Calderón de la Barca
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.Calderon De La Barca, Pedro, Life Is a Dream, by Pedro Calderón de la Barca 

.Teatro. Testo originale a fronte Calderón de la Barca Pedro ; Garzanti Libri € 41,32  recensione di Puccini, D., L'Indice 1990, n. 8 
Ricordo, non senza commozione, quando, già a conoscenza del suo male, Carmelo Samonà mi disse, consegnandomi copia del manoscritto della sua introduzione al volume di Calderón de la Barca (che qui recensisco), di aver tenuto al minimo i riferimenti a "La vita è sogno", su cui pure aveva scritto (dico io) molte pagine illuminanti. Il che significava che avrei avuto campo libero e tutto l'agio di stendere a mio piacere e senza pericolo di sovrapposizioni, come poi feci, la nota introduttiva al capolavoro calderoniano. Ma non si trattava, s'intende, da parte sua d'una rinuncia: semmai forse di una scommessa con se stesso a non ripetere cose già scritte e a sviluppare una analisi complessiva interamente originale e profonda, come ognuno ora può constatare. Inoltre, anche se condiviso con Mario Socrate e Maria Grazia Profeti, il progetto di questa antologia di tre autori e in tre volumi del "Teatro del " Siglo de Oro"" (Lope de Vega, Tirso de Molina, Calderón de la Barca), tradotti quasi per la prima volta in versi e con testo a fronte, deve moltissimo naturalmente alla scienza e al gusto di Samonà. Sua l'introduzione generale ai tre volumi, posta ad apertura del primo (Lope); e sua anche la versione di una delle 'pièces' di Lope, "La nascita di Cristo", già commentata (e lodata) da Mario Di Pinto, quando apparve separatamente, nella sua recensione apparsa su "L'Indice" (n. 6, 1 990). Ma è proprio qui, nel volume dedicato a Calderón de la Barca, che la speciale competenza e la superiore comprensione dei testi e dei loro significati produce forse uno dei risultati più alti dell'esercizio critico di Samonà. Incongruo sarebbe riferirmi alla discretissima, laconica e quasi pipata sua guida ai vari traduttori e curatori (parlo per me, ma credo di interpretare l'esperienza degli altri), debbo riferirmi piuttosto e soprattutto al saggio che apre il presente volume, dal titolo "Calderón de la Barca e l'apogeo della comedia". Questo, che, se non erro, è l'ultimo suo importante lavoro d'ispanista (32 pagine d'intensa e impeccabile meditazione critica), merita da solo un commento minuzioso: certo più puntuale e serrato di quanto non consenta una semplice recensione. Prima però è giusto dar conto ai lettori del contenuto e del carattere del volume nel suo complesso, come si è fatto per quello dedicato a Lope de Vega, visto che i tre volumi (manca il Tirso) si completano e si rimandano l'un l'altro temi e motivi. Quattro sono le opere di teatro raccolte nel volume: "La vita è sogno", a cura di chi scrive questa recensione; "Il pittore del suo disonore", a cura di Cesare Acutis; "Il giudice di Zalamea", a cura di Giovanni Caravaggi; e "Il gran teatro del mondo", a cura di Francesco Tentori Montalto. "Campionatura minima, e però significativa quanto basta", la definisce Samonà nella sua introduzione. Delle sei categorie in cui egli ordina e suddivide la vasta produzione drammatica di Calderón, in parte seguendo le precedenti ripartizioni, in parte correggendole e integrandole, qui sono rappresentate le "comedias" "di severa ispirazione morale" concentrate "sui problemi dell'autorità regia o paterna, e della conquista o dell'esercizio del potere" ("La vita è sogno"), erroneamente o troppo sommariamente definite "filosofiche"; "i drammi dell'onore in ambito coniugale" ("II pittore del suo disonore"); le cosiddette "comedias de aldea" (di villaggio), ovvero quelle dove il tema dell'onore si esplica in ambito sociale, nella fattispecie nell'ambiente contadino ("Il giudice di Zalamea"); e gli "aulos sacramentales" ("Il gran teatro del mondo"), ai quali Samonà attribuisce grandissimo spicco e forte rilevanza, proprio perché in Calderón assorbono il massimo d'innovazione scenica, simbolica, stilistica e fantastica. La cosa che maggiormente colpisce, meraviglia e persuade della soppesata e articolata introduzione di Samonà è l'esattezza e la misura con cui egli riesce a "raccontarci", con una scrittura più che mai elegante e prelibata, l'immagine complessiva e complessa di un Calderón tanto aderente ai canoni del suo tempo (quelli della Controriforma e del compassato mondo di Corte) nell'impianto tematico dei suoi drammi quanto libero e sottilmente trasgressivo grazie al tessuto linguistico e fantastico nel quale essi sontuosamente si muovono e ambiguamente si snodano. Leggiamo: "Da un lato una ferma impalcatura ideologica - quella assunta dal drammaturgo con fedeltà minuziosa e senza scosse apparenti - fa di questo teatro un sistema chiuso: una delle più formidabili macchine di persuasione di cui l'antico regime abbia potuto disporre nel corso della sua storia; dall'altro, la spiccata tendenza a una trascrizione metaforica del mondo ne esalta, sintomaticamente, la vocazione poetica: lo percorrono in lungo e in largo trattative incessanti fra le leggi del movimento scenico e quelle del ritmo e della concentrazione lirica, garantendogli una salda armatura di stile, ma conferendogli anche una misteriosa apertura verso la trasfigurazione, una strana e disinvolta doppiezza" (p. XVIII). Cosicché "l'apogeo" del quale Samonà ci narra tutti i dettagli diventa la più grande espansione e il più ricco punto d'arrivo dei motivi e dei codici già toccati o già svolti dai predecessori illustri di Calderón: un ultimo e inquieto e pessimistico (e di qui tanto moderno) approdo di tutto il patrimonio della comedia seicentesca spagnola. Se questo ora descritto è in sintesi il nucleo centrale e conclusivo dell'interpretazione calderoniana di Samonà, diversi ed altri sono i punti in cui essa si dispiega. Ora soffermandosi a considerare la pacata esistenza del drammaturgo tra la corte e il sacerdozio nella Spagna di Filippo IV e Carlo II; ora rievocando i vari momenti della critica calderonista, dalla ostilità settecentesca alla recente rivalutazione del barocco, Calderón incluso; ora chiarendo i contatti del nostro autore con la cultura gesuitica e con la teoria "molinista " del libero arbitrio, così feconda per quel teatro; e così via. Con il risultato cui si è accennato più sopra: di offrire finalmente un approccio a Calderón tra i più completi e più fruttuosi e più stimolanti per il lettore di oggi, già aperto al teatro elisabettiano inglese o a quello francese del "Grand Siècle", ma fino ad ora lasciato ingiustamente digiuno di fronte all'opulenta bellezza del teatro del Secolo d'Oro spagnolo.

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