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Ma la sinistra è un mattone? di Giovanni Colombo
Con le percentuali del voto del 13 giugno sembra impossibile. Ma uno spietato realista politico come Max Weber ha già ammonito che "è perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile". E dunque è necessario ritentare l’impresa impossibile: far vincere la sinistra a Milano. I tempi dell’operazione non sono nè troppo lunghi né troppo brevi: diciamo il 2006, quando Albertini avrà concluso il suo secondo mandato. Non c’è quindi un minuto da perdere!
Il dato di partenza mi sembra chiaro: Milano si pensa come libertà e la sinistra invece è considerata un mattone.
Milano sogna libertà, che vuol dire autonomia, efficienza, velocità, tolleranza, metter su bottega in santa pace, insofferenza per le scartoffie. Se qualcuno l’adesca con un nome così fascinoso, lei ci sta. Per questo ha votato in massa la Lega: perché nel ‘93 voleva aver la libertà di urlare basta e Bossi era il megafono giusto. Per questo da quattro anni vota in maggioranza Polo: perché le piace il logo, perché Berlusconi è identificato, nonostante tutto ( procedimenti giudiziari e conflitto di interessi, cerone sul viso e tacchetti alle scarpe), con la libertà di far dané e Albertini come un sindaco "minimo", che non stressa. Milano sulla libertà si accende subito, scatta e va col turbo.
La sinistra invece è un bel mattone. Non mi riferisco al profit edilizio, che un tempo piaceva tanto anche alle coop rosse ma che ora è il regno del ciellino Lupi. Mi riferisco piuttosto ad un qualcosa che blocca, tipo peso sullo stomaco o palla al piede o manette ai polsi. La sinistra è associata a burocrazia, tasse, controlli, lacci e lacciuoli. La sinistra parla ancora di piano, di intervento, di assistenza e quindi costruisce ostacoli alla fluida circolazione di persone e mezzi. Costringe ad accogliere terzomondiali e zingari e così rompe proprio i corbezzoli!
L’impresa impossibile è dunque reinventare una sinistra leggera, di quella leggerezza non fru fru ma virtuosa di cui parla Calvino nelle sue "Lezioni americane", competitiva sul tema della libertà.
Per far questo, il primo passo è prendere atto che il socialismo è morto. E’ morto, si badi bene, non per colpa di un uomo di nome Bettino ma perché è morta l’idea principale che stava alla base, quella almeno che è stata egemone per tutto il Novecento: la concezione "cibernetica" della politica (così la chiama Anthony Giddens, ideologo del new Labour), la concezione per la quale la politica può guidare dall’alto il cambiamento sociale. E’ morta la concezione della politica che si fonda sull’idea illuminista per la quale la ragione può dominare la storia, attraverso gli strumenti della pianificazione, della programmazione, del dirigismo. Questa idea è finita, non solo nella sua versione totalitaria (il socialismo "reale") ma anche in quella democratica e occidentale (la socialdemocrazia). Il che non significa - si badi bene - accomunare entrambe nel medesimo giudizio storico: l’arcipelago Gulag non ha niente a che fare con il Welfare State, Stalin non è Turati, come Caino non ha niente a che fare con Abele, se non i medesimi genitori, ormai morti di vecchiaia, affranti per il mostro che si è rivelato Caino e invece consolati per le virtù di Abele. Ma sia nelle versione di Caino che in quella di Abele il socialismo è morto, reso obsoleto dai radicali mutamenti che ci sono stati. Ora che c’è la globalizzazione, ora che non c’è più la tradizione come fattore di coesione sociale e la fabbrica fordista che produceva identità collettiva, ora che anche la natura è manipolabile perché la tecnica tutto permette, l’uomo è "condannato alla libertà", può pensarsi da solo, scegliere quel che vuole. E anche la politica è condannata alla libertà perché nessuno più accetta di essere guidato dall’alto.
Però c’è libertà e libertà. Il secondo passo è vedere se c’è un’idea di libertà, diversa da quella oggi propagandata dal "polo delle libertà", che stia così a cuore alla sinistra da diventarne il motore trascinante. Non è infatti questione di programmi: quelli seguiranno. E’ questione se c’è il piccolo seme che farà crescere il grande albero. A me pare di sì: il semino è in circolazione, in tante persone e in tante esperienze. E’ la convinzione profonda che la libertà raggrinzisce se non s’apre alla relazione, se non sviluppa le proprie risorse e le mette a frutto in contesti internazionali, grandi, ariosi, se non diventa ricchezza di rapporti, di accordi con gli altri e con il diverso da sé. La destra concepisce la libertà un bene da assaporare da soli e prepara così, con le su stesse mani, la trappola destinata a inghiottirla: quella in cui la libertà decade a privilegio di pochi e a disaffezione di molti. La sinistra concepisce invece la libertà come un bene che aumenta se si condivide, e più è grande il numero dei commensali meglio è: per questo si sforza di costruire forme democratiche aperte e di offrire opportunità e aiuti a chi fa più fatica utilizzando al meglio le risorse a disposizione. Prendiamo la privatizzazione AEM: la "libertà di destra" si è preoccupata di far fare agli azionisti un ottimo affare; la "libertà di sinistra" si sarebbe preoccupata soprattutto del prioritario interesse della città di incassare il massimo dalla vendita del gioiello di famiglia. La città infatti ha visto perdere per strada non uno, non dieci ma almeno cinquecento miliardi!
Il terzo passo è organizzarsi di conseguenza. La sinistra ha davanti due strade. La prima è continuare così: i Ds chiusi in stanze sempre più piccole accecati dall’hybris, il Pipì ridotto alle dimensioni di un gruppo parrocchiale, i Verdi sempre sotto a litigare, I Democratici alla ricerca di un ruolo, Rifondazione che chiede il ‘cielo’ (tanto nulla è più innocuo). La seconda è quella di compiere un salto di qualità, per diventare un’unione. Coalizione è troppo poco e federazione non dice bene quello che bisognerebbe fare: unire tutti coloro che intendono contrastare le pulsioni privatistiche, puntando a "creare affari comuni che costringano gli uomini ad entrare in contatto gli uni con gli altri" come suggeriva quel gran liberale eterodosso – maestro assai più di democrazia che di liberalismo – che fu Alexis de Tocqueville. Il primo affare comune non occorre crearlo, c’è già, è Milano stessa. Apriamo dunque un grande cantiere con dentro tutti, ma proprio tutti, i compagni. Compagni nel senso letterale del termine, cum pane: coloro che, stanchi di individualismo e di atomizzazione, vogliono tornare a mangiare il pane assieme. Partiamo, dunque, con lo spirito giusto. E vedrete che nel 2006, un intelligente compagno panettiere, versione milanese del Guazzaloca bolognese, diventerà sindaco.
Caro Giovanni, per san Machiavelli protomartire della Cerbaia, quando riuscirai a concederti il piacere della realtà? Il fatto che l'illuminismo non sia riuscito a digerire del tutto la grande lezione del nostro Fiorentino, confondendo la "realtà" con la "ragione", non è la causa dell'incapacità della sinistra di creare un "nuovo principe" all'altezza di governare. L'impercettibile differenza che in Europa ancora esiste fra conservatori e democratici dovrebbe risiedere nel fatto "realissimo" che i primi si dovrebbero rifare a un capitalismo conosciuto, mentre i secondi dovrebbero crearne uno nuovo: da una parte il "particulare" del conte Guicciardini dall'altra la fiducia nel metodo empirico di Galileo. Se questa prospettiva viene tradita non vedo perché prendersela con chi giustamente vede in Berlusconi il "nuovo" e in Agnelli il "vecchio". La sinistra europea sbaglia perché, incapace di comprendere gli errori del marxismo, ha voluto sostituire il suo venerato statalismo con lo spirito cortigiano che solo l'alleanza con i poteri forti le può ancora assicurare. Nel '68 la sinistra diceva che il capitalismo era morto, ora mette in tomba l'illuminismo ma quando riuscirà a innamorarsi della realtà? (Luigi Granetto)

Nasce Punto Informatico di Andrea De Andreis
Roma - Punto Informatico, il primo e più seguito quotidiano italiano di internet e tecnologia, ha lanciato il suo settimanale. Un approfondimento per tentare di rendere più trasparente l'evoluzione della cultura telematica. "Punto Informatico - ha dichiarato l'editore Andrea De Andreis - è da anni il riferimento per gli italiani in rete. Oggi con Stand by vogliamo essere più incisivi e dare più voce a chi lavora con Internet. Vogliamo raccontare vittorie e incongruenze della rapida evoluzione telematica che stiamo vivendo. A guidare la redazione di Stand by sarà Paolo De Andreis, direttore editoriale di Punto Informatico: "dopo quattro anni che navighi e fai informazione su internet sai che le voci che devono essere ascoltate sono molte. Stand by vuole servire proprio a questo, e ad una pausa di riflessione per capire quello che succede 'all'uomo telematico'". Stand by uscirà tutti i venerdì.

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volevamo segnalarvi lo speciale Biennale di Trax e Postmedia Milano http://www.oasinet.com/postmedia/art.html

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