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| Parola - Memoria - Invenzione |
Guerra nei Balcani: paradossi, arte e
links di Davide Cirese
Da quanti giorni vanno avanti i bombardamenti in Yugoslavia? E
con quali risultati? E quando si ipotizza, se si ipotizza, possa
smettere questa guerra? E quanto tempo ci vorrà comunque per
rimarginare le ferite culturali, gli odi e i risentimenti fra i
popoli? E da quanti giorni nelle case, nei bar, per le strade,
singoli individui o masse di manifestanti affezionati alle utopie
continuano a ripetere che con la violenza delle armi non si
risolve nulla? Posso capire che si imposti male un ragionamento
(per quanto sia drammatico il risultato di tale sbaglio). Ma chi
ha pensato che con il ricatto delle bombe e della distruzione si
potesse arrestare la pulizia etnica in Kosovo e fermare la
politica criminale portata avanti dal governo serbo, ha ormai
avuto ampia dimostrazione dell'errore del suo calcolo: la pulizia
etnica in Kosovo è aumentata: nessun osservatore internazionale
e nessun giornalista può più documentarla, ed è normale che
nel panico dei bombardamenti quei cattivoni serbi, militari o
paramilitari che siano, facciano più casino del solito; non si
può escludere che siano quasi contenti delle bombe della NATO,
soprattutto di quelle su Pristina e dintorni la libertà di
informazione in Yugoslavia (quel poco che c'era) è stata
soppressa l'opposizione a Milosevic è scomparsa, l'unica
speranza di alternativa al suo regime è svanita: chi un tempo
manifestava in piazza a Belgrado contro Milosevic, ora manifesta
contro la NATO, gli Stati Uniti, l'Europa i rapporti
dell'occidente con la Russia sono incrinati l'immagine
dell'Europa, agli occhi delle popolazioni slave, comincia a
somigliare a quella del regime nazista. Continua
David Cirese artdirector@netart.it
| www.netart.it/cirese/photo.htm
Davide Cirese, pur non sapendo
rinunciare ai piaceri retorici del pacifismo utopico, suggerisce,
nelle ultime righe del suo intervento, gli indirizzi Internet per
cercare di avere qualche contatto con i serbi. Questi contatti
sono molto importanti perché creano qualche difficoltà all'uso
del pacifismo da parte della spietata dittatura di Milosevic. Le
analoghe esperienze maturate dai paesi di cultura liberale con
gli antifascisti tedeschi , pur non riuscendo ad evitare l'uso
delle armi, crearono i presupposti per una trasformazione di una
parte di quella nazione in uno stato democratico. Vi sono validi
motivi per credere che la cultura serba, pur non avendo nella sua
storia spiriti come Kant o Goethe, potrebbe riuscire a trovare
nel pensiero illuministico e razionale un valido antidoto alle
follie etniche e nazionaliste. Spero inoltre che la brutalità di
questa guerra convinca la parte migliore degli occidentali
dell'importanza che una cultura, meno elitaria e più
diffusamente popolare, potrebbe avere per evitare situazioni come
quella che stiamo vivendo. (Luigi Granetto)
Interventi sulla guerra
presenti sul Forum: Carl William Brown: Per
Granetto sul Kosovo (con un commento di Luigi Granetto), La
guerra come diceva Eraclito..., Manuela Corti:
Interventi sul Kosovo
(Tullio Fragiacomo webmaster di psyche- Listiani dall'Indonesia-
Satoshi dal Giappone), Lettera a Milosevic, Sempre sul Kosovo , Lettera a Bill Clinton (con un commento di Luigi
Granetto),Guerra: i miei occhi
informano la mia anima,
Adriano
Autino: Intervento sul Kosovo
Museo Teo: Art Suq di Giovanni Bai
Domenica 9 maggio 1999 dalle 16 alle 24 Museo Teo presenta: ART
SUQ Una mostra, un mercatino, la presentazione di "Museo Teo
Artfanzine # 15" e di "Art Mobil # 9", la
performance di "The Managers" e "Lo zoccolo
duro" HANGAR Via Volta,71 CUSAGO (MI) TEL. 0290390052 INFO:
MUSEO TEO 02713184 italiano
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Giovanni Bai_Museo
Teo via Aselli 14_20133 Milano_Tel. 02713184 E-mail: gbai-mteo@rocketmail.com
Riprendere subito le trattative di
Giovanni Kessler
Intervista a Giovanni Kessler, vice
responsabile della delegazione Ocse in Kossovo
Giovanni Kessler, magistrato trentino in aspettativa
dalla Procura della Repubblica di Bolzano, è il vice
responsabile della delegazione Osce (Organizzazione per la
sicurezza e la cooperazione in Europa) dall'ottobre scorso in
missione nel Kosovo: 1400 osservatori internazionali che hanno
dovuto lasciare la regione in fretta e furia, prima degli
attacchi della Nato.
* Una missione fallita?
La missione è cominciata a metà ottobre con il compito di
verificare l'armistizio imposto a Milosevic sotto la minaccia dei
bombardamenti. Lui si era impegnato a limitare la presenza sia
delle forze di polizia sia dell'esercito in Kosovo, e a non
compiere azioni militari, a non attaccare villaggi. L'accordo era
stato firmato dal presidente Osce e dal leader serbo: ed era in
linea di massima rispettato. Poi nelle ultime settimane tutto è
precipitato. Ma la tensione era già alta...Dai primi di
febbraio, da quando sono arrivato a Pristina, abbiamo registrato
violazioni magari non gravissime, ma frequenti, e da entrambe le
parti: serbi e Uck (esercito di liberazione del Kosovo).
Principalmente erano tipiche azioni di guerriglia dell'Uck contro
la polizia o l'esercito serbo, che rispondevano in modo spesso
sproporzionato. Se un cecchino dell'Uck sparava da un villaggio,
il giorno dopo i serbi lo circondavano, scacciavano gli abitanti
e le case venivano bruciate. La popolazione civile, come sempre,
subiva entrambe le parti. D'altra parte, l'ala dura dell'Uck ha
sempre "cercato" l'intervento militare.
* Voi dell'Osce vi sentivate inutili?
No, perchè ci rendevamo conto che la nostra presenza evitava il
peggio, e quando ci hanno detto di evacuare era chiaro a tutti
che - bombe o non bombe - si avvicinava la resa dei conti
generale. Finchè siamo rimasti, abbiamo fatto intermediazione e
interposizione tra le parti.
* I governi della Nato parlano di genocidio degli albanesi del
Kosovo. Lei ha visto o registrato fatti che confermano questa
interpretazione?
No, fino a che la nostra missione è rimasta in Kosovo non
abbiamo visto azioni che potessero configurare un genocidio.
Repressione certamente sì. Oggi però non so che cosa possa
accadere. La situazione è ovviamente molto peggiorata. Le
rivendicazioni autonomistiche della maggioranza albanese sono
giustificate? Intendiamoci: il Kosovo non è l'Alto Adige, una
regione da sempre di lingua tedesca che a un certo punto della
sua storia si è trovata in Italia. Il Kosovo ha sempre fatto
parte del mondo serbo, al di là del mito della famosa battaglia
(persa) contro gli ottomani a Kosovo Pole; d'altra parte, ci vive
una popolazione a stragrande maggioranza di lingua albanese, che
va tutelata.
* Come valuta gli accordi di Rambouillet, non firmati da
Milosevic?
Erano un buon compromesso per i kosovari di etnia albanese:
garantivano una larghissima autonomia, molto più larga di quella
dell'Alto Adige. Alla Federazione Jugoslava rimaneva solo la
politica estera e le dogane, e poco più. La magistratura e la
polizia - di cui mi occupavo - sarebbero state - dopo un periodo
di transizione - esclusivamente kosovare. Un ruolo enorme
l'avrebbe avuto la nostra missione nel gestire e garantire la
transizione.
* Era troppo per Milosevic?
Più di tutto non ha accettato la presenza di una forza armata
Nato che avrebbe garantito il ritiro dei militari serbi e il
disarmo dell'Uck: sul suo territorio è stata sentita come una
forte limitazione della sovranità. Il suo "no" non è
stato sorprendente.
* E le bombe della Nato: sono giustificate o comprensibili?
Si poteva e si doveva trattare di più, perchè lo strumento
delle bombe, quello militare, non è flessibile, non ha la
retromarcia. Può produrre solo una escalation e soprattutto
riduce immensamente gli spazi della trattativa, che pure alla
fine ci dovrà essere. Ricompatta tutto il fronte Milosevic,
alimenta e fomenta gli odii: non è certo una sorpresa che i
serbi ora si scatenino ora contro la popolazione civile e contro
gli intellettuali e i politici di lingua albanese. Oltretutto le
bombe mettono in pericolo la stabilità di tutta la Regione,
basta pensare alla Macedonia.
* Lei è appena tornato, appunto, da Skopje: che aria tirava?
La Macedonia è un'eccezione, nel vulcano dei Balcani: è un
Paese uscito pacificamente dalla Jugoslavia, dove convivevano e
convivono bene serbi, albanesi, rumeni e altre etnie. Ospita da
alcune settimane 10 mila militari della forza di intervento
rapido della Nato, che avrebbero dovuto costituire la forza
armata garante degli accordi di Rambouillet. Dopo l'inizio dei
bombardamenti sono dispiegati lungo il confine, a scopo
difensivo, d'accordo, ma sono un eccellente obiettivo per una
possibile ritorsione serba. Se poi dal territorio macedone le
truppe Nato dovessero sparare anche solo un colpo verso la
Yugoslavia, la prima vittima sarebbe la Macedonia. Di qui le
manifestazioni anti-Nato che abbiamo visto nei giorni scorsi in
televisione. I serbi macedoni hanno protestato (erano
manifestazioni organizzate, ma la loro rabbia è spontanea e
aumenta) e hanno attaccato l'ambasciata americana. Se la sono
presa poi con l'albergo dove eravamo ospitati noi internazionali:
ma gli unici danni effettivi provocati dalle sassate sono stati
quelli ai finestrini di alcune macchine , parcheggiate vicino
alla strada.
* Tornando a Pristina, qual era il clima tra i serbi e gli
albanesi: davano l'idea di essere pronti a scannarsi?
Assolutamente no. Avevamo più di mille dipendenti locali, di
entrambe le etnie, che hanno sempre lavorato bene insieme. Il
giorno che è stata annunciata la nostra partenza, ci sono state
scene di disperazione non perchè perdevano il posto: si
abbracciavano e piangevano perché sapevano che di lì a poco
sarebbero stati "costretti" a diventare nemici. Certo,
a Pristina, città da 200 mila abitanti, la convivenza era più
facile, chiaramente nei villaggi la minoranza soffre di più, la
separazione etnica era molto più visibile.
* Ma quali sono le reali differenze tra i due gruppi?
Certamente la lingua e forse i tratti somatici. Non è certo la
religione che li fa dividere, sono da sempre abituati alla
mescolanza e al relativismo. Un albanese musulmano mi diceva: ho
dato al mio primo figlio un nome arabo, Ibrahim, al secondo un
nome cristiano, Nicola. La convivenza e la mescolanza erano nei
fatti. E' innegabile comunque che Milosevic abbia cancellato in
dieci anni l'autonomia concessa da Tito al Kosovo. Non c'è
dubbio che nel 1989 è cominciata l'epurazione degli albanesi
dalla polizia, dalla magistratura, dall'amministrazione pubblica.
Gli albanesi, lo ripeto, sono una maggioranza discriminata e
oppressa.
* E adesso?
Adesso va fatto di tutto per riprendere le trattative. La forza
militare può servire come deterrente ma non si dimostra, ora,
una soluzione. Chi può pensare, dopo quello che sta succedendo
in questi giorni, che per i prossimi vent'anni si possa avere una
pacifica convivenza in Kosovo? Questo obiettivo si è comunque
allontanato.
Diritti umani e uso della Forza di
Michele Nicoletti
Le azioni militari intraprese dalla NATO nei confronti della
Serbia al fine di arrestare la politica di "pulizia
etnica" attuata dal regime di Milosevic hanno evidenziato,
tra i molti, due elementi che sul piano politico meritano di
essere sottolineati. Il primo di questi è l'emigrazione della
sovranità, ossia lo spostamento del potere decisionale supremo
sulla vita collettiva dal livello nazionale a quello
sovranazionale. A decidere della pace e della guerra, della
politica da intrattenere nei confronti dell'uno o dell'altro
Stato, non è più il governo nazionale, ma un'entità ad esso
superiore, in questo caso il sistema di alleanza, originariamente
solo difensivo, della NATO, rispetto alle cui decisioni la
possibilità di condizionamento del governo italiano è assai
ridotta, per non dire nulla. Insomma una delle più classiche
prerogative del potere che un tempo veniva definito
"sovrano", ossia il jus belli, cioè il diritto di
muovere guerra, pare non appartenere più che in forma residuale
agli Stati nazionali. Ovviamente questo processo ha radici
profonde e non è certo avvenuto in questi giorni: si potrebbe
dire che, già a partire dalla seconda guerra mondiale, in
larghissima misura il potere decisionale per quanto atteneva alle
questioni della guerra e della pace - e potremmo dire anche alle
altre grandi questioni di politica internazionale - si era
spostato a livello sovranazionale. Ciò che è nuovo in tale
processo, è che questa emigrazione del diritto di guerra avviene
in concomitanza all'emigrazione di un altro fondamentale
attributo del potere sovrano, ossia il potere di coniare e di
governare la moneta. E' di questi anni la nascita dell'Euro che
sostituirà nella Comunità Europea le monete dei diversi Stati,
spostando il potere decisionale sulla moneta dalla sede nazionale
a quella europea. Il potere politico non si esaurisce ovviamente
in questi due poteri, quello di far guerra e quello di coniar
monete, ma non c'è dubbio che questi due poteri siano due
elementi chiave per stabilire, in una determinata epoca storica,
"chi" ha il potere di decidere. Quando nella storia,
spesso confusa, dei secoli passati, dalle antiche civiltà ai
moderni Stati nazionali, vogliamo capire "chi" comanda
in mezzo a tanti poteri che si incrociano, in mezzo a principi,
conti, imperi e città, l'andare a cercare chi detiene il potere
di far guerra e di controllare la moneta, è spesso un mezzo
efficace per individuare il titolare effettivo e non nominale del
potere politico. Dire che due pezzetti così importanti di
sovranità siano emigrati - o stiano per emigrare - non significa
di per sé che tutta quanta la sovranità di un popolo,
ovverossia il potere di decidere in modo indipendente sul proprio
destino, si sia definitivamente spostato altrove o stia per
spostarsi. Il processo in corso non ha tanto il sapore di un
semplice spostamento della sede del potere sovrano - per cui
tutto ciò che prima si decideva a Roma si decide ora a Bruxelles
-, quanto piuttosto di una disarticolazione di tale potere e di
una sua dislocazione su livelli diversi. Anche questo non è un
fatto del tutto nuovo nella storia. In fondo il potere sovrano
degli Stati nazionali così compattamente concentrato in un'unica
sede per cui lo Stato organizzava l'esercito, governava la
moneta, faceva le leggi, imponeva le tasse, regolava la cultura e
la salute, e tutto il resto - è un frutto tipico dell'età
moderna, mentre in altre epoche il potere politico si articolava
su livelli territoriali diversi e si distribuiva in più centri
decisionali. La guerra in corso, dunque, ci parla di questo
processo e ci dimostra la profondità e la radicalità della sua
dinamica. Ciò che è in gioco non è solo la titolarità del
potere sovrano, ma anche il suo spazio territoriale e i suoi
confini. Fino al crollo del muro di Berlino, i confini erano
chiari per l'Europa e per l'Occidente. Dal crollo in poi si è
innescato un processo di ridefinizione dei confini che interessa
il lato orientale e meridionale dell'Europa. Si sta chiarendo e
si sta definendo chi è dentro e chi è fuori la nuova Europa e
il nuovo Occidente, quale forma essa avrà, quali rapporti di
forza interni la caratterizzeranno, quale sarà il posto della
Russia e dei paesi ad essa collegati nel nuovo scenario. Questa
guerra mette drammaticamente a nudo queste tendenze profonde
delle trasformazioni della politica contemporanea, ma mette anche
in luce - ed è questo il secondo elemento da rilevare - la
propria intrinseca inadeguatezza rispetto alle mete alte che la
politica le vuole assegnare. Queste "mete alte" sono -
è stato dichiarato - la difesa dei diritti umani in ogni paese e
il rifiuto della pulizia etnica e del genocidio. Si è insistito
molto sul fatto che l'Occidente sia finalmente passato da un uso
della forza finalizzato a una politica di potenza (quale ad
esempio la conquista di territori) ad un uso della forza
finalizzato a una difesa dei deboli e dunque ad una tutela dei
diritti negati. Di queste mete alte si è fatto forte chi ha
ritenuto di dover criticare le posizioni dei pacifisti, accusati
di non farsi carico della protezione degli inermi, e degli
ipocriti, pronti a difendere a parole la libertà e la giustizia,
salvo poi tirarsi indietro quando si tratta di pagare il prezzo
dell'agire, un prezzo elevato non solo in termini economici e
politici, ma anche di accettazione delle sofferenze collaterali e
degli errori inevitabili presenti in tutte le vicende umane, e
dunque del sangue versato e della morte procurata. Rispetto a
queste "mete alte" che oggi vengono poste alla politica
non si può che gioire. Certo si potrà dire che i proclami in
difesa dei diritti umani sono spesso solo belle parole cui
raramente tengono dietro i comportamenti, ma già il fatto che le
maggiori potenze del mondo pongano i diritti umani quali principi
base della politica internazionale è un indubbio passo avanti
almeno sul piano culturale, rispetto ad epoche, non poi tanto
lontane, in cui i principi che venivano non solo perseguiti sul
piano concreto, ma anche proclamati e difesi nelle teorie erano
quelli dell'interesse nazionale o della difesa della razza. Il
problema non sta dunque nelle "mete alte" che la
politica internazionale oggi si pone e nemmeno vi sono dubbi sul
fatto che nel Kosovo fosse in atto una sistematica e criminale
negazione dei diritti umani. Gli interrogativi, semmai, almeno
sul piano generale, sono: "chi" può legittimamente
intervenire e "come" deve farlo, in modo che
l'intervento vada in direzione di quella evoluzione delle
relazioni internazionali che viene auspicata e non provochi
invece effetti, certamente non voluti, di segno diverso. E'
proprio su questo duplice piano del "chi" e del
"come" che occorre verificare l'adeguatezza dell'azione
intrapresa rispetto alle "mete alte" che ci si è
posti, perché la disarticolazione e la dislocazione del potere
sovrano, prima collocato negli Stati nazionali, non faccia fare
passi indietro alla regolamentazione giuridica dell'uso della
forza. All'interno di uno Stato, infatti, il potere politico può
ricorrere, anzi deve ricorrere all'uso della forza di fronte ad
atti criminosi. Ma "chi" può usare la forza -
eccettuato il caso della legittima difesa da un aggressione in
atto - è solo lo Stato, ossia un "terzo" rispetto
singoli individui o alle parti. Nessuno può fare giustizia da
solo. Non solo, ma il "come" la forza deve essere usata
è sottoposto a rigide procedure per evitare possibili abusi,
ricadute su innocenti, possibilmente la salvaguardia delle
persone stesse dei criminali. Ora, se questo è il modello che si
vuole perseguire anche a livello internazionale, quello cioè di
una sorta di autorità sopra gli Stati che possa intervenire per
prevenire e reprimere eventuali crimini contro l'umanità, è
chiaro che: il "chi" deve intraprendere una simile
azione può essere solo un'autorità sopra le parti (appunto
"terza"), come potrebbe essere l'ONU, anziché la NATO;
il "come" non può essere quello di una
"guerra" che per sua natura non ha e non si presta ad
avere il carattere di una procedura sottoposta a regolamentazione
rigida, non può limitare il suo effetto alla sola persona del
reo (in questo caso il dittatore, riconosciuto come criminale),
perché coinvolge il suo popolo, non ha insomma la natura di una
sanzione comminata dall'alto, ma di un conflitto esistenziale tra
due parti. La guerra divide il campo in amici e nemici, produce
ostilità e odio, e le motivazioni alte e nobili buttate sul
campo anziché mitigare la violenza in atto hanno il potere di
inasprirla. Forse che le guerre di religione, ossia le guerre
combattute per cause "sante" non sono le guerre in cui
tutto è permesso, perché il nemico è il male, l'alleato del
demonio, contro cui ogni cosa è permessa? Molti anni di
riflessione non solo di "ingenui" pacifisti, ma assai
più degli esponenti del pensiero cosiddetto "realista"
(da Machiavelli a Max Weber a Raymond Aron) hanno sottolineato
quanto poco la guerra possa essere usata come strumento di una
prassi giudiziaria. Essa resta consegnata alla dimensione della
lotta esistenziale, e con essa al mondo della particolarità. Con
questo non si dice affatto che tutte le guerre sono uguali. Al
contrario: vi sono guerre di conquista e guerre di liberazione,
guerre di interesse e guerre di religione, ma, per quanto nobili
siano gli ideali che le muovono, esse producono un conflitto tra
due parti che sono in lotta per la vita e per la morte. Scavano
fossati, lasciano strascichi di diffidenza, di risentimento,
provocano reazioni e alleanze impreviste. Di queste conseguenze
la politica non può non farsi carico, facendo solo un bilancio
di obiettivi militari raggiunti o falliti. Talvolta la libertà
dell'uomo (giacchè non vi sono guerre "inevitabili")
ritiene di dover scegliere questa strada per difendere la propria
o l'altrui vita o un qualche valore in gioco, ma è un'altra cosa
rispetto all'atto con cui il potere di un'autorità superiore
impedisce o punisce con la forza un crimine. Per questo la
costruzione di una nuova forma di relazioni internazionali ha
bisogno di un passo ulteriore che non sia quello della guerra.
La libido del potere violento di
Paolo Ghezzi
"Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro
uomo, Winston?" Winston ci penso un po' su. "Facendolo
soffrire" disse infine. "Esattamente. Facendolo
soffrire. L'obbedienza non basta. Se non soffre, come si fa ad
essere sicuri che egli non obbedisca alla sua volontà, anziché
alla tua? Il potere consiste appunto nell'infliggere la
sofferenza e la mortificazione". La citazione è da un
celebre dialogo di "1984" di George Orwell, uno dei
più grandi manifesti anti-totalitari di questo secolo
insanguinato dai dittatori. Chi espone la teoria della sofferenza
inflitta come supremo scopo del potere è l'ideologo-torturatore
O'Brien, che cerca di redimere il compagno Winston Smith dal suo
"marcio individualismo". E' una teoria che ben si
adatta alla tragedia in corso nei Balcani: il potere di Milosevic
persegue (e non da un mese, ma da almeno dieci anni) lo scopo
della sofferenza dei kosovari di etnia albanese; il potere di
Clinton persegue lo scopo della sofferenza dei serbi (fatti salvi
i "danni collaterali", come la colonna di profughi
bombardata, "spiacevole errore" secondo gli osceni
eufemismi della Nato). Scopi correlati alla sofferenza inflitta
al nemico sono: per Milosevic, l'aumento del proprio potere
personale e la "purificazione" etnica della Federazione
jugoslava; per Clinton l'aumento del prestigio politico-militare
dell'America e della sua influenza sugli alleati nello scacchiere
europeo. Scopi proclamati sono: per Clinton la difesa di una
minoranza a rischio di genocidio; per Milosevic la difesa di un
popolo sovrano preso a bersaglio dalle più grandi potenze
mondiali. Nessuno dei protagonisti di questa carneficina parla
ovviamente degli obiettivi reali della guerra, ma si limita a
proclamarne gli scopi virtuali e propagandistici. E in questa
tenaglia di menzogne, non è facile discernere i torti e le
ragioni. Un intervento armato a difesa di un popolo oppresso non
è da scartare in linea di principio, a meno di non volersi
rifugiare in un pacifismo acritico, che chiude gli occhi di
fronte ai regimi criminali e di fronte all'ineluttabile presenza
della violenza nella storia dell'uomo. Per questo, quando su
Belgrado sono cadute le prime bombe, ci siamo astenuti dal
giudizio. Ma oggi, dopo un mese di guerra, è lecito domandarsi:
i 5400 miliardi finora spesi dalla Nato per salvare i kosovari di
etnia albanese sono stati un intelligente investimento
umanitario? Hanno avuto gli effetti che Clinton, la Albright e il
generale Clark hanno proclamato fin dall'inizio della guerra:
cioè la fine del potere di Milosevic e dell'oppressione dei
kosovari? Con tutta evidenza, no. Anzi: Milosevic è più forte
di prima, i kosovari sono più perseguitati che mai, uccisi e
sistematicamente deportati. Ciò non ha comportato finora, alcun
ripensamento nella strategia politico-militare della Nato: è
evidente che questa guerra ormai bisogna vincerla, costi quello
che costi agli alleati (per la guerra del Golfo, gli americani e
i loro cugini hanno bruciato 183.600 miliardi) e alla popolazione
civile, come sempre la principale vittima del conflitto. Ma
quando la Serbia si arrenderà o la Nato deciderà l'armistizio,
la situazione nei Balcani sarà migliore, più favorevole alla
ripresa di un dialogo, di una convivenza civile, di quella di un
mese fa? Evidentemente, no, perché una guerra così prolungata
non può che approfondire le ferite e i solchi, le umiliazioni e
i desideri di vendetta. L'unico scenario "finale"
realistico sembra oggi quello di un Kosovo diviso, di un oceano
di profughi pressoché ingestibile, di una Serbia ridimensionata,
economicamente paralizzata e politicamente umiliata. La sola
vittoria, se finirà così, sarà quella di un'America
rilegittimata come unico guardiano del mondo civilizzato, di una
Nato che giustifica politicamente e moralmente il proprio
interventismo militare. La più cocente sconfitta sarà quella
delle Nazioni Unite, ridotte a teatrino senza potere, e della
illusione che il governo mondiale possa essere, in qualche
maniera, "democratico". La guerra si potrebbe
moralmente giustificare solo se portasse alla detronizzazione di
Milosevic, un capo politico con un'ideologia molto simile a
quella hitleriana. Ma davvero non c'erano altri modi per arrivare
all'eliminazione del duce dei serbi? Il tirannicidio (invocato da
Norberto Bobbio e legittimato dalla stessa teologia cattolica)
deve necessariamente essere accompagnato dal genocidio, e
comunque dalle stragi di civili innocenti? Sono domande che non
trovano facili risposte, e che ripropongono dubbi radicali sulla
razionalità della guerra, prima ancora che sulla sua
legittimità. Nei dibattiti televisivi di queste settimane, la
polveriera dei Balcani è stata sviscerata nelle sue dimensioni
politiche, etniche e religiose. Ma le interpretazioni rischiano
di essere fuorvianti, se si limitano ad evocare antichi e foschi
scenari di odii e di vendette: si rischia di considerare la
tragedia di oggi come una figlia pressoché inevitabile della
storia passata. I miti etnici e le differenze religiose - come
insegna Sarajevo - non sono un ostacolo alla convivenza tra
diversi, finché non arriva un capo politico con tendenze
criminali che decide di accendere il cerino sul serbatoio di
benzina delle tradizioni nazionali. Succede così che serbi,
croati, bosniaci e kosovari, abituati a vivere insieme, si
riscoprono - di volta in volta - nuovamente nemici. Succede che
si censuri il messaggio di fraternità di Vangelo e Corano e si
strumentalizzi la religione per demonizzare il nemico: Clinton
dipinge Milosevic come Satana e viceversa, il patriarca di
Belgrado Pavle paragona i serbi ad Abele aggredito da Caino. Non
ci sono colpe collettive, non si possono criminalizzare interi
popoli, se non per bieca propaganda. Grande è la responsabilità
individuale dei politici: nel bene se - come De Gasperi, Gruber,
Magnago - spengono il cerino ed evitano che l'Alto Adige diventi
un Kosovo. Nel male, terribile è la responsabilità individuale
dei politici che accendono le micce della guerra; terribile è la
responsabilità dei guerriglieri indipendentisti che provocano la
reazione dei poteri centrali; terribile è la responsabilità del
presidente degli Stati Uniti e dei leader suoi alleati che a un
certo punto passano dal tasto della diplomazia al bottone rosso
dei missili. E qui torniamo al potere, alla sofferenza, alla
razionalità della guerra. E al problema - antico come l'uomo -
del male. C'è qualcosa di irrazionale, di inconscio e di
viscerale, che sfugge ai ragionamenti e che incendia i conflitti.
Una caverna nera: come è possibile che un uomo torturi o uccida
schiere di uomini, donne, vecchi, bambini? E' il mistero della
natura diabolica (diavolo, etimologicamente, è colui che divide)
del potere, che per molti leader politici diventa un surrogato (o
un complemento) irresistibile del sesso e di altre passioni
umane. Il potere che dà piacere a se stessi, privilegi ai propri
amici, e che infligge dolore agli altri, agli avversari, agli
infedeli. Quanti mascheramenti ideologici, religiosi, filosofici,
hanno travestito nella storia da Giulio Cesare a Stalin, dai
Borgia a Hitler - questa pura e semplice, e di regola
assolutamente maschilista, libido del potere violento? Ma qual è
la sua vera, oscura natura? I teologi la rintraccerebbero nel
demonio, Freud nei meandri della psiche e nelle turbe
dell'infanzia, i filosofi nell'incerta dimensione del male.
Orwell, che aveva combattuto in Spagna contro il fascismo
franchista e aveva contemporaneamente conosciuto il volto
diabolico dello stalinismo, faceva dire a O'Brien, in
"1984", la ricetta eterna del potere. "Il potere
non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura
nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una
rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine
della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è
la tortura. Il fine del potere è il potere. Cominci a capirmi,
ora?". Consolante sarebbe sapere che il "potere per il
potere" appartiene alle dittature e non alle democrazie. Ma
purtroppo non siamo persuasi che sia sempre così.
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