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Parola - Memoria - Invenzione


Guerra nei Balcani: paradossi, arte e links di Davide Cirese
Da quanti giorni vanno avanti i bombardamenti in Yugoslavia? E con quali risultati? E quando si ipotizza, se si ipotizza, possa smettere questa guerra? E quanto tempo ci vorrà comunque per rimarginare le ferite culturali, gli odi e i risentimenti fra i popoli? E da quanti giorni nelle case, nei bar, per le strade, singoli individui o masse di manifestanti affezionati alle utopie continuano a ripetere che con la violenza delle armi non si risolve nulla? Posso capire che si imposti male un ragionamento (per quanto sia drammatico il risultato di tale sbaglio). Ma chi ha pensato che con il ricatto delle bombe e della distruzione si potesse arrestare la pulizia etnica in Kosovo e fermare la politica criminale portata avanti dal governo serbo, ha ormai avuto ampia dimostrazione dell'errore del suo calcolo: la pulizia etnica in Kosovo è aumentata: nessun osservatore internazionale e nessun giornalista può più documentarla, ed è normale che nel panico dei bombardamenti quei cattivoni serbi, militari o paramilitari che siano, facciano più casino del solito; non si può escludere che siano quasi contenti delle bombe della NATO, soprattutto di quelle su Pristina e dintorni la libertà di informazione in Yugoslavia (quel poco che c'era) è stata soppressa l'opposizione a Milosevic è scomparsa, l'unica speranza di alternativa al suo regime è svanita: chi un tempo manifestava in piazza a Belgrado contro Milosevic, ora manifesta contro la NATO, gli Stati Uniti, l'Europa i rapporti dell'occidente con la Russia sono incrinati l'immagine dell'Europa, agli occhi delle popolazioni slave, comincia a somigliare a quella del regime nazista. Continua David Cirese artdirector@netart.it | www.netart.it/cirese/photo.htm
Davide Cirese, pur non sapendo rinunciare ai piaceri retorici del pacifismo utopico, suggerisce, nelle ultime righe del suo intervento, gli indirizzi Internet per cercare di avere qualche contatto con i serbi. Questi contatti sono molto importanti perché creano qualche difficoltà all'uso del pacifismo da parte della spietata dittatura di Milosevic. Le analoghe esperienze maturate dai paesi di cultura liberale con gli antifascisti tedeschi , pur non riuscendo ad evitare l'uso delle armi, crearono i presupposti per una trasformazione di una parte di quella nazione in uno stato democratico. Vi sono validi motivi per credere che la cultura serba, pur non avendo nella sua storia spiriti come Kant o Goethe, potrebbe riuscire a trovare nel pensiero illuministico e razionale un valido antidoto alle follie etniche e nazionaliste. Spero inoltre che la brutalità di questa guerra convinca la parte migliore degli occidentali dell'importanza che una cultura, meno elitaria e più diffusamente popolare, potrebbe avere per evitare situazioni come quella che stiamo vivendo. (Luigi Granetto)
Interventi sulla guerra presenti sul Forum: Carl William Brown: Per Granetto sul Kosovo (con un commento di Luigi Granetto), La guerra come diceva Eraclito..., Manuela Corti: Interventi sul Kosovo (Tullio Fragiacomo webmaster di psyche- Listiani dall'Indonesia- Satoshi dal Giappone), Lettera a Milosevic, Sempre sul Kosovo , Lettera a Bill Clinton (con un commento di Luigi Granetto),Guerra: i miei occhi informano la mia anima, Adriano Autino: Intervento sul Kosovo

Museo Teo: Art Suq di Giovanni Bai
Domenica 9 maggio 1999 dalle 16 alle 24 Museo Teo presenta: ART SUQ Una mostra, un mercatino, la presentazione di "Museo Teo Artfanzine # 15" e di "Art Mobil # 9", la performance di "The Managers" e "Lo zoccolo duro" HANGAR Via Volta,71 CUSAGO (MI) TEL. 0290390052 INFO: MUSEO TEO 02713184 italiano | français | english | deutsch
Giovanni Bai_Museo Teo via Aselli 14_20133 Milano_Tel. 02713184 E-mail: gbai-mteo@rocketmail.com

Riprendere subito le trattative di Giovanni Kessler
Intervista a Giovanni Kessler, vice responsabile della delegazione Ocse in Kossovo
Giovanni Kessler, magistrato trentino in aspettativa dalla Procura della Repubblica di Bolzano, è il vice responsabile della delegazione Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) dall'ottobre scorso in missione nel Kosovo: 1400 osservatori internazionali che hanno dovuto lasciare la regione in fretta e furia, prima degli attacchi della Nato.
* Una missione fallita?
La missione è cominciata a metà ottobre con il compito di verificare l'armistizio imposto a Milosevic sotto la minaccia dei bombardamenti. Lui si era impegnato a limitare la presenza sia delle forze di polizia sia dell'esercito in Kosovo, e a non compiere azioni militari, a non attaccare villaggi. L'accordo era stato firmato dal presidente Osce e dal leader serbo: ed era in linea di massima rispettato. Poi nelle ultime settimane tutto è precipitato. Ma la tensione era già alta...Dai primi di febbraio, da quando sono arrivato a Pristina, abbiamo registrato violazioni magari non gravissime, ma frequenti, e da entrambe le parti: serbi e Uck (esercito di liberazione del Kosovo). Principalmente erano tipiche azioni di guerriglia dell'Uck contro la polizia o l'esercito serbo, che rispondevano in modo spesso sproporzionato. Se un cecchino dell'Uck sparava da un villaggio, il giorno dopo i serbi lo circondavano, scacciavano gli abitanti e le case venivano bruciate. La popolazione civile, come sempre, subiva entrambe le parti. D'altra parte, l'ala dura dell'Uck ha sempre "cercato" l'intervento militare.
* Voi dell'Osce vi sentivate inutili?
No, perchè ci rendevamo conto che la nostra presenza evitava il peggio, e quando ci hanno detto di evacuare era chiaro a tutti che - bombe o non bombe - si avvicinava la resa dei conti generale. Finchè siamo rimasti, abbiamo fatto intermediazione e interposizione tra le parti.
* I governi della Nato parlano di genocidio degli albanesi del Kosovo. Lei ha visto o registrato fatti che confermano questa interpretazione?
No, fino a che la nostra missione è rimasta in Kosovo non abbiamo visto azioni che potessero configurare un genocidio. Repressione certamente sì. Oggi però non so che cosa possa accadere. La situazione è ovviamente molto peggiorata. Le rivendicazioni autonomistiche della maggioranza albanese sono giustificate? Intendiamoci: il Kosovo non è l'Alto Adige, una regione da sempre di lingua tedesca che a un certo punto della sua storia si è trovata in Italia. Il Kosovo ha sempre fatto parte del mondo serbo, al di là del mito della famosa battaglia (persa) contro gli ottomani a Kosovo Pole; d'altra parte, ci vive una popolazione a stragrande maggioranza di lingua albanese, che va tutelata.
* Come valuta gli accordi di Rambouillet, non firmati da Milosevic?
Erano un buon compromesso per i kosovari di etnia albanese: garantivano una larghissima autonomia, molto più larga di quella dell'Alto Adige. Alla Federazione Jugoslava rimaneva solo la politica estera e le dogane, e poco più. La magistratura e la polizia - di cui mi occupavo - sarebbero state - dopo un periodo di transizione - esclusivamente kosovare. Un ruolo enorme l'avrebbe avuto la nostra missione nel gestire e garantire la transizione.
* Era troppo per Milosevic?
Più di tutto non ha accettato la presenza di una forza armata Nato che avrebbe garantito il ritiro dei militari serbi e il disarmo dell'Uck: sul suo territorio è stata sentita come una forte limitazione della sovranità. Il suo "no" non è stato sorprendente.
* E le bombe della Nato: sono giustificate o comprensibili?
Si poteva e si doveva trattare di più, perchè lo strumento delle bombe, quello militare, non è flessibile, non ha la retromarcia. Può produrre solo una escalation e soprattutto riduce immensamente gli spazi della trattativa, che pure alla fine ci dovrà essere. Ricompatta tutto il fronte Milosevic, alimenta e fomenta gli odii: non è certo una sorpresa che i serbi ora si scatenino ora contro la popolazione civile e contro gli intellettuali e i politici di lingua albanese. Oltretutto le bombe mettono in pericolo la stabilità di tutta la Regione, basta pensare alla Macedonia.
* Lei è appena tornato, appunto, da Skopje: che aria tirava?
La Macedonia è un'eccezione, nel vulcano dei Balcani: è un Paese uscito pacificamente dalla Jugoslavia, dove convivevano e convivono bene serbi, albanesi, rumeni e altre etnie. Ospita da alcune settimane 10 mila militari della forza di intervento rapido della Nato, che avrebbero dovuto costituire la forza armata garante degli accordi di Rambouillet. Dopo l'inizio dei bombardamenti sono dispiegati lungo il confine, a scopo difensivo, d'accordo, ma sono un eccellente obiettivo per una possibile ritorsione serba. Se poi dal territorio macedone le truppe Nato dovessero sparare anche solo un colpo verso la Yugoslavia, la prima vittima sarebbe la Macedonia. Di qui le manifestazioni anti-Nato che abbiamo visto nei giorni scorsi in televisione. I serbi macedoni hanno protestato (erano manifestazioni organizzate, ma la loro rabbia è spontanea e aumenta) e hanno attaccato l'ambasciata americana. Se la sono presa poi con l'albergo dove eravamo ospitati noi internazionali: ma gli unici danni effettivi provocati dalle sassate sono stati quelli ai finestrini di alcune macchine , parcheggiate vicino alla strada.
* Tornando a Pristina, qual era il clima tra i serbi e gli albanesi: davano l'idea di essere pronti a scannarsi?
Assolutamente no. Avevamo più di mille dipendenti locali, di entrambe le etnie, che hanno sempre lavorato bene insieme. Il giorno che è stata annunciata la nostra partenza, ci sono state scene di disperazione non perchè perdevano il posto: si abbracciavano e piangevano perché sapevano che di lì a poco sarebbero stati "costretti" a diventare nemici. Certo, a Pristina, città da 200 mila abitanti, la convivenza era più facile, chiaramente nei villaggi la minoranza soffre di più, la separazione etnica era molto più visibile.
* Ma quali sono le reali differenze tra i due gruppi?
Certamente la lingua e forse i tratti somatici. Non è certo la religione che li fa dividere, sono da sempre abituati alla mescolanza e al relativismo. Un albanese musulmano mi diceva: ho dato al mio primo figlio un nome arabo, Ibrahim, al secondo un nome cristiano, Nicola. La convivenza e la mescolanza erano nei fatti. E' innegabile comunque che Milosevic abbia cancellato in dieci anni l'autonomia concessa da Tito al Kosovo. Non c'è dubbio che nel 1989 è cominciata l'epurazione degli albanesi dalla polizia, dalla magistratura, dall'amministrazione pubblica. Gli albanesi, lo ripeto, sono una maggioranza discriminata e oppressa.
* E adesso?
Adesso va fatto di tutto per riprendere le trattative. La forza militare può servire come deterrente ma non si dimostra, ora, una soluzione. Chi può pensare, dopo quello che sta succedendo in questi giorni, che per i prossimi vent'anni si possa avere una pacifica convivenza in Kosovo? Questo obiettivo si è comunque allontanato.

Diritti umani e uso della Forza di Michele Nicoletti
Le azioni militari intraprese dalla NATO nei confronti della Serbia al fine di arrestare la politica di "pulizia etnica" attuata dal regime di Milosevic hanno evidenziato, tra i molti, due elementi che sul piano politico meritano di essere sottolineati. Il primo di questi è l'emigrazione della sovranità, ossia lo spostamento del potere decisionale supremo sulla vita collettiva dal livello nazionale a quello sovranazionale. A decidere della pace e della guerra, della politica da intrattenere nei confronti dell'uno o dell'altro Stato, non è più il governo nazionale, ma un'entità ad esso superiore, in questo caso il sistema di alleanza, originariamente solo difensivo, della NATO, rispetto alle cui decisioni la possibilità di condizionamento del governo italiano è assai ridotta, per non dire nulla. Insomma una delle più classiche prerogative del potere che un tempo veniva definito "sovrano", ossia il jus belli, cioè il diritto di muovere guerra, pare non appartenere più che in forma residuale agli Stati nazionali. Ovviamente questo processo ha radici profonde e non è certo avvenuto in questi giorni: si potrebbe dire che, già a partire dalla seconda guerra mondiale, in larghissima misura il potere decisionale per quanto atteneva alle questioni della guerra e della pace - e potremmo dire anche alle altre grandi questioni di politica internazionale - si era spostato a livello sovranazionale. Ciò che è nuovo in tale processo, è che questa emigrazione del diritto di guerra avviene in concomitanza all'emigrazione di un altro fondamentale attributo del potere sovrano, ossia il potere di coniare e di governare la moneta. E' di questi anni la nascita dell'Euro che sostituirà nella Comunità Europea le monete dei diversi Stati, spostando il potere decisionale sulla moneta dalla sede nazionale a quella europea. Il potere politico non si esaurisce ovviamente in questi due poteri, quello di far guerra e quello di coniar monete, ma non c'è dubbio che questi due poteri siano due elementi chiave per stabilire, in una determinata epoca storica, "chi" ha il potere di decidere. Quando nella storia, spesso confusa, dei secoli passati, dalle antiche civiltà ai moderni Stati nazionali, vogliamo capire "chi" comanda in mezzo a tanti poteri che si incrociano, in mezzo a principi, conti, imperi e città, l'andare a cercare chi detiene il potere di far guerra e di controllare la moneta, è spesso un mezzo efficace per individuare il titolare effettivo e non nominale del potere politico. Dire che due pezzetti così importanti di sovranità siano emigrati - o stiano per emigrare - non significa di per sé che tutta quanta la sovranità di un popolo, ovverossia il potere di decidere in modo indipendente sul proprio destino, si sia definitivamente spostato altrove o stia per spostarsi. Il processo in corso non ha tanto il sapore di un semplice spostamento della sede del potere sovrano - per cui tutto ciò che prima si decideva a Roma si decide ora a Bruxelles -, quanto piuttosto di una disarticolazione di tale potere e di una sua dislocazione su livelli diversi. Anche questo non è un fatto del tutto nuovo nella storia. In fondo il potere sovrano degli Stati nazionali così compattamente concentrato in un'unica sede per cui lo Stato organizzava l'esercito, governava la moneta, faceva le leggi, imponeva le tasse, regolava la cultura e la salute, e tutto il resto - è un frutto tipico dell'età moderna, mentre in altre epoche il potere politico si articolava su livelli territoriali diversi e si distribuiva in più centri decisionali. La guerra in corso, dunque, ci parla di questo processo e ci dimostra la profondità e la radicalità della sua dinamica. Ciò che è in gioco non è solo la titolarità del potere sovrano, ma anche il suo spazio territoriale e i suoi confini. Fino al crollo del muro di Berlino, i confini erano chiari per l'Europa e per l'Occidente. Dal crollo in poi si è innescato un processo di ridefinizione dei confini che interessa il lato orientale e meridionale dell'Europa. Si sta chiarendo e si sta definendo chi è dentro e chi è fuori la nuova Europa e il nuovo Occidente, quale forma essa avrà, quali rapporti di forza interni la caratterizzeranno, quale sarà il posto della Russia e dei paesi ad essa collegati nel nuovo scenario. Questa guerra mette drammaticamente a nudo queste tendenze profonde delle trasformazioni della politica contemporanea, ma mette anche in luce - ed è questo il secondo elemento da rilevare - la propria intrinseca inadeguatezza rispetto alle mete alte che la politica le vuole assegnare. Queste "mete alte" sono - è stato dichiarato - la difesa dei diritti umani in ogni paese e il rifiuto della pulizia etnica e del genocidio. Si è insistito molto sul fatto che l'Occidente sia finalmente passato da un uso della forza finalizzato a una politica di potenza (quale ad esempio la conquista di territori) ad un uso della forza finalizzato a una difesa dei deboli e dunque ad una tutela dei diritti negati. Di queste mete alte si è fatto forte chi ha ritenuto di dover criticare le posizioni dei pacifisti, accusati di non farsi carico della protezione degli inermi, e degli ipocriti, pronti a difendere a parole la libertà e la giustizia, salvo poi tirarsi indietro quando si tratta di pagare il prezzo dell'agire, un prezzo elevato non solo in termini economici e politici, ma anche di accettazione delle sofferenze collaterali e degli errori inevitabili presenti in tutte le vicende umane, e dunque del sangue versato e della morte procurata. Rispetto a queste "mete alte" che oggi vengono poste alla politica non si può che gioire. Certo si potrà dire che i proclami in difesa dei diritti umani sono spesso solo belle parole cui raramente tengono dietro i comportamenti, ma già il fatto che le maggiori potenze del mondo pongano i diritti umani quali principi base della politica internazionale è un indubbio passo avanti almeno sul piano culturale, rispetto ad epoche, non poi tanto lontane, in cui i principi che venivano non solo perseguiti sul piano concreto, ma anche proclamati e difesi nelle teorie erano quelli dell'interesse nazionale o della difesa della razza. Il problema non sta dunque nelle "mete alte" che la politica internazionale oggi si pone e nemmeno vi sono dubbi sul fatto che nel Kosovo fosse in atto una sistematica e criminale negazione dei diritti umani. Gli interrogativi, semmai, almeno sul piano generale, sono: "chi" può legittimamente intervenire e "come" deve farlo, in modo che l'intervento vada in direzione di quella evoluzione delle relazioni internazionali che viene auspicata e non provochi invece effetti, certamente non voluti, di segno diverso. E' proprio su questo duplice piano del "chi" e del "come" che occorre verificare l'adeguatezza dell'azione intrapresa rispetto alle "mete alte" che ci si è posti, perché la disarticolazione e la dislocazione del potere sovrano, prima collocato negli Stati nazionali, non faccia fare passi indietro alla regolamentazione giuridica dell'uso della forza. All'interno di uno Stato, infatti, il potere politico può ricorrere, anzi deve ricorrere all'uso della forza di fronte ad atti criminosi. Ma "chi" può usare la forza - eccettuato il caso della legittima difesa da un aggressione in atto - è solo lo Stato, ossia un "terzo" rispetto singoli individui o alle parti. Nessuno può fare giustizia da solo. Non solo, ma il "come" la forza deve essere usata è sottoposto a rigide procedure per evitare possibili abusi, ricadute su innocenti, possibilmente la salvaguardia delle persone stesse dei criminali. Ora, se questo è il modello che si vuole perseguire anche a livello internazionale, quello cioè di una sorta di autorità sopra gli Stati che possa intervenire per prevenire e reprimere eventuali crimini contro l'umanità, è chiaro che: il "chi" deve intraprendere una simile azione può essere solo un'autorità sopra le parti (appunto "terza"), come potrebbe essere l'ONU, anziché la NATO; il "come" non può essere quello di una "guerra" che per sua natura non ha e non si presta ad avere il carattere di una procedura sottoposta a regolamentazione rigida, non può limitare il suo effetto alla sola persona del reo (in questo caso il dittatore, riconosciuto come criminale), perché coinvolge il suo popolo, non ha insomma la natura di una sanzione comminata dall'alto, ma di un conflitto esistenziale tra due parti. La guerra divide il campo in amici e nemici, produce ostilità e odio, e le motivazioni alte e nobili buttate sul campo anziché mitigare la violenza in atto hanno il potere di inasprirla. Forse che le guerre di religione, ossia le guerre combattute per cause "sante" non sono le guerre in cui tutto è permesso, perché il nemico è il male, l'alleato del demonio, contro cui ogni cosa è permessa? Molti anni di riflessione non solo di "ingenui" pacifisti, ma assai più degli esponenti del pensiero cosiddetto "realista" (da Machiavelli a Max Weber a Raymond Aron) hanno sottolineato quanto poco la guerra possa essere usata come strumento di una prassi giudiziaria. Essa resta consegnata alla dimensione della lotta esistenziale, e con essa al mondo della particolarità. Con questo non si dice affatto che tutte le guerre sono uguali. Al contrario: vi sono guerre di conquista e guerre di liberazione, guerre di interesse e guerre di religione, ma, per quanto nobili siano gli ideali che le muovono, esse producono un conflitto tra due parti che sono in lotta per la vita e per la morte. Scavano fossati, lasciano strascichi di diffidenza, di risentimento, provocano reazioni e alleanze impreviste. Di queste conseguenze la politica non può non farsi carico, facendo solo un bilancio di obiettivi militari raggiunti o falliti. Talvolta la libertà dell'uomo (giacchè non vi sono guerre "inevitabili") ritiene di dover scegliere questa strada per difendere la propria o l'altrui vita o un qualche valore in gioco, ma è un'altra cosa rispetto all'atto con cui il potere di un'autorità superiore impedisce o punisce con la forza un crimine. Per questo la costruzione di una nuova forma di relazioni internazionali ha bisogno di un passo ulteriore che non sia quello della guerra.

La libido del potere violento di Paolo Ghezzi
"Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro uomo, Winston?" Winston ci penso un po' su. "Facendolo soffrire" disse infine. "Esattamente. Facendolo soffrire. L'obbedienza non basta. Se non soffre, come si fa ad essere sicuri che egli non obbedisca alla sua volontà, anziché alla tua? Il potere consiste appunto nell'infliggere la sofferenza e la mortificazione". La citazione è da un celebre dialogo di "1984" di George Orwell, uno dei più grandi manifesti anti-totalitari di questo secolo insanguinato dai dittatori. Chi espone la teoria della sofferenza inflitta come supremo scopo del potere è l'ideologo-torturatore O'Brien, che cerca di redimere il compagno Winston Smith dal suo "marcio individualismo". E' una teoria che ben si adatta alla tragedia in corso nei Balcani: il potere di Milosevic persegue (e non da un mese, ma da almeno dieci anni) lo scopo della sofferenza dei kosovari di etnia albanese; il potere di Clinton persegue lo scopo della sofferenza dei serbi (fatti salvi i "danni collaterali", come la colonna di profughi bombardata, "spiacevole errore" secondo gli osceni eufemismi della Nato). Scopi correlati alla sofferenza inflitta al nemico sono: per Milosevic, l'aumento del proprio potere personale e la "purificazione" etnica della Federazione jugoslava; per Clinton l'aumento del prestigio politico-militare dell'America e della sua influenza sugli alleati nello scacchiere europeo. Scopi proclamati sono: per Clinton la difesa di una minoranza a rischio di genocidio; per Milosevic la difesa di un popolo sovrano preso a bersaglio dalle più grandi potenze mondiali. Nessuno dei protagonisti di questa carneficina parla ovviamente degli obiettivi reali della guerra, ma si limita a proclamarne gli scopi virtuali e propagandistici. E in questa tenaglia di menzogne, non è facile discernere i torti e le ragioni. Un intervento armato a difesa di un popolo oppresso non è da scartare in linea di principio, a meno di non volersi rifugiare in un pacifismo acritico, che chiude gli occhi di fronte ai regimi criminali e di fronte all'ineluttabile presenza della violenza nella storia dell'uomo. Per questo, quando su Belgrado sono cadute le prime bombe, ci siamo astenuti dal giudizio. Ma oggi, dopo un mese di guerra, è lecito domandarsi: i 5400 miliardi finora spesi dalla Nato per salvare i kosovari di etnia albanese sono stati un intelligente investimento umanitario? Hanno avuto gli effetti che Clinton, la Albright e il generale Clark hanno proclamato fin dall'inizio della guerra: cioè la fine del potere di Milosevic e dell'oppressione dei kosovari? Con tutta evidenza, no. Anzi: Milosevic è più forte di prima, i kosovari sono più perseguitati che mai, uccisi e sistematicamente deportati. Ciò non ha comportato finora, alcun ripensamento nella strategia politico-militare della Nato: è evidente che questa guerra ormai bisogna vincerla, costi quello che costi agli alleati (per la guerra del Golfo, gli americani e i loro cugini hanno bruciato 183.600 miliardi) e alla popolazione civile, come sempre la principale vittima del conflitto. Ma quando la Serbia si arrenderà o la Nato deciderà l'armistizio, la situazione nei Balcani sarà migliore, più favorevole alla ripresa di un dialogo, di una convivenza civile, di quella di un mese fa? Evidentemente, no, perché una guerra così prolungata non può che approfondire le ferite e i solchi, le umiliazioni e i desideri di vendetta. L'unico scenario "finale" realistico sembra oggi quello di un Kosovo diviso, di un oceano di profughi pressoché ingestibile, di una Serbia ridimensionata, economicamente paralizzata e politicamente umiliata. La sola vittoria, se finirà così, sarà quella di un'America rilegittimata come unico guardiano del mondo civilizzato, di una Nato che giustifica politicamente e moralmente il proprio interventismo militare. La più cocente sconfitta sarà quella delle Nazioni Unite, ridotte a teatrino senza potere, e della illusione che il governo mondiale possa essere, in qualche maniera, "democratico". La guerra si potrebbe moralmente giustificare solo se portasse alla detronizzazione di Milosevic, un capo politico con un'ideologia molto simile a quella hitleriana. Ma davvero non c'erano altri modi per arrivare all'eliminazione del duce dei serbi? Il tirannicidio (invocato da Norberto Bobbio e legittimato dalla stessa teologia cattolica) deve necessariamente essere accompagnato dal genocidio, e comunque dalle stragi di civili innocenti? Sono domande che non trovano facili risposte, e che ripropongono dubbi radicali sulla razionalità della guerra, prima ancora che sulla sua legittimità. Nei dibattiti televisivi di queste settimane, la polveriera dei Balcani è stata sviscerata nelle sue dimensioni politiche, etniche e religiose. Ma le interpretazioni rischiano di essere fuorvianti, se si limitano ad evocare antichi e foschi scenari di odii e di vendette: si rischia di considerare la tragedia di oggi come una figlia pressoché inevitabile della storia passata. I miti etnici e le differenze religiose - come insegna Sarajevo - non sono un ostacolo alla convivenza tra diversi, finché non arriva un capo politico con tendenze criminali che decide di accendere il cerino sul serbatoio di benzina delle tradizioni nazionali. Succede così che serbi, croati, bosniaci e kosovari, abituati a vivere insieme, si riscoprono - di volta in volta - nuovamente nemici. Succede che si censuri il messaggio di fraternità di Vangelo e Corano e si strumentalizzi la religione per demonizzare il nemico: Clinton dipinge Milosevic come Satana e viceversa, il patriarca di Belgrado Pavle paragona i serbi ad Abele aggredito da Caino. Non ci sono colpe collettive, non si possono criminalizzare interi popoli, se non per bieca propaganda. Grande è la responsabilità individuale dei politici: nel bene se - come De Gasperi, Gruber, Magnago - spengono il cerino ed evitano che l'Alto Adige diventi un Kosovo. Nel male, terribile è la responsabilità individuale dei politici che accendono le micce della guerra; terribile è la responsabilità dei guerriglieri indipendentisti che provocano la reazione dei poteri centrali; terribile è la responsabilità del presidente degli Stati Uniti e dei leader suoi alleati che a un certo punto passano dal tasto della diplomazia al bottone rosso dei missili. E qui torniamo al potere, alla sofferenza, alla razionalità della guerra. E al problema - antico come l'uomo - del male. C'è qualcosa di irrazionale, di inconscio e di viscerale, che sfugge ai ragionamenti e che incendia i conflitti. Una caverna nera: come è possibile che un uomo torturi o uccida schiere di uomini, donne, vecchi, bambini? E' il mistero della natura diabolica (diavolo, etimologicamente, è colui che divide) del potere, che per molti leader politici diventa un surrogato (o un complemento) irresistibile del sesso e di altre passioni umane. Il potere che dà piacere a se stessi, privilegi ai propri amici, e che infligge dolore agli altri, agli avversari, agli infedeli. Quanti mascheramenti ideologici, religiosi, filosofici, hanno travestito nella storia da Giulio Cesare a Stalin, dai Borgia a Hitler - questa pura e semplice, e di regola assolutamente maschilista, libido del potere violento? Ma qual è la sua vera, oscura natura? I teologi la rintraccerebbero nel demonio, Freud nei meandri della psiche e nelle turbe dell'infanzia, i filosofi nell'incerta dimensione del male. Orwell, che aveva combattuto in Spagna contro il fascismo franchista e aveva contemporaneamente conosciuto il volto diabolico dello stalinismo, faceva dire a O'Brien, in "1984", la ricetta eterna del potere. "Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere. Cominci a capirmi, ora?". Consolante sarebbe sapere che il "potere per il potere" appartiene alle dittature e non alle democrazie. Ma purtroppo non siamo persuasi che sia sempre così.

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