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LE BUONE RAGIONI DI ETICA E RICERCA di Sebastiano Maffettone
L'approvazione da parte dell'Unione europea - dopo dieci anni di travagli - di una direttiva sulle biotecnologie ha
suscitato, come era lecito attendersi, numerose polemiche. Non è mancato chi l'ha battezzata con evidente esagerazione «direttiva Frankenstein», e al Parlamento europeo verdi, comunisti ed estrema destra hanno organizzato una veemente quanto colorata opposizione basata, a loro parere, su ragioni morali. Si può notare di sfuggita che queste forze hanno in comune una sola cosa, e cioè una tradizionale avversione culturale nei confronti della modernità. Da questa avversione deriva spesso un atteggiamento genericamente apocalittico, che tende a sottovalutare il progresso scientifico ed economico in nome dello status quo. Curiosamente, a mio avviso, questo atteggiamento sostanzialmente reazionario viene spacciato ad alcuni per "etico", senza una chiara consapevolezza del significato dell'etica in una società aperta e pluralista. Allo scopo di sgombrare il terreno da questo equivoco sostanziale, e non solo terminologico, vorrei invitare a riflettere sui punti seguenti. I limiti della normativa approvata. Sono evidenti, a cominciare dall'articolo 5 della direttiva in questione, articolo che recita in maniera inequivoca: «Il corpo umano, nei diversi stadi della sua costituzione e del suo sviluppo, compresa la sequenza o la sequenza parziale di un gene, non può costituire fonte di invenzioni brevettabili». Parimenti è vietata la brevettazione di nuove razze animali e nuove specie vegetali, nonché la clonazione umana e l'utilizzo di embrioni umani a fini industriali e commerciali. La ratio della normativa consiste nel difendere gli investimenti di imprese europee interessate alla ricerca e alla produzione nel settore delle biotecnologie. Come è stato da più parti sottolineato -anche da questo giornale- il ritardo europeo nei confronti degli Stati Uniti in questo settore fondamentale è oggi enorme. A fronte di investimenti dell'ordine delle centinaia di miliardi, è chiaro che nessuna impresa può investire senza la tutela dei diritti di proprietà. Quindi, l'unico modo per rendere le imprese europee competitive è quello di proteggere la loro produzione e ricerca attraverso i brevetti. Le conseguenze di una mancata politica in questa direzione sono lampanti (anche perché già pienamente in atto): fuga di cervelli e di capitali. Una volta per tutte dobbiamo pure renderci conto che l'efficienza è anche un valore morale (naturalmente non l'unico). Ciò è particolarmente vero in un settore il cui sviluppo può avere conseguenze molto vantaggiose per la salute, e, oserei dire, in special modo per noi cittadini di un Paese in cui si soffre assai per la cronica mancanza di serietà ed efficienza. Lo scopo di operare in questo settore della ricerca. Anche qui è difficile non comprendere che la cura delle malattie che dipendono da una deficienza genica costituisce un fondamentale progresso medico. Nel campo delle proteine - come numerosi scienziati hanno sottolineato molte volte in questi anni - proteine sintetiche potranno essere adoperate per compensare deficienze nell'attività dei geni. E nel campo del Dna si può ipotizzare in un prossimo futuro lo sviluppo di nuove direzioni di terapia genica. In questo caso, si può pensare che alcune malattie ereditarie saranno eliminate. Fornite alcune ragioni semplici ma, a mio giudizio, importanti per non opporsi frettolosamente a una direttiva come questa, mi sembra opportuno anche fare un passo nella direzione contraria. Anche se ci sono buone ragioni per sostenere il progresso della ricerca non mancano preoccupazioni morali in un ambito che ha a che fare con la vita nel suo senso scientificamente più profondo. Un'etica seria e responsabile, però, non è fatta di divieti a priori e assoluti. Ma piuttosto di controlli continui e attenti. Voglio con questo dire che, anche se sono giocoforza in prima linea, gli scienziati non possono essere gli unici a preoccuparsi delle ricadute morali della loro attività in biologia genetica (ma anche in altri settori di ricerca). La scienza, se mi si passa uno slogan, è una cosa troppo seria per farla fare solo agli scienziati. Cittadine e cittadini responsabili devono controllarne gli sviluppi. Anche quando sono complicati e difficili come nel caso in questione. Le vie per simili attività sono svariate e non semplici. Comitati etici, controlli fiscali e discussioni pubbliche ne sono elementi necessari. Può essere un percorso difficile. Ma non vedo alternative. Come al solito, un atteggiamento etico raccomandabile non è fatto di "tutto o niente", ma di riflessione costante e informata. (Articolo pubblicato da Affari Italiani)

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