirei pure che il re vestito non lo è stato mai. In fin dei conti l'arte ruota, ed ha sempre ruotato, attorno ai soldi. C'è un surplus finanziario da mungere alle élite in maniera efficiente e ciò rappresenta un task difficile, sofisticato, da équipe, anzi da vero e proprio segmento sociale, che va ben oltre le capacità del singolo artista, che spesso è un solitario o persino un misantropo. Fosse per quel tipo di artisti, saremmo ancora ai tempi in cui si dipingevano accuratamente enormi pale d'altare per un tozzo di pane. Invece pian piano si è venuto a creare un sistema che consente, con un poco di fortuna, di vivere bene, talvolta benissimo (il cuore mi accellera se ripenso a certe quotazioni viste sull'Espresso) in ogni caso sempre meglio che lavorando davvero. Un sistema aperto, non razzista in quanto apre le porte anche a chi di talento naturale non ne dispone punto. Comunque un sistema che, tutto considerato, lavora per noi artisti. E' vero che esistono taluni aspetti che con l'arte non sembrano avere nulla a che fare, però, come forse mi ha suggerito Granetto parlandomi della Contingenza, i vincoli fanno parte del gioco, ne costituiscono un fondamentale elemento di selezione, forse la quintessenza. Ciò che un tempo era esplicito nel meccanismo della committenza, ovvero che l'artista non è un puro spirito immerso nella libertà assoluta, ora semplicemente opera ad un livello differente. In fin dei conti nessuno ti impedisce di esprimerti quanto e come vuoi, soltanto che dopo l'espressione viene sempre anche l'ambizione. E l'ambizione è un fatto sociale, che nulla ha a che fare con certe illusioni che, come mostrano le parole di Treccani, sembrano dure a morire. La mia distorta concezione dell'arte (che definirei "popolare") mi conduceva al paradosso di farmi sembrare quasi miserevole la figura dell'artista, "costretto" a consegnare al turpe mercato le sue cose più sacre. Ma se p => q e q è falso, la logica assicura che è falso anche p. In fondo viviamo in una società liberale e ad occuparsi di arte non sono dei gangster ma bensì gente acculturata oltre la media. Allora perché non pensare che dalla libera interazione delle sue componenti non esca semplicemente ciò che Necessità impone? Pensandoci bene, sembra proprio un bel mondo. E chi non la pensa così è probabilmente iscritto, come dice Berlusconi, al Partito del Risentimento (del quale io strappo ufficialmente la tessera) oppure è un dandy schizzinoso come Granetto, che invece di ridere quando Luther Blisset va ad alzare le sottane altrui, va a sollevare quelle di Luther Blisset (e in entrambi i casi non è un bel vedere)
Il sito di Elio Copetti: Disclaimer, Gli sgorbietti di Picasso, Arte e solitudine con un commento di Granetto, Caso Maver e senilità a Pagina137 un precedente intervento con una sua opera
Lucatero, Lucas (Alias Elio Copetti): Per Rella e Granetto, Leggendo Granetto, Disinteresse per l'arte, Lodolandia narcisistica, Franco Rella e l'enigma di Warhol, Risposta a Biava su Lodola, Un paio di considerazioni discutibili, Solo un'impressione
Se anche Elio Copetti si ripacifica con il mondo veleggiando su una risata non mi rimane che consolarmi in apnea. Fra abissi insondabili e salvagenti a forma di ochetta, dovrò decidere se scendere o salire; intanto al dantesco "Che si e no nel corpo mi tenzona" fa da controcanto il petrarchesco "Ne si ne no nel cor dentro mi suona". Se ritorno in superficie dovrò non infastidire tutti questi liberali per non intralciare il lavoro della necessità, se scendo dovrò convincere Nettuno a lasciar perdere Luther Blisset, la Biennale, i mercanti acculturati, per non far naufragare anche il bambino del Re nudo di cui si son perse le tracce. Non è una decisione da poco per uno schizzinoso che piuttosto di cibarsi di ignavia accetterebbe un giro di valzer col Bollito Oliva trans-vestito da Maria Teresa di Calcutta. So di dover affilare le armi contro la decadenza modernista per ridare la memoria a chi sarà disposto ad accoglierla ma mi rendo conto che anche il nostalgico illuminismo scientista di Copetti dovrà avere una onorevole sepoltura. Quando la civiltà occidentale saprà rendere popolari i valori che pochi coraggiosi hanno creato, sarebbe troppo indecente che si dimenticasse dei sogni voltairiani, delle umane utopie di Gramsci o delle profonde leggerezze di Shaw. Anche per il copettismo illuminista è previsto uno spogliarello con lenta caduta dei contenuti diacronici (storico-mondani) e armonie sincronizzate per una nuova musica. Intanto, fra sottane alzate, spogliarelli epocali, filosofie balneari, per non aver saputo recitar la tragedia siamo finiti nella farsa. Mi consolo pensando alla francese: una risata val pure un regno. (Luigi Granetto)

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