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| Parola - Memoria - Invenzione |
Una condizione
costituzionalmente minima di Marco C. Bernasconi
Il nostro beneamato Presidente [di Tecnologie
di Frontiera, A. Autino] sottolinea spesso la mia
nazionalità svizzera, specie quando vuole scusare un mio
comportamento particolarmente... alieno. Personalmente, non ho
nulla in contrario a essere svizzero, nemmeno in questi tempi di
"isolamento" dall'"Europa" e da altre
associazioni internazionali e di critiche soprattutto interne e
che spesso sconfinano nell'insulto -- alla "nostra"
pretesa alienazione dalle correnti politicamente corrette del
momento. O non disse già Seneca che la folla sta a indicare il
partito peggiore? Specialmente affezionato sono poi a quelle
caratteristiche nostre che sono il federalismo e la
"democrazia diretta" - elementi spesso mal conosciuti
al di fuori del nostro paese, fatti oggetto di scherno dai
potenti, ma in realtà più sovente invidiati da coloro che hanno
avuto la sfortuna di poter paragonare il comportamento delle loro
autorità centraliste con quello delle nostre istituzioni.
Indendiamoci, non che da noi sia il paradiso: i governi son ladri
ovunque, senza eccezioni. Soltanto, le nostre forme istituzionali
si prestano meglio a limitare i furti -- almeno in teoria,
perché, come vedremo dalla teoria alla pratica il cammino è
molto lungo. La Svizzera è una federazione di stati (denominati
generalmente cantoni, ma anche repubbliche). La nostra
costituzione (url: http://193.5.216.31/ch/i/rs/101/
) non è un'opera particolarmente interessante come sta a
dimostrare il fatto che il nostro governo (il Consiglio Federale
appunto) abbia giudicato opportuno organizzare festeggiamenti per
il suo centocinquantesimo anniversario (nel 1998). Molti sembrano
credere che il sistema politico elvetico sia antico, ma è solo
la Confederazione che è plurisecolare: la struttura presente
risale invece al 1848 ed è stata ispirata dalla Costituzione
degli Stati uniti d'America (più antica di oltre mezzo secolo -
url: http://www.ourconstitution.com/Const.html/
). Farò dunque riferimento all'originale quando sarà
necessario. Ma cosa significa federalismo? Una precisazione è
indispensabile, a causa dell'uso che è fatto di questo e termini
derivati nel newspeak eurocratico. In effetti, quando incontrate
questa parola in un contesto "europeo" dovete sapere
che essa viene usata per designare la perdita di autorità della
"periferia" (cosiddetta) a favore del potere centrale:
in sistemi federali autentici, invece, questi termini
sottolineano la limitata autorità del governo centrale grazie ai
poteri che sono conservati dagli stati, che li esercitano
autonomamente. Ma attenzione: potete usare questo abuso
linguistico come test. Se vi sembra che tutto questo sia
l'equivalente della bottiglia mezza vuota o mezza piena, avete
ragione di essere un pochino allarmati: avete assorbito troppa
propaganda statista. Andate a passeggiare nel bosco, meditate una
mezza giornata, e cercate di comprendere come ricevere un
privilegio sia differente dal conservare un diritto. Abbiamo
parlato di "autorità" di un "governo" senza
che nessuno si sia messo a strillare: ma donde deriva questa
autorità? Qui siamo al punto focale del discorso politico
moderno: un governo essendo un concetto immateriale, senza
identità fisica, non possiede alcuna proprietà intrinseca, e
quindi nessuna autorità propria, ma soltanto caratteristiche
derivate, delegategli da sovrani autentici. (Ché avete già
visto un governo bere un bicchiere? Dite di sì? Guardate meglio!
Voi avete visto una dozzina di uomini - privi di specialità
alcuna - che bevevano! Niente di più.) Con questa parola cara al
cronista delle serate dopo le elezioni, ho svelato il segreto: i
sovrani (di qualsiasi stato) sono semplicemente gli uomini e le
donne che lo abitano. Semplicemente? Be' non proprio, d'accordo:
ci sono voluti millenni di lotte e di sperimentazione sul
problema del governo per arrivare al lampo liberatorio della Dichiarazione
d'Indipendenza redatta nel 1776 da Thomas
Jefferson . Secondo questo documento, tanto elegante quanto
rivoluzionario, tutti gli esseri umani possiedono diritti innati
e inalienabili, tali il diritto alla vita, alla libertà e alla
ricerca della felicità. Forse questa frase avete già avuto
occasione di sentirla: ma questi "diritti" sono forse
concessioni fatte dalla società, dal governo, o dall'ONU? No,
Jefferson ci fornisce una triplice garanzia: (i) essi sono
diritti -- non privilegi, garanzie, o concessioni; (ii) essi sono
innati ("inerenti a ogni uomo"); e infine, per le teste
particolarmente dure, (iii) essi sono tali in quanto donati dal
Creatore (un non-credente può comprendere questa espressione
settecentesca come "essenziali alla natura umana").
Questi individui dono dunque sovrani, come la Dichiarazione
subito specifica: "per rendere sicuri questi diritti,
governi vengono istituiti tra gli uomini, derivando i loro giusti
poteri dal consenso dei governati". I governi non hanno
alcun diritto: unicamente poteri loro delegati dai sovrani che
assistono (come detto due paragrafi più sopra). Ma ora tenetevi
ben saldi: 222 anni più tardi, questa dichiarazione non ha
potere di legge in nessuno stato di mia conoscenza! Nemmeno la
Costituzione per gli Stati uniti d'America li incorpora
esplicitamente e, contrariamente a quanto si pensa, la
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non identifica tanto
diritti, quanto piuttosto quali condizioni possono (o non
possono) essere imposte a loro esercizio! Pertanto, se mai
avessimo avuto bisogno di una dimostrazione della superiorità
morale e intellettuale di Jefferson sui politicanti che ci
tiranneggiano oggi, l'avremmo appena ricevuta. Procederemo
comunque come se le rivelazioni della Dichiarazione fossero legge
internazionale per virtù storica, per esempio implicitamente
riaffermate dalle referenze ai "diritti" negli
Emendamenti della Costituzione sottoscritta nel 1787 da George
Washington: Nono emendamento: L'enumerazione nella Costituzione
di certi diritti non dovrà essere interpretata come negante o
disprezzante altri [diritti] conservati dal popolo. Decimo
Emendamento: I poteri non delegati agli Stati Uniti dalla
Costituzione, e neppure proibiti da essa agli stati, sono
riservati agli stati rispettivamente, o al popolo. Nel caso
generale, dunque, sovranità e poteri sono nelle mani degli
individui (spesso troppo brevemente descritti come "il
popolo"). Essi si riuniscono in "stati" (molto
sarebbe da commentare in merito, ma non è questo né il luogo
né l'ora), a ciascuno dei quali vengono delegati determinati ed
enumerati poteri. Gli stati si federano, a loro volta delegando
all'entità centrale determinati poteri, enumerati nella
costituzione federale: questa è la "legge" suprema del
paese (sullo stato della quale sarebbe nuovamente necessaria una
montagna di commenti). Questa è la teoria legale, ovviamente,
mai realizzata nemmeno nelle forme. Ma se vi ritrovate in un
regime che ha deviato in misura sostanziale da questa semplice
procedura, dovreste avere buone carte per una causa in tribunale
o per una rivoluzione. (Notate che niente di tutto ciò sostiene
la costruzione della pretesa "Unione Europea". Non
soltanto la maggior parte degli "stati" in questione
non ha mai consentito ai "cittadini" l'esercizio della
loro sovranità, ma il processo di delega da sovrani a
"autorità statali" per le procedure di federazione non
è mai avvenuto e, nella stragrande maggioranza dei casi, il
"popolo" non ha mai potuto decidere nemmeno
dell'approvazione di modifiche costituzionali a livello dello
"stato" singolo. D'altronde, la necessità stessa di
tali modifiche di sostanza al fine di rendere "legali"
gli accordi a livello "europeo" (i trattati) è un
forte indizio di abuso di potere dei delegati nazionali, che nei
negoziati hanno pregiudicato la 'legge suprema del paese' sulla
quale per definizione essi non detenevano alcun potere.) Fin qui,
tutto chiaro e semplice: una struttura gerarchica sostenuta da
deleghe di autorità che porta alla creazione di uno
"stato". Per arrivare alla giurisdizione alla quale è
sottomesso un individuo, è ora necessario risalire l'albero alla
radice (i sovrani, appunto). La legislazione a livello federale
è limitata ai temi dei poteri attribuitile dalla Costituzione:
ma, essendo questa la legge suprema, le leggi federali che da
essa vengono derivate, hanno priorità su tutte le altre che sono
dunque dette 'inferiori'. Ogni Stato ottiene una costituzione
propria, il cui campo d'azione è delineato -- come in teoria ben
descrive il 10mo Emendamento -- dall'insieme dei poteri che i
cittadini hanno scelto di delegargli, diminuito da quei poteri
che sono stati ritenuti dal governo centrale e incrementato dai
poteri fra questi ultimi che la Costituzione federale non
proibisce agli stati. Tutti gli altri diritti e poteri rimangono
ai cittadini sovrani. Avete l'impressione che non sia
"veramente" così nel vostro paese? Rileggete allora il
passaggio su cause e rivoluzioni nel paragrafo precedente! Forte
della sua propria costituzione, uno stato può dunque legiferare
-- nell'ambito delle sue competenze enumerate e in modo da
restare conforme con la Costituzione e le leggi federali. A meno
che lo stato non sia a sua volta il prodotto di un procedimento
di federazione, esso può delegare parte della sua autorità
verso il basso, e cioè a unità amministrative (tali i distretti
o le contee). All'ultimo livello, i comuni hanno autorità di
ordinanza, cioè di stabilire regole e procedure che controllano
l'esecuzione di leggi statali e federali a livello locale. Questa
dunque è una breve presentazione di quella che dovrebbe essere
la struttura di un moderno stato di diritto, cioè di uno stato
che vuole tendere a realizzare i diritti umani fondamentali. Non
vi ci siete ritrovati ancora? Considerate allora che neppure
questa forma minima è mai stata tradotta in un documento
costituzionale: ancor meno è mai stata approssimata in un
sistema statale. Per questa ragione, i cosiddetti
"storici" contemporanei giudicano di poter parlare di
"miti" ma coloro che credono nella dignità delle
persone umane pensano che la realizzazione mancata nel passato
dovrebbe essere sprone per un migliore sforzo a venire, non
giustificazione per accettare la sconfitta. L'importanza, in
questo contesto, del ruolo dello Stato come mediatore e filtro
tra i sovrani e il governo centrale dovrebbe apparire
chiaramente. Può sì essere un fatto che gli Stati siano sempre
più esautorati a vantaggio del potere centrale, ma ciò non
significa che questo avvenga nel corso del diritto -- così come
l'asservimento degli individui avviene attraverso l'uso di frode,
coercizione e violenza, e non certo de jure. I fatti non
possiedono forza normativa, semmai potenza bruta! (Secondo
l'eufemismo: "Il diritto della forza".) Dovrebbe essere
quindi altrettanto chiaro che i privilegi degli Stati nei
confronti del potere centrale debbono essere difesi. Altrettanto
importante è che, all'interno di una comunità federale, nessun
potere e nessuna parte ottengano una importanza predominante. A
questo dovrebbe servire la separazione dei poteri e la struttura
bicamerale del parlamento. Ma vi possono essere ulteriori misure.
Per esempio, i sette membri del Consiglio Federale svizzero
vengono eletti ogni anno dall'Assemblea Federale, cioè
dall'unione delle due camere del Parlamento; la Costituzione
stabilisce che un cantone non può avere più di un consigliere
eletto. Qualche anno fa, il partito socialista decise che il suo
nuovo rappresentante doveva essere una donna e propose al
parlamento una sindacalista dalla personalità stridente -- che
prontamente non venne eletta. Per evitare l'elezione di un uomo
(cosa che de facto era già accaduta e che era stata nullificata
de jure solo dal rifiuto di questo di accedere alla carica),
venne avanzata un'altra candidata, copia conforme della prima, ma
un po' meno appariscente. Questa signora, però, era residente
nel Canton Berna e quindi ineleggibile, un bernese essendo già
presente nel Consiglio Federale. Così, nel giro di
ventiquattr'ore, Ruth Dreyfuss "traslocò" da Berna a
Ginevra, presentandosi quindi al parlamento con documenti
nuovissimi e "in regola". E l'Assemblea... la elesse,
dimostrando se ce ne fosse bisogno l'alto riguardo in cui sono
tenute le leggi e i diritti da legislatori e avvocati e quanto
rispetto abbiano per i loro sovrani le istituzioni che sono
supposte rappresentarli. Pertanto, quest'anno la "piccola e
retrograda" Svizzera ha un Presidente donna, che fù però
eletta... in barba alla Costituzione. Come ovviare a simili
problemi in futuro? Per gli statisti, la soluzione è ovvia:
cambiando la Costituzione! E il caso ha voluto che proprio
quest'anno, il 7 febbraio, gli Svizzeri dovessero decidere se
accettare l'abolizione delle "clausola cantonale"
giudicata dai "benpensanti" solo una complicazione
antiquata nell'elezione del Consiglio Federale. Compiangete i
politici: han già tanto da fare a complicare la vostra vita, che
ben meritano una piccola agevolazione! Certo una cosa è sicura:
le barzellette politiche sono altamente educative, ma non fanno
ridere! Perché il confronto tra la descrizione della condizione
fondamentale sopra descritta e le varie forme statiste che ci
tiranneggiano invita, piuttosto, a piangere! (Notate che in tutta
questa nota, non si è mai parlato di "democrazia"
curioso, no? Ma questo è un altro tema per un'altra discussione
futura.) Dr. Marco C. Bernasconi (Direttore Scientifico di Tecnologie di Frontiera)
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