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 (dicembre 2004) L’omelia di Lilli di Pino Agnetti (articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma)

L’omelia della signora Dietlinde Gruber, in arte Lilli parte alle nove e trenta circa dell’altra sera sotto le volte affrescate della centralissima chiesa di Santa Cristina in Parma. Piena, anzi pienissima di fedeli smaniosi di assaporare il verbo della “piccola telegiornalista” (come la diretta interessata ama autodefinirsi con francescana umiltà) che, da indipendente nelle liste allora unite dell’Ulivo, alle ultime europee ha doppiato Berlusconi e surclassato Fini. Monclerino e pashmina neri a far da paramenti sotto la chioma meno fulva del solito, l’inedita predicatrice esita qualche attimo indecisa sulla posizione da assumere rispetto all’altare. La soccorre premuroso don Luciano, parroco concelebrante di Santa Cristina, che dopo avere ricordato gli “illustri campioni” – e poco ci manca che aggiunga “della fede” – che l’hanno preceduta (fra cui don Gallo e don Vitaliano, ma anche frate Michele Santoro della lontana chiesa di Samarcanda e padre Vittorio Agnoletto del concistoro dei noglobal), la invita a prendere posto proprio dietro la grande lastra di marmo addobbata con l’immancabile bandiera della pace. E che il sacro rito abbia inizio. Dove nel primo dei misteri contemplati si scopre il “perché ho scritto il mio ultimo libro”, alludendo al volume fresco di stampe che fa bella mostra di sé in fondo al tempio a due passi dall’acquasantiera. Ed ecco rivelato che, col precedente, l’autrice non è riuscita a impedire a Bush di lanciare i marines contro Baghdad. Mentre con questo spera di contribuire a “evitare una nuova guerra in Iraq” (testuale) fra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita. E via così, fra un’altera rivendicazione del proprio passato di mezzobusto Rai “mai lottizzato” e la confessione disarmata che, probabilmente, “non sarò mai una politica” (ma per carità, e chi mai lo ha pensato!) anche se “a chiamarmi è stato Prodi”. Per passare poi all’altro portentoso annuncio che un sacco di iracheni “ci vedono come degli occupanti”, condito dall’appassionante racconto del tempo passato peregrinando fra Bruxelles e l’Hotel Palestine di Baghdad per cercare di scoprire “cosa c’è sotto il chador”. Esperienza che l’ha pure condotta a maturare la granitica convinzione che, subito dopo le elezioni (“cosiddette libere”, s’intende) del gennaio prossimo, gli americani si ritireranno dalle città per concentrarsi soddisfatti intorno ai campi petroliferi al grido di: “Che gli iracheni si arrangino!”. Ma è l’ora di dare la parola al pubblico dei “fratelli e compagni”, per usare lo stesso appellativo con cui il buon don Luciano introduce il primo. Il quale, saltando arditamente dal Tigri e dall’Eufrate al più modesto corso d’acqua locale, traccia il ritratto di una città ormai prossima a ripiombare “negli anni bui del fascismo”. Subito benedetto con slancio dall’attentissima officiante che, semisdraiata sull’altare a prendere appunti, ne approfitta per ricordare le proprie lotte senza macchia e senza paura in favore della libertà d’informazione al tempo del Cavaliere. Ma i devoti convenuti si attendono ben altro. Ed ecco la mitica chioma tornare a rosseggiare come ai bei tempi mentre gli altoparlanti diffondono la lieta novella: “Io continuerò sempre a distinguere fra terrorismo e resistenza nazionale irachena”. Espressione che fa subito pensare a quel Cln che, ai tempi della nostra guerra partigiana, fu di Parri e di Pertini. Ma bando a simili inezie. E pazienza se i quotidiani del giorno pubblicano in prima pagina la foto agghiacciante dei killer – per stasera non sarà dato sapere se terroristi o resistenti – intenti a freddare nel traffico di Baghdad tre inermi membri della commissione elettorale irachena. Pazienza, se un perplesso esponente della “sinistra moderata” – così presentatosi – osa asserire che “ero venuto qui per sentir parlare di pace, e invece ho sentito fare solo della politica a senso unico”. Fedele all’adagio che “the show must go on”, l’arringante omelia della Lilli vola inarrestabile fino a tarda ora. Quando don Luciano le spiattella direttamente sull’altare i doni tenuti in serbo: prosciutto e formaggio (siamo o non siamo a Parma?). Mancano solo i bicchieri di plastica e una bottiglia di Malvasia. Ma la Lilli si accontenta, anche se prima di congedarsi sussurra noncurante al microfono: “Se qualcuno vuole, sono disponibile a firmare il mio libro”. La messa è finita. Andate in pace.
Libri: Agnetti Pino Nassiriya; Boroli Editore € 19,00. Nassiriya è il primo libro dedicato alla spedizione tricolore in Iraq. Fondendo in modo originale lo stile del reportage con quello del pamphlet, l'autore affronta uno dopo l'altro i nodi principali dell'impegno italiano nel terribile dopoguerra iracheno: il carattere e lo scopo della missione, il comportamento sul campo dei nostri militari anche nelle situazioni di maggiore pericolo, il loro rapporto con la popolazione locale, la reazione dell'opinione pubblica italiana davanti al dramma dei nostri caduti e dei nostri connazionali sequestrati, gli ostacoli che ancora si frappongono alla definitiva rinascita dell'antica "Terra dei due fiumi".
Gruber Lilly L'altro Islam. Un viaggio nella terra degli Sciiti il volume percorre l'arcipelago sciita alla scoperta dei personaggi e dei luoghi che ne hanno forgiato il destino e ne determineranno il futuro

Michela Rocco di Torrepadula e l'amico di merda; quel diavolaccio di Bill Gates (novembre 2004)
La vittoria di Zaccaria di Giovanni Colombo
Le Simone mi Puzzano di Giovanni Pellinghelli del Monticello
Le due Simone sono tornate
 
Giovanni Pellinghelli del Monticello: Il Rigoletto di Giuseppe Verdi Gobbi e seduttori alla corte dei Gonzaga con tutti i libretti d'opera di Giuseppe Verdi. Boris Godunov di Modest Musorgskij Dalla Russia con mistero 

   Oriana Fallaci:  La forza della ragione La scrittrice che con i suoi libri riesce sempre a far incazzare mezzo mondo (l'altra metà ne è entusiasta).

Cine gossip Marzo: Mel Gibson "Va de retro Bush"; Courtney "Love Love con microfono"; Brad Pitt  "Il pistolero più veloce del west"

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