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Parola - Memoria - Invenzione


La libido del potere violento di Paolo Ghezzi
"Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro uomo, Winston?" Winston ci penso un po' su. "Facendolo soffrire" disse infine. "Esattamente. Facendolo soffrire. L'obbedienza non basta. Se non soffre, come si fa ad essere sicuri che egli non obbedisca alla sua volontà, anziché alla tua? Il potere consiste appunto nell'infliggere la sofferenza e la mortificazione". La citazione è da un celebre dialogo di "1984" di George Orwell, uno dei più grandi manifesti anti-totalitari di questo secolo insanguinato dai dittatori. Chi espone la teoria della sofferenza inflitta come supremo scopo del potere è l'ideologo-torturatore O'Brien, che cerca di redimere il compagno Winston Smith dal suo "marcio individualismo". E' una teoria che ben si adatta alla tragedia in corso nei Balcani: il potere di Milosevic persegue (e non da un mese, ma da almeno dieci anni) lo scopo della sofferenza dei kosovari di etnia albanese; il potere di Clinton persegue lo scopo della sofferenza dei serbi (fatti salvi i "danni collaterali", come la colonna di profughi bombardata, "spiacevole errore" secondo gli osceni eufemismi della Nato). Scopi correlati alla sofferenza inflitta al nemico sono: per Milosevic, l'aumento del proprio potere personale e la "purificazione" etnica della Federazione jugoslava; per Clinton l'aumento del prestigio politico-militare dell'America e della sua influenza sugli alleati nello scacchiere europeo. Scopi proclamati sono: per Clinton la difesa di una minoranza a rischio di genocidio; per Milosevic la difesa di un popolo sovrano preso a bersaglio dalle più grandi potenze mondiali. Nessuno dei protagonisti di questa carneficina parla ovviamente degli obiettivi reali della guerra, ma si limita a proclamarne gli scopi virtuali e propagandistici. E in questa tenaglia di menzogne, non è facile discernere i torti e le ragioni. Un intervento armato a difesa di un popolo oppresso non è da scartare in linea di principio, a meno di non volersi rifugiare in un pacifismo acritico, che chiude gli occhi di fronte ai regimi criminali e di fronte all'ineluttabile presenza della violenza nella storia dell'uomo. Per questo, quando su Belgrado sono cadute le prime bombe, ci siamo astenuti dal giudizio. Ma oggi, dopo un mese di guerra, è lecito domandarsi: i 5400 miliardi finora spesi dalla Nato per salvare i kosovari di etnia albanese sono stati un intelligente investimento umanitario? Hanno avuto gli effetti che Clinton, la Albright e il generale Clark hanno proclamato fin dall'inizio della guerra: cioè la fine del potere di Milosevic e dell'oppressione dei kosovari? Con tutta evidenza, no. Anzi: Milosevic è più forte di prima, i kosovari sono più perseguitati che mai, uccisi e sistematicamente deportati. Ciò non ha comportato finora, alcun ripensamento nella strategia politico-militare della Nato: è evidente che questa guerra ormai bisogna vincerla, costi quello che costi agli alleati (per la guerra del Golfo, gli americani e i loro cugini hanno bruciato 183.600 miliardi) e alla popolazione civile, come sempre la principale vittima del conflitto. Ma quando la Serbia si arrenderà o la Nato deciderà l'armistizio, la situazione nei Balcani sarà migliore, più favorevole alla ripresa di un dialogo, di una convivenza civile, di quella di un mese fa? Evidentemente, no, perché una guerra così prolungata non può che approfondire le ferite e i solchi, le umiliazioni e i desideri di vendetta. L'unico scenario "finale" realistico sembra oggi quello di un Kosovo diviso, di un oceano di profughi pressoché ingestibile, di una Serbia ridimensionata, economicamente paralizzata e politicamente umiliata. La sola vittoria, se finirà così, sarà quella di un'America rilegittimata come unico guardiano del mondo civilizzato, di una Nato che giustifica politicamente e moralmente il proprio interventismo militare. La più cocente sconfitta sarà quella delle Nazioni Unite, ridotte a teatrino senza potere, e della illusione che il governo mondiale possa essere, in qualche maniera, "democratico". La guerra si potrebbe moralmente giustificare solo se portasse alla detronizzazione di Milosevic, un capo politico con un'ideologia molto simile a quella hitleriana. Ma davvero non c'erano altri modi per arrivare all'eliminazione del duce dei serbi? Il tirannicidio (invocato da Norberto Bobbio e legittimato dalla stessa teologia cattolica) deve necessariamente essere accompagnato dal genocidio, e comunque dalle stragi di civili innocenti? Sono domande che non trovano facili risposte, e che ripropongono dubbi radicali sulla razionalità della guerra, prima ancora che sulla sua legittimità. Nei dibattiti televisivi di queste settimane, la polveriera dei Balcani è stata sviscerata nelle sue dimensioni politiche, etniche e religiose. Ma le interpretazioni rischiano di essere fuorvianti, se si limitano ad evocare antichi e foschi scenari di odii e di vendette: si rischia di considerare la tragedia di oggi come una figlia pressoché inevitabile della storia passata. I miti etnici e le differenze religiose - come insegna Sarajevo - non sono un ostacolo alla convivenza tra diversi, finché non arriva un capo politico con tendenze criminali che decide di accendere il cerino sul serbatoio di benzina delle tradizioni nazionali. Succede così che serbi, croati, bosniaci e kosovari, abituati a vivere insieme, si riscoprono - di volta in volta - nuovamente nemici. Succede che si censuri il messaggio di fraternità di Vangelo e Corano e si strumentalizzi la religione per demonizzare il nemico: Clinton dipinge Milosevic come Satana e viceversa, il patriarca di Belgrado Pavle paragona i serbi ad Abele aggredito da Caino. Non ci sono colpe collettive, non si possono criminalizzare interi popoli, se non per bieca propaganda. Grande è la responsabilità individuale dei politici: nel bene se - come De Gasperi, Gruber, Magnago - spengono il cerino ed evitano che l'Alto Adige diventi un Kosovo. Nel male, terribile è la responsabilità individuale dei politici che accendono le micce della guerra; terribile è la responsabilità dei guerriglieri indipendentisti che provocano la reazione dei poteri centrali; terribile è la responsabilità del presidente degli Stati Uniti e dei leader suoi alleati che a un certo punto passano dal tasto della diplomazia al bottone rosso dei missili. E qui torniamo al potere, alla sofferenza, alla razionalità della guerra. E al problema - antico come l'uomo - del male. C'è qualcosa di irrazionale, di inconscio e di viscerale, che sfugge ai ragionamenti e che incendia i conflitti. Una caverna nera: come è possibile che un uomo torturi o uccida schiere di uomini, donne, vecchi, bambini? E' il mistero della natura diabolica (diavolo, etimologicamente, è colui che divide) del potere, che per molti leader politici diventa un surrogato (o un complemento) irresistibile del sesso e di altre passioni umane. Il potere che dà piacere a se stessi, privilegi ai propri amici, e che infligge dolore agli altri, agli avversari, agli infedeli. Quanti mascheramenti ideologici, religiosi, filosofici, hanno travestito nella storia da Giulio Cesare a Stalin, dai Borgia a Hitler - questa pura e semplice, e di regola assolutamente maschilista, libido del potere violento? Ma qual è la sua vera, oscura natura? I teologi la rintraccerebbero nel demonio, Freud nei meandri della psiche e nelle turbe dell'infanzia, i filosofi nell'incerta dimensione del male. Orwell, che aveva combattuto in Spagna contro il fascismo franchista e aveva contemporaneamente conosciuto il volto diabolico dello stalinismo, faceva dire a O'Brien, in "1984", la ricetta eterna del potere. "Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere. Cominci a capirmi, ora?". Consolante sarebbe sapere che il "potere per il potere" appartiene alle dittature e non alle democrazie. Ma purtroppo non siamo persuasi che sia sempre così.
Interventi sulla guerra presenti sul Forum: Carl William Brown: Per Granetto sul Kosovo (con un commento di Luigi Granetto), La guerra come diceva Eraclito..., Manuela Corti: Interventi sul Kosovo (Tullio Fragiacomo webmaster di psyche- Listiani dall'Indonesia- Satoshi dal Giappone), Lettera a Milosevic, Sempre sul Kosovo , Lettera a Bill Clinton (con un commento di Luigi Granetto),Guerra: i miei occhi informano la mia anima, Adriano Autino: Intervento sul Kosovo, Michele Nicoletti: Diritti umani e uso della Forza, Giovanni Kessler: Riprendere subito le trattative

Balcani: una strategia fallimentare di Giuliano Pontara
Giuliano Pontara è professore emerito di filosofia pratica all'Università di Stoccolma; presidente del comitato scientifico Università internazionale delle istituzioni dei popoli per la pace (Unip) Rovereto; membro del tribunale permanente dei popoli (presidente della giuria nella prima sessione di Berna sulla violazione dei diritti umani nei Paesi della ex Jugoslavia)
Il "breve" ma più violento secolo della storia umana, iniziato nei Balcani con la scintilla che accese la miccia della prima guerra mondiale, si chiude nei Balcani con la prima guerra della NATO, una guerra della più potente alleanza militare oggi esistente nel mondo contro uno stato sovrano e indipendente. Una guerra non improvvisata, che l'Uck ha cercato sistematicamente di far scatenare, preparata almeno da mesi, anche a livello di manipolazione attraverso i media. Che quella che viene presentata come "una ingerenza umanitaria" in realtà sia mossa da ragioni ben diverse ce lo ha fatto capire anche Clinton stesso quando ha detto che il Kosovo è di importanza strategica perchè "sta a cavallo su una strada di importanza vitale tra Europa, Asia e Medio Oriente". Ragioni geopolitiche di stato muovono la macchina militare Nato-Usa. Di "ingerenze umanitarie" ci sarebbe stato ben maggiore bisogno altrove. Al di là della retorica umanitaria, gli Usa-Nato cercano di disegnare con la violenza nuovi confini, coinvolgendo sempre di più l'Albania (che non è membro della Nato, ma non è difficile da coinvolgere), destabilizzando non soltanto la Macedonia, il Montenegro e i Balcani, ma i rapporti con la Russia e con questi l'intera politica mondiale. I confini della Yugoslavia saranno cambiati, anche se è difficile dire come, ma saranno cambiati in piena contraddizione con il principio che sta alla base dell'Accordo di Dayton per cui i confini delle ex repubbliche della Yugoslavia non possono essere messi in questione, e attraverso una guerra che costituisce una flagrante violazione della carta dell'ONU e un pericolosissimo precedente. L'ipotesi più realistica è forse quella della divisione del Kosovo: una parte, quella in cui vi sono ancora molti serbi e in cui le identificazioni storico-culturali serbe sono più forti, alla Serbia e il resto integrato (un po' alla volta) nell'Albania. Che l'Uck miri ad una Albania ancora più grande che integri anche parte del territorio della Macedonia e del Montenegro a maggioranza di popolazione albanese, non è un segreto. Il conflitto etnico-politico in Kosovo è vecchio, molto profondo e complesso: nel corso di esso le maggiori vittime sono state a volte la popolazione di etnia serba a volte quella di etnia albanese (secondo Amnesty International, tra il 1995-97 14 albanesi sono stati uccisi o "in circostanze non chiare" o in connessione con l'arresto da parte della polizia serba; nello stesso periodo, gli attacchi dell'Uck causarono la morte di 28 persone, di cui 7 erano civili serbi e 22 civili albanesi). E' sempre stato chiaro che una secessione del Kosovo avrebbe comportato dei rischi gravissimi di guerra tra serbi e albanesi. Cosciente di questo, Rugova, eletto nel maggio del l992 Presidente della autoproclamata Repubblica del Kosovo con il 99% dei voti albanesi, cercò di condurre la lotta in modo non armato, costruendo istituzioni parallele. Ma la comunità internazionale, i paesi della Nato, ed in modo particolare gli USA, non hanno mai appoggiato questa politica di lotta non violenta con la sistematicità e la decisione con cui hanno invece appoggiato sempre di più la lotta armata dell'Uck. Il tragico naufragio della lotta non violenta in Kosovo e il sostituirsi ad essa della lotta guerrigliera è certamente una delle conseguenze della politica e dell'Accordo di Dayton (dai quali traspariva chiaramente che il Kosovo non avrebbe potuto contare sulla "piena indipendenza"), ma è anche da attribuirsi alla mancanza di mirate iniziative politiche da parte della comunità interrnazionale a sostegno della politica non armata di Rugova. E' anche da notare che prima che l'Uck iniziasse le sue attività armate in Kosovo non vi erano state campagne militari serbe e che le forze del regime serbo scesero sistematicamente in lotta armata contro l'Uck solo dopo che quest'ultima prese controllo dell'area di Drenica, riuscì a tagliare le arterie principali della regione e aumentò i propri attacchi contro polizia e civili. Dire ora che tutto è stato provato e che quindi l'alternativa dei bombardamenti è l'unica alternativa efficace (rispetto a quali obiettivi?) è ipocrisia. Di alternative per fermare la violenza serba e albanese in Kosovo e per trasformare il conflitto ce n'erano ma è mancata la volontà politica di sceglierle. Già la mossa di porre, dopo Racak, un ultimatum a "tutte e due le parti" in cui una parte, quella serba, veniva minacciata proprio di quelle sanzioni - i bombardamenti - che l'altra, l'Uck, tutto il tempo aveva chiesto e cercato di provocare, non poteva certo essere favorevole ad una trasformazione del conflitto. Invece di cercare di imporre al governo Yugoslavo, sotto la minaccia dei bombardamenti, un trattato come quello di Rambouillet, reso nelle sue varie successive versioni sempre più accettabile all'Uck ma chiaramente inaccettabile alla Yugoslavia come stato sovrano - si doveva cercare di trasformare il conflitto promettendo miliardi di dollari per lo sviluppo del Kosovo, sospendendo le sanzioni contro la Yugoslavia, appoggiando in pieno le forze democratiche di quel paese e operando costruttivamente per una sua piena riammissione all'ONU. Se si voleva una trasformazione del conflitto, invece dei bombardamenti che stanno distruggendo le infrastrutture di un paese e di conseguenza causano ora e in futuro gravi danni e sofferenze alla popolazione civile, oltre ai "danni collaterali" direttamente causati dalle bombe che distruggono quartieri abitati a Pristina, a Mirovac, a Novi Sad o massacrano colonne di profughi, come a Djakovica, si doveva controllare, oltre al ritiro delle forze serbe, la cessazione delle attività militari dell'Uck aumentando, se necessario fino a dieci-cinquanta-centomila, i verificatori OSCE (operazione molto meno costosa dei bombardamenti, per non parlare di un'operazione di invasione a terra).Invece di appoggiare sempre di più l'Uck si doveva cercare di bloccarla, rendendo inattingibili le risorse economiche che essa ha in Europa occidentale, bloccando gli ingenti traffici di armi attraverso l'Albania e strozzando il mercato dell'eroina che nella regione fiorisce congiuntamente a questi traffici e in cui sono notoriamente coinvolte le mafie albanesi. Già nel 1985 il "Wall Street Journal" stimava che la mafia kosovaro-albanese smistava dal 25 al 45 per cento del totale di eroina che entrava negli Stati Uniti. E nel 1996 la "U.S. Drug Enforcement Administration" riferiva al proprio governo che "..albanesi etnici provenienti dalla provincia serba del Kosovo sono considerati, dopo i gruppi turchi, come i maggiori spacciatori di eroina lungo la strada dei Balcani...i gruppi di spacciatori kosovari sono noti per il loro uso della violenza e il loro coinvolgimento nel mercato internazionale delle armi"(testo "on record" presso il Department of Justice degli Stati Uniti).E mentre i leader dell'Uck incontravano a Rambouillet il Segretario di Stato Madeleine Albright, l'Europol allestiva un rapporto per i ministeri degli interni e della giustizia dei vari paesi dell'UE sui rapporti tra l'Uck e i gruppi dediti allo spaccio della droga. (The Times, Londra, 28 marzo 1999). Intanto è ormai a tutti chiaro che la politica dei bombardamenti Usa-Nato ha sortito effetti contrari a quelli in funzione dei quali si è cercato inizialmente di giustificarla: ha rinforzato l'ultranazionalismo serbo, tolto ogni forza politica alla opposizione democratica in Serbia, contribuito a scatenare il maggior esodo di profughi che si è verificato in Europa dopo la seconda guerra mondiale: non soltanto vi sono ragioni di ritenere che molti sono stati buttati fuori dal Kosovo in modi estremamente brutali dalle forze militari e paramilitari serbe esasperate dai bombardamenti Usa-Nato visti come chiaro appoggio all'Uck, ma vi sono anche ragioni di ritenere che la gente, fuori e dentro il Kosovo, scappa dalle zone di combattimento tra le forze violente serbe e kosovare e dalle bombe della Nato-Usa. La Nato-Usa è una enorme macchina economico-militare, uno strumento di dominio internazionale volto intenzionalmente a sostituirsi sempre di più all'ONU (soltanto il Pentagono spende annualmente una somma 20 volte maggiore dell'intero bilancio dell'ONU); è una macchina che per funzionare, oltre che di un nemico, ha bisogno, prima o poi, di carne umana. L'ultranazionalismo serbo - come nel '92 quello croato in Kraina - viola sistematicamente i diritti più elementari in una ulteriore prova di violenza spietata. L'ultranazionalismo kosovaro mira alla grande Albania, mette da parte Rugova (a Rambouillet è il ventinovenne guerrigliero Hashim Thaci che guida la delegazione kosovara, ed è di questi giorni la notizia che l'Uck ha "temporaneamente" dimesso Rugova) e non si fa scrupolo di togliere di mezzo albanesi che la pensano diversamente (come documentato, tra l'altro, già il 21 dicembre 1998 da fonti del Dipartimento di Stato USA). Con la democrazia la guerriglia albanese ha altrettanto poco da fare quanto i vari gruppi guerriglieri afgani cui gli USA e vari altri paesi europei hanno dato il loro appoggio per anni. Così si chiude nel Kosovo il secolo: ancora una volta il campo è preso dai signori, dai predoni, piccoli e grandi, della guerra - serbi, kosovari, albanesi, Nato-americani. Un secolo che nei suoi ultimi anni è stato insanguinato da terribili massacri: Rwanda, Burundi, Guinea-Bissau, Sudan, Somalia, Afganistan, Congo-Brazzaville, Congo-Kinshasa, Angola, Sierra Leone, Uganda, Iraq, Timo orientale, Algeria, Turchia...... continue sconfitte della dichiarazione con cui si apre la Carta delle Nazioni Unite approvata nel giugno 1945: "Noi, i popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra...".I processi di de-umanizzazione e brutalizzazione, strettamente connessi con l'uso della violenza armata su vasta scala in tutte queste parti del mondo sono sistematicamente in atto, creando ulteriori violenze, odi, desideri di vendetta in una spirale perversa dalla quale sembra sempre più difficile uscire. Contemporaneamente, decine di migliaia di persone (secondo certe stime centomila) muoiono giornalmente nel mondo a causa della mancanza di acqua, cibo, medicine - vittime di violazioni dei loro diritti fondamentali alla vita, a non morire di fame e di sete, che sono il prodotto della anonima violenza strutturale connessa con i processi di globalizzazione dell'economia e delle politiche dei prestiti praticate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Il 1900 è il secolo della globalizzazione della violenza e della violenza della globalizzazione. Le prospettive per il prossimo secolo sono fosche. Ritornano alla mente le parole che il Mahatma Gandhi disse all'indomani dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki: "il mondo ricomincerà ad usare la violenza non appena saranno passati gli effetti di disgusto provocati dalla bomba atomica"; ma "la violenza non può essere eliminata dalla violenza". La prima guerra della Nato deve essere interrotta, subito, pena una ulteriore e pericolosissima escalation della violenza nei Balcani; la gestione del conflitto deve ritornare all'ONU - che è debole e divisa ma è la somma Autorità internazionale che i paesi stessi dalla Nato si sono impegnati a mantenere in vigore. Altrimenti il mondo riprecipita in una situazione di ancor maggiore anarchia in cui quella che vale è soltanto la legge del militarmente - oltre che economicamente - più forte.

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